Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so[178].
Senza affetti e senza errori gentili la vita è notte a mezzo il verno[179]; e dileguata la giovinezza, la vita appare abbandonata e scura, e non si colora più mai d'altra luce, e l'uomo è fatto estraneo alla terra[180]. Sopra tutte le cose è da aborrir la vecchiezza, perchè chiusa alle care illusioni; e da aborrir sono i vecchi, che la giovinezza già per sè fuggitiva si studiano di spegner nei giovani[181]. Però Consalvo è lieto di morire in sul fior dell'età.
«Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle care illusioni», scriveva in età di ventidue anni il Leopardi al Brighenti[182]. E non molti giorni innanzi aveva scritto al Giordani: «Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo o di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono tutta la nostra vita»[183]. In questa opinione durò egli poi lungamente, salvo qualche contraddizion passeggiera di tanto in tanto, e salvo ancora che in certi tempi verità e menzogna egli involse nello stesso disdegno. Non sarà fuor di luogo notare che il fratello Carlo fu in ciò dello stesso sentire di Giacomo. In una lettera che il primo scriveva al secondo ai 16 di dicembre del 1822, si legge: «In conclusione si è sempre detto, che le città grandi non sono fatte per l'uomo di sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il mondo: le pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être habité»[184].
Ma qui nasce un dubbio che, date certe contraddizioni del pensiero leopardiano, non è agevol cosa risolvere. D'onde provengono nell'animo umano queste benedette illusioni, che sole dànno pregio alla vita, e sole ne temperano la infelicità? Nella lettera al Giordani testè ricordata il poeta scriveva: «Io credo che nessun uomo al mondo in nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni, perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma della natura; la quale expellas furca, tamen usque recurret, Et Mala perrumpet furtim Fastidia victrix»[185]. E così in molte altre occasioni lodò la natura quale soccorritrice di lieti inganni e di felici ombre, e perchè, con benefica impostura, si studiò di occultare e di trasfigurare agli uomini la parte maggiore della infelicità loro[186]; ma una lode di tal maniera, se suona bene sulle labbra di un discepolo del Rousseau, non può non disdire sulle labbra di tale a cui giudizio essa natura fu madre in parto ed in voler matrigna, e di tutt'altro curante che del male nostro o del bene, e tale insomma che, discordando affatto dalle nostre vaghe immagini, e chiusa ad ogni pietà, ci danna irreparabilmente al dolore[187].
Essendo che la natura, secondo si ragiona nel Dialogo della natura e di un'anima, è una specie di essere medio, intermediario fra il destino e le creature, potrebbe darsi che le illusioni ci scaturissero da una qualche fonte soprammondana e soprannaturale; fossero alcun che di simile alle idee tipiche di Platone. E a sì fatto concetto sembra che si conduca alcuna volta il poeta; sebbene non sia possibile intendere come dal brutto
Poter che ascoso a comun danno impera
emani il bello, fluiscano le sole consolazioni che all'uomo sia dato sperare. Ma noi contentiamoci di venir notando le varie conformazioni del pensier del poeta, e non pretendiamo, chè sarebbe impresa disperata, sciogliere le contraddizioni in cui esso si viene avvolgendo. Pongasi mente a que' versi della canzone Alla sua donna ove il poeta invoca ed esalta, non una donna reale, non una donna idealizzata, ma propriamente l'idea della donna[188]: che dice il poeta?
Già sul novello