I moderni scrutatori dei linguaggi, delle tradizioni e dei miti posero in sodo che il mito, da alcuni per brevità chiamato edenico, è uno dei più antichi di cui l'umanità serbi memoria. Le indagini loro hanno disvelato una lontana convergenza, ed una, almeno parziale sovrapposizione geografica delle tradizioni paradisiache sparse fra le genti della doppia famiglia ario-semitica; e una opinione s'è accreditata e fatta ormai generale fra essi, che quelle tradizioni, per quanto spetta ai grandi popoli storici, mettan capo a un'era antichissima, quando la gente aria viveva ancora congiunta nell'altipiano del Tibet, o in regione a quello adiacente, e sieno, in parte, lontane e diversificate reminiscenze di una patria comune. Il mito, quale appare nelle tradizioni assiro-caldaiche e fenice, e quale cel porge il racconto biblico, è esso stesso, secondo ogni probabilità, di origine indo-germanica. Il cherubino, che nel racconto della Genesi sta a custodia del Paradiso, non appartiene, nè pel nome, nè per la condizione e l'officio, al mondo semitico, ma rimanda, secondo congettura il Renan, a una radice gribh, o grabh, occorrente in tutte quasi le lingue ariane, e ricorda in singolar modo, secondo avverte il Lenormant, i Garudi dell'India. Da altra banda un vasto complesso d'indizii mostra che l'Eden biblico deve rintracciarsi in quei medesimi luoghi ove i libri sacri dell'India e dell'Iran pongono il Meru e l'Hara-berezaiti. A me basta di avere accennato rapidamente tutto ciò, non essendo mio còmpito addentrarmi nell'esame dei fatti e delle opinioni, nè richiedendosi ch'io ne faccia una esposizione particolareggiata e compiuta[2]. Ma come nacque, e di che ragioni, il mito meraviglioso? e quali sono i collegamenti suoi con la realtà geografica, con la vita storica primitiva, e con quello che, in mancanza di più acconcia espressione, chiamerò il contenuto della coscienza? Non è cosa agevole rispondere a così fatte domande.

Che il mito abbia una radice storica; che contenga dentro di sè, oscurato più o meno, il ricordo di una antichissima sede, di una prisca patria, alla quale tornano col pensiero e col desiderio, fantasticamente abbellendola, le razze che ne migrarono; e che immedesimandosi quel ricordo via via, come porta la fortuna di migrazioni consecutive, con ricordi d'altre sedi mutate e rimutate, serbi pur sempre alcun che dell'originale esser suo, è cosa che si deve senz'altro ammetter per vera, e che tale è provata da più altri esempii di miti affini.

Che, inoltre, nel mito, si riverberi il ricordo annebbiato di una primitiva condizione sociale, anteriore allo stabilimento della proprietà fondiaria, e agli ordinamenti che ne furono la necessaria conseguenza, può credersi; ma che il mito stesso abbia significato essenzialmente economico, ch'esso sia un grido di dolore del proletariato e la propria leggenda del socialismo, come dissero il Laveleye, il Malon, e ultimamente con dottrina copiosissima e lucidissima esposizione, il Cognetti De Martiis[3], non parmi opinione che regga, quando si considerino le condizioni tutte d'organamento e di vita sociale con le quali si concilia, sia l'apparizione, sia la perduranza del mito, e quando si ponga mente agli elementi molteplici ond'esso mito è composto.

Innanzi tutto, come spiegare il fatto che il mito, sia pure in forma rudimentale, appare tra schiatte d'uomini le quali durano nella medesima, primitiva condizione di vita sociale ed economica di cui quello dovrebb'essere, per lo appunto, un ricordo? Inoltre, se il mito è leggenda di proletarii, perchè mai le teocrazie e le aristocrazie tutte lo raccolsero esse così amorosamente, e così gelosamente lo custodirono? Più lo scruto e lo sviscero, e più mi sembra che il mito, s'è, per qualche picciola parte un ricordo, sia per la massima parte una visione ideale, nasca dalla projezione di un fantasma interiore nel tempo e nello spazio. Vero è che giova, a questo proposito, fare alquanto maggiore la separazione tra il mito dell'età dell'oro e il mito del Paradiso terrestre, e riconoscere che più copiosi in quello sono gli elementi storici, sociali, economici, più copiosi in questo gli elementi ideali, mitici ed etici.

Che nel mito paradisiaco ario-semitico, e in altri affini, si trovin tracce di un antichissimo culto della natura, non credo si possa negare. L'albero della vita è l'albero che porge il nutrimento; l'albero della scienza è l'albero che dà responsi: entrambi appajono in numerose mitologie, fatti spesso compagni dell'albero generatore da cui procedono gli uomini. Indipendentemente da qualsiasi storica reminiscenza, l'uomo è tratto, per virtù spontanea di fantasia, a immaginare uno stato di vita assai più felice di quello toccatogli in sorte, e a porre quella felicità assai remota da sè, o nello spazio, o nel tempo. Se nel tempo, egli deve necessariamente respingerla nel passato o nel futuro. A respingerla nel passato egli sarà sollecitato da quella medesima illusione che forza i vecchi a lodare i giorni e le cose che furono, da quella stessa mitica fantasia che lega insieme la felicità, l'apparir del sole, il cominciamento dell'anno, la primavera, la nascita di tutte le cose. Altre cagioni e ragioni potranno sollecitarla ad allontanar nel futuro quel sogno di felicità, come interviene a noi, cui la scienza vieta ormai di colorirlo nel passato. Disse lo Schopenhauer: «La felicità è sempre, o nel futuro, o nel passato, e il presente è da rassomigliare a una piccola nube oscura, cacciata dal vento sul piano soleggiato: innanzi ad essa e dietro di essa tutto è chiaro: essa sola getta sempre un'ombra sul piano.»[4] E Vittore Hugo, nell'Année terrible:

Les philosophes, pleins de crainte ou d'espérance,

Songent et n'ont entre eux pas d'autre différence,

En révélant l'Eden, et même en le prouvant,

Que le voir en arrière ou le voir en avant.

A noi non è più concesso figurare il sogno nello spazio, almeno in quel tanto spazio che la superficie del nostro pianeta comprende; ma tutta l'antichità credette all'esistenza di popoli remoti, i quali, governati dal senno e dalla virtù, beneficati da terra feconda e da clementissimo cielo, vivevano felicissimi, esenti dai morbi, non asserviti al lavoro, fruenti di rigogliosa longevità.