In entrambi i componimenti il poeta accosta la musica alla bellezza, e all'una e all'altra attribuisce la stessa virtù. Nel primo l'accostamento è immediato: nel secondo il poeta accenna agli effetti della musica dopo aver detto di quelli della bellezza che pajon segno e sicura spene
Di sovrumani fati,
Di fortunati regni e d'aurei mondi.
Disse il Leibniz la musica essere un secreto esercizio aritmetico dell'anima, la quale conta senza saper di contare[233]; e il Kant poneva fra le arti belle la musica solo in grazia dei rapporti matematici che passan fra i suoni, e dall'occulto apprendimento di tali rapporti credeva nascesse il piacere. Lo Stendhal affermò quello della musica essere piacere puramente fisiologico. Uno scrittore musicale di molto grido, Edoardo Hanslick, ebbe a sostenere, ora è quasi mezzo secolo, in un libro che fece molto romore, e suscitò molte dispute, non ancora finite, la musica non avere altra sostanza e altro contenuto che di suoni, e non doversi proporre, nè di esprimere, nè di far nascere sentimenti[234]. Senza voler punto entrare nella difficilissima e forse mal posta questione[235], gli è certo che il Leopardi non si accorda con nessuno di costoro, mentre s'accorda con altri, ch'ebbero della musica altro sentimento ed altro concetto. Lo Schiller disse la musica esprimere l'anima; lo Schelling, contener essa le forme delle idee eterne; Giorgio Hegel, essere il suo dominio superiore a quello della vita reale; il Lamennais, significare la musica i tipi eterni delle cose; il Vischer, esser essa lo stesso ideale. Il Beethoven giudicava le rivelazioni della musica superiori a quelle della filosofia; e il Gounod, ricordando una rappresentazione dell'Otello del Rossini, alla quale aveva assistito nella sua fanciullezza, scriveva: «Il me sembla que je me trouvais dans un temple, et que quelque chose de divin allait m'être révélé». Il Carlyle definì la musica una specie di linguaggio inarticolato e imperscrutabile, il quale ci guida sino all'orlo dell'infinito, e ci lascia, per un istante, spingere nell'abisso lo sguardo; e il Poe disse che nella musica vien fatto all'animo umano di creare bellezza soprannaturale.
Con tutti costoro ben s'accorda il Leopardi; e più ancora s'accorda forse con lo Schumann e col Berlioz, nella fantasia dei quali l'immagine della donna amata si compenetrava e fondeva con la immagine musicale. Ma più che con essi tutti consente (ed è cosa che vuol essere da noi particolarmente notata) con lo Schopenhauer, col quale in tante altre cose, senza saperlo, consente. Lo Schopenhauer fu appassionatissimo di musica, e ne scrisse con mente di filosofo e cuore di artista. La disse arte meravigliosa; la più possente delle arti; quella che immediatamente esprime il volere, cioè il principio essenziale ed universale che si appalesa nelle singole e individuate esistenze; quella che ci fa penetrare sino al cuore delle cose; occulta filosofia. Egli disse ancora il mondo potersi chiamare una musica corporata; e la musica parlare a noi di altri mondi e migliori; rivelarci da lungi un paradiso inaccessibile; essere la panacea di tutti i mali[236]. Poeta e filosofo esprimon quasi le stesse idee, parlan quasi lo stesso linguaggio.
Notiam di passata che di tutte le arti la musica è quella che deve meglio confarsi allo spirito e al sentimento dei pessimisti, se pure la inclinazione dell'animo non è scemata in essi dalla imperfezione degli organi. Le altre arti, senza poterne escludere nemmen la poesia, troppo ritengono dell'aborrita realtà, e, per quanto facciano, non è possibile mai che se ne emancipino in tutto. La musica si scioglie da ogni servaggio d'imitazione, e crea un mondo libero e nuovo ch'è tutto in lei, e realizza ed esprime, con magistero miracoloso, tutto ciò che negli animi nostri è più vago, più lieve, più occulto. Sembra davvero talvolta che essa si redima, se non dal tempo, dallo spazio, dalla ferrea legge di causalità, dalle condizioni tutte dell'essere transitorio e finito. Alcune vecchie leggende, ove si narra di rapiti e di estatici che, ascoltando una musica arcana, vissero secoli, stimandoli ore, esprimono immaginosamente questa cara illusione.
Abbiamo veduto come il Leopardi accompagni insieme la bellezza muliebre e la musica, e ne faccia quasi una coppia estetica. Se la donna appare agli occhi suoi più seducente nella danza che nel canto, non è già che anche nel canto non gli appaja seducentissima. Egli non può ripensare alla Silvia senza riudire quel dolce canto di lei, onde
Sonavan le quïete
Stanze e le vie dintorno;
e se ricorda come la Nerina (non importa ora cercare se la Nerina e la Silvia sieno due persone diverse o una sola) iva danzando, splendente di gioja e del caro lume di giovinezza, si duole di non più udir quella voce, di cui bastava un lontano accento a scolorargli il viso. Vagando per la campagna la notte, il giovane poeta aveva sussultato, udendo improvvisamente l'arguto canto d'ignota fanciulla: