der vil wunderliche gotes degen;
ma a nessun altr'uomo fu più conceduto di ritrovarla[393]. Pietro Bersuire riferisce questa stessa immaginazione alle Isole Fortunate, così dette da alcuni «quia casu et fortuna quandoque reperiuntur; si autem a proposito quaerantur, raro aut nunquam inveniuntur»[394]. In un trattato dell'arte di navigare di Pietro di Medina, autore spagnuolo del secolo XVI, l'Isola Perduta si confonde con la famosa Antilia, da cui venne il nome alle Antille[395].
L'Isola Perduta e introvabile fu cercata da molti, specie dopo che la scoperta del Capo di Buona Speranza e dell'America, ebbe acceso negli animi la febbre delle remote esplorazioni; e qualcuno pretese anche di averla trovata[396]. Ad ogni modo era comune speranza che dovesse, un dì o l'altro ritrovarsi; e quando, il 4 di giugno del 1519, Emanuele di Portogallo rinunziò alla Spagna, col trattato d'Evora, ogni suo diritto sull'Isole Canarie, l'Isola Perduta, o Nascosta, fu espressamente compresa nella rinunzia[397]. Nel 1569 Gerardo Mercator segnava ancora sulla sua mappa l'isola misteriosa, e nel 1721 partivano in traccia di essa gli ultimi esploratori.
La leggenda di San Brandano n'ebbe poche pari in celebrità. Essa fu introdotta, in forma più o meno svolta, secondo le redazioni, nella Image du monde, che diffusissima essa stessa, ajutò a diffonderla sempre più[398]. Un frate Filippo di Cork la inserì, non so se per disteso o in ristretto, in un suo trattato provenzale delle meraviglie dell'Ibernia, che si conserva tra' manoscritti del Museo Britannico; Pietro de Natalibus nel suo Catalogus Sanctorum; Wynkyn de Worde nella sua Golden Legend, ecc. Ricordi se ne trovano nel Lohengrin, nel Wartburgkrieg, e in altri poemi tedeschi. Essa era divenuta un tema consueto di narrazione e di recitazione, e in un luogo della prima rama del Renard si trova ricordata insieme con istorie romanzesche del ciclo brettone. Inni di religiosi sonarono in onore del santo che aveva corsi i mari, e preghiere si recitarono, che dissero composte da lui fra i perigli della temeraria navigazione[399]. Giovanni di Hese ebbe fantasia di emularlo, e accrebbe con brandelli della leggenda di lui l'ingegnoso tessuto delle sue innocenti bugie. Nel presente secolo poeti inglesi si ricordarono del santo morto da dodici secoli, e presi d'ammirazione, ne ricantarono in vario modo le meravigliose avventure.
Di queste avventure pochissimi si mostrarono disdegnosi nel medio evo, e di questi pochissimi fu Vincenzo Bellovacense. Egli dice d'avere escluso affatto dall'opera sua la storia della peregrinazione di San Brandano a cagione dei vaneggiamenti ond'essa è piena, propter apocripha quaedam deliramenta que in ea videntur contineri[400]. Ora, sì fatto rigore ha alquanto dello strano, perchè se la fama onde Vincenzo gode presso i posteri è, per più rispetti, onorevole, non però è fama di uomo in cui abbondi lo spirito critico e naturalmente avverso a raccontar fanfaluche. E più sembra strano quando si vede ch'egli, mentre ricusa di narrare la storia di San Brandano, narra poi la storia non molto meno miracolosa di San Maclovio[401].
San Maclovio o Macute, o Macuto (il Saint Malo dei Francesi) fu irlandese ancor egli; ma ottenne poca celebrità in patria, e divenne per contro un santo famoso tra gli Armoricani, i quali si studiarono di allargarne e adornarne quanto più poterono la leggenda, e l'allargarono e l'adornarono, sembra, a spese di San Brandano; e dico sembra, perchè la cronologia, in tutte queste storie di santi, è assai oscura ed incerta, e può dar luogo a opinioni contraddittorie. Nei ricordi più antichi San Maclovio è soltanto uno dei monaci di San Brandano, e un compagno de' suoi viaggi, i quali sono ricordati solamente di volo[402]; ma poi usurpa il luogo del suo superiore e diventa il capo della spedizione, e San Brandano diventa uno dei seguaci. San Maclovio imprende due viaggi per ritrovare l'isola d'Ima, la quale non è il Paradiso, ma ha col Paradiso moltissima somiglianza. Nel secondo ha compagno San Brandano, e chiede a un gigante da lui risuscitato notizie dell'isola di cui va in traccia. Il gigante ricorda d'aver visitato una volta un'isola, la quale, cinta di un aureo muro, splendeva come uno specchio, ed era vuota di abitatori. Pregatone, egli, ch'è di smisurata altezza, entra nell'oceano profondo, e si trae dietro la nave dei monaci, per andare alla scoperta dell'isola beata; ma insorge una furiosa burrasca, e debbon tutti tornarsene onde sono venuti. Poco dopo il gigante, che ha ricevuto il battesimo, si muore[403]. Sigeberto Gemblacense narra anch'egli il viaggio di San Maclovio; ma dice che questi fu sollecitato, oltrechè dal desiderio proprio, dall'esempio del suo maestro ed abate Brandano, il quale ardeva non men di lui della brama di trovar l'isola felice, e fu il promotore della peregrinazione, ut scriptura vitae ejus demonstrat. Mette in dubbio che l'isola da essi cercata sia il Paradiso terrestre, e dice che, stando alla fama, è un'isola copiosa di tutti i beni e abitata da cittadini del cielo, che menan quivi santa e gioconda vita[404]. Anche San Maclovio scese co' suoi compagni sopra il dorso di una balena, credendola un'isola, e vi celebrò una messa. Quanto al gigante risuscitato e battezzato da lui, sarà opportuno avvertire che nel racconto gaelico della navigazione di San Brandano, questi risuscita e battezza una gigantesca fanciulla bionda, la quale misura ben cento piedi d'altezza, e che richiesta, dopo il battesimo, se voglia tornare fra' suoi, o andarne subito in Paradiso, elegge la sorte più felice, e ricevuto il viatico, incontanente rimuore[405].
Gli esempii di San Barinto e di San Mernoc, di San Brandano e di San Maclovio, dovettero scaldare la fantasia e turbare i sonni a molti monaci di buona volontà, non meno provveduti di fede che di coraggio. Gotofredo da Viterbo, che parla della esploratrice curiosità di certi monaci dell'Armorica,
Qui marium fines scrutantur et ultima terrae,
Ut valeant populis post tempora longa referre
Quas ibi materies, quae loca mundus habet,