Qualche bene o contento

Avrà fors'altri; a me la vita è male.

Ma civile era apparso il pessimismo dei primi canti; e il pessimismo che si serba empirico finchè si contenta di affermare l'eccesso e la universalità del male, diventa filosofico allorquando passa ad affermare la necessità ineluttabile di esso e la impossibilità del rimedio. Perciò mi pare avesse ragione il Caro quando diceva che il Leopardi dà del problema della vita una soluzione da cui è cancellato, per quanto è possibile, il sentimento prettamente individuale, e che quella soluzione egli innalza ed allarga sin là dove incomincia la filosofia; e conclude con questo giudizio: «Par ce trait, que nous voulions mettre en lumière, il se distingue nettement de l'école des lyriques et des désespérés, où l'on a prétendu le confondre; il n'a qu'une parenté lointaine avec les Rolla qui l'ont réclamé pour leur frère: il les dépasse par la hauteur du point de vue cosmique auquel il s'élève; il a voulu être philosophe, il a mérité de l'être, il l'est»[130]. Di questa stessa opinione doveva essere ancora lo Schopenhauer, quando giudicava nessuno mai aver trattato il tema del dolore e della nullità della vita così profondamente ed interamente come fece il Leopardi[131]. Resterebbe a vedersi se il Leopardi, il quale notò «che molte conclusioni cavate da ottimi discorsi non reggono all'esperienza»[132]; e si fece beffe della filosofia aprioristica[133]; e disse di non ignorare «che l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e perfetta si è, che non bisogna filosofare»[134]; e non immaginò nessuna metafisica; e non iscrisse nè il romanzo dell'io, nè quello dell'idea, nè quello della volontà; e disse tutto essere arcano fuor che il nostro dolore; non sia più vero e maggior filosofo di molti che tengono largo, e forse troppo largo, posto nella storia della filosofia antica e moderna.

Se, togliendoci fuori dalle angustie e dalle intolleranze delle scuole, noi teniamo essere filosofo colui che si affatica a formarsi un concetto generale della vita e del mondo; colui che, avido di verità, si sforza di conoscerla, senza riguardo alcuno al vantaggio proprio o d'altrui, e che, conosciutala, ancorchè se ne senta offeso, ancorchè se ne lagni, la manifesta e mantiene, sfidando biasimi, dileggi e pericoli; se, dico, tale sia il nostro giudizio, dovremo dire che il Leopardi, a dispetto di ogni mancamento o incertezza della sua dottrina, fu un filosofo, e che non si può, senza ingiustizia, negargli di filosofo il nome[135].

CAPITOLO II. Estetica generale del Leopardi.

L'uomo non ha veramente altro desiderio che della felicità, e non desidera e non ama la vita se non quanto la reputa strumento o subbietto di quella. Scopo, non pur principale, ma unico della vita è il piacere; e il vivere, per sè stesso, non è bisogno, perchè disgiunto dalla felicità non è bene. Tale in sostanza il pensiero del Leopardi, quale si trova chiaramente espresso in molti luoghi delle poesie e delle prose[136]: e questo pensiero bisogna aver presente per ben intendere la estetica di lui.

Quanto è naturale nell'uomo il desiderio della felicità, altrettanto la infelicità è necessaria. «Certo l'ultima causa dell'essere non è la felicità; perocchè niuna cosa è felice»[137]. «Nessuna cosa credo sia più manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i viventi. Se questa infelicità non è vera, tutto è falso, e lasciamo pur questo e qualunque altro discorso»[138]. Il poeta credette alcun tempo che della infelicità propria fossero in tutto o in parte colpevoli gli uomini stessi[139]; ma la opinione in cui da ultimo si fermò fu che la infelicità nasce, non già da umano pervertimento, ma da necessità di natura[140]. La sciagura umana è irreparabile, e non ha conforto altro che il riso[141]. La felicità è impossibile anche per un momento solo; tale il concetto del Dialogo di Malambruno e di Farfarello. Non è possibile non patir sempre, sia per fatto degli uomini, o per fatto della natura; tale il concetto del Dialogo della natura e di un Islandese. La infelicità è maggiore negli animi più eccellenti; tale il concetto del Dialogo della natura e di un'anima. E la vita è così fatta che non si potrebbe per nessun modo sopportare, se non fosse ogni poco interrotta dal sonno: «Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte»[142]. Ciò nondimeno, dicendo che tutti gl'intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri sono occupati dalla noja[143]; e che la vita allora riesce veramente cara, quando, scampatala da un pericolo, ci par quasi di ricuperarla[144]; e che il solo modo che gli uomini abbiano di gustare quella tanta felicità che può loro toccare in sorte si è di rinunziare alla felicità[145]; il poeta viene a riconoscere che sono nella vita alcuni piaceri (sebbene affermi il piacere esser figlio d'affanno e il diletto non altro che un uscire di pena[146]), e che la vita può essere, sia pure in qualche menoma parte, goduta, e che una qualche felicità, sia pure scarsa, stentata, fuggevole, vi può trovar luogo.

E in fatti il poeta, ancorchè dica la vita inutile miseria e spoglia di qualsiasi frutto[147], pure enumera alcuni beni ond'essa vita è consolata: primo fra tutti la giovinezza, poi l'amore, poi ancora le dolci illusioni, i felicissimi inganni, i fantasmi consolatori. Qui ci s'apre naturalmente il passo a discorrere delle idee estetiche di lui.

L'amore fu pel Leopardi, più che altro, una fervente, ossequiosa ed estatica ammirazione della bellezza sensibile; e in ciò si differenzia notabilmente da altre forme dell'amore ideale, o, come suol dirsi, platonico, ove si ostenta di non curare e di non istimare la veste corporea e caduca dell'anima. Tale ammirazione può raccogliersi da molti luoghi degli scritti del poeta, cui l'amore della bellezza già faceva scordare negli anni giovanili l'amor della gloria[148]. Beltade onnipossente è maestra d'alto affetto[149]; sembra rivelare alto mistero d'ignorati Elisi[150]; però che un caro sguardo è tra le cose mortali la più degna del cielo[151], e la bellezza è, fra noi, come una viva immagine del cielo, e una fonte inenarrabile d'eccelsi, immensi pensieri e sensi.

Beltà grandeggia, e pare,