II.

Tali immaginazioni e credenze appajono, nel medio evo, incarnate in numerosi racconti, de' quali alcuno ripete un tema pagano antico, altri sono certamente venuti dall'Oriente, altri sono, secondochè si può ragionevolmente congetturare, nati qua e colà, fra le genti cristiane, senza che sia possibile dire nè come nè quando.

Il tema più usuale e più diffuso di racconto è quello di una sequela di casi, meravigliosi e terribili, pronunziati di lunga mano, i quali si effettuano a dispetto di quanti provvedimenti furono presi in contrario; anzi, molte volte, in grazia di quei provvedimenti medesimi. Nasce un bambino, o una bambina: gli astrologi, o gl'indovini, o alcun'altra persona, umana o soprannaturale, a cui sia data facoltà di leggere nel futuro, predicono che l'essere novamente nato morrà di mala morte, in tale o tal modo; o soggiacerà a gravi sciagure; o di gravi sciagure sarà cagione altrui. I genitori, o altre persone cui ciò importi, chiudono e custodiscono il fanciullo, o la fanciulla, in un palazzo, in un castello, in un fondo di torre, o li abbandonano in luogo deserto, o li gettano in mare, o in altro modo procacciano, senza venirne a capo, la morte loro. Dopo alcuni anni, tutto quanto era stato preveduto e annunziato, subitamente e irresistibilmente si compie.

Il più antico racconto di tal fatta che si conosca è la storia del Principe predestinato, scritta in Egitto ai tempi della XXª, se non pure della XVIIIª dinastia, ma narrata forse fra quel popolo assai prima che scritta: dopo di essa si può ricordare la storia di Ati, figliuolo di Creso, riferita da Erodoto. Nel medio evo corsero fra le genti cristiane numerosi racconti inspirati da quel tema, alcuni dei quali mi pajono meritare uno speciale ricordo.

Anzi tutto è da avvertire che il mito di Edipo, il quale è, fra i miti dell'antichità pervenuti sino a noi, quello che più fortemente esprime il concetto del fato, non solo fu cognito al medio evo, ma fu, da scrittori di quella età, ripetuto, e preso a soggetto di nuove composizioni. Abbiamo di un ignoto poeta, vissuto non più tardi del XII secolo, una lamentazione latina di Edipo sui corpi de' suoi due figliuoli. Edipo dice, tra l'altro, che tutta la sequela dei luttuosi avvenimenti, sino al fratricidio, era stata preordinata dal fato:

Ab antiqua rerum congerie

cum pugnarent rudes materiae

fuit moles hujus miseriae

ordinata fatorum serie[561].

In quello stesso secolo XII, un poeta francese, che non si sa con certezza chi fosse, introduceva il mito classico in un poema che ha il proprio argomento, e quasi anche il titolo della Tebaide di Stazio, il Roman de Thèbes[562], poema che fu, assai probabilmente, tradotto o rifatto in Italia[563].