[348]. Intorno al Razzano (latinamente Ransanus) vedi Quétif et Echard, Scriptores ordinis praedicatorum, t. I, pp. 876-8. L'Alberti attinge sovente dalle opere storiche e geografiche di lui. Benvenuto Cellini racconta nella Vita, l. I, LXV, che un prete siciliano, necromante, con cui ebbe una strana e ridicola avventura nel Colosseo, gli disse che il luogo più a proposito per la consacrazione dei libri magici era nelle montagne di Norcia. Benvenuto era deliberato d'andarvi e farne esperimento, come prima avesse finite certe medaglie per il papa, intorno alle quali lavorava; ma poi seguì caso che lo svolse da quel pensiero. Nemmen egli fa cenno di Pilato.

[349]. «In Piceno ad latus Montis Victoris, quo in Orientem spectat, lacus invenitur fama nobilitatus; Nursinum dicunt. In eo cacodaemones innatare vulgus imperitum dictitat: quoniam aquae perpetuis motibus salire, et vicissim subsidere cernuntur, equidem non sine ingenti illorum admiratione, qui caussam ignorant.» Cosmographia generalis, Amsterdam, 1621, p. 579. Il Merula non è fra gli scrittori citati dal Reumont, che parlarono dell'antro della Sibilla presso Norcia. Reco qui le sue parole, quali si leggono a pag. 387, sebbene differiscano poco da quelle che l'Alberti scrive intorno lo stesso argomento. «Est et alius Sibyllae specus in Piceno, haud procul Castello D. Mariae Gallicanae, in Apennino, immanis sane et horribilis. De eo vulgi sermo est aut verius insulsa et putida fabula: hac ad Sibyllam patere aditum; quae regnum intus luculentum atque spaciosum possideat, magnificis aedibus et basilicis plenum, in quibus innumerae gentes versentur, oblectationibus veneriis inter choros puellarum lascivientium, et per ea iucundissima tecta et amoenissimos hortos diffluentes; id vero interdium tantum accidere, noctu enim viros mulieresque pariter atque una Sibyllam ipsam in terribiles mutari dracones, simulque cum teterrimis illis belluis primum opere venerio congredi iis necesse esse, qui intra admitti cupiunt; nec ante annum exactum quemquam contra voluntatem retineri, nisi quod unum omnino quotannis, ex numero, qui tunc recepti fuerunt, manere oporteat. Ad hanc porro auram inde reversis tantas Sibyllam praerogativas elargiri, ut felicissimo deinceps toto vitae cursu utantur». Qualche altro scrittore che fa menzione dell'antro della Sibilla ricorda il Torraca nello scritto citato.

[350]. Scelta di poesie italiane non mai per l'addietro stampate de' più nobili autori del nostro secolo, Venezia, 1686, pp. 67-72.

[351]. Vol. IV, art. 5; voi. XCVII, art. 17. Non ne è cenno neanche nel raro e curioso libro di H. Kornmann, De Monte Veneris, d. i. die wunderbare und eigentliche Beschreibung der alten heidnischen und neuen Scribenten Meynung von der Göttin Venus, ihrem Ursprünge, Verehrung und königlichen Wohnung mit deren Gesellschaft, wie auch von der Wasser-, Erde-, Luft- und Feuer-Menschen, Francoforte, 1614.

[352]. Il Witte nota a proposito dei famosi versi del IV del Purgatorio, ove Manfredi narra la sorte toccata al proprio corpo. «Oberhalb der Stelle, wo Tronto und Verde sich vereinigen, bei Arquata im Gränzegebirge gegen Norcia liegt ein übelberüchtigter See, bei dem der Volksglaube den Eingang zur Hölle zeigt». Dante Alighieri's Göttliche Komödie, Berlino, 1865, p. 593. Da una lettera, con cui il prof. Vincenzo Ghinassi del R. Liceo di Spoleto gentilmente rispondeva ad alcune mie domande, rilevo che un picciolo stagno presso Norcia serba ancora il nome di Lago di Pilato, ma che tra il popolo s'è perduto il ricordo della leggenda antica, e che a spiegar quel nome un'altra immaginazione si produsse, assai poco acconcia, a dir vero. «Quando accadde in Giudea», così il prof. Ghinassi, «il grande avvenimento della crocifissione di Cristo, i montanari che passavano per quel luogo vedevano deserta la grotta della Sibilla, l'acqua del lago rosseggiante come per sangue, ed inoltre intorno al laghetto, da allora in poi, germogliò una pianticella, le cui foglie hanno sembianza di due mani riunite per il dosso, laonde la fantasia del volgo vede raffigurate in esse le mani del Redentore, congiunte insieme e perforate dai chiodi, argomentando ciò da un segno che si scorge nel mezzo di tali foglie. La fuga della Sibilla, il fenomeno delle acque del lago e della circostante vegetazione, avendo impressionato l'animo degli abitanti della montagna, questi battezzarono il detto lago col nome di Pilato, che fece eseguire la sentenza di morte contro il Nazareno. Ecco quanto confusamente, ed in varii modi, si narra per le montagne di Norcia, ed a questo si aggiunge ancora che i vecchi montanari affermano di vedere qualche volta dei pesci di forme stranissime notare nelle acque del famoso laghetto». Questi pesci pajono essere una reminiscenza affievolita degli antichi demonii. Così le immaginose e paurose leggende di altri tempi si vanno scolorando, attenuando e perdendo anche tra i volghi, e nelle più recondite vallate, loro ultimo asilo.

FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO?

I.

Gustavo Körting, parlando, in un suo libro assai noto agli studiosi della letteratura italiana, del sapere del Boccaccio e di quello che si potrebbe chiamare l'indirizzo della mente di lui, notate alcune false opinioni e alcune irragionevoli credenze che si trovan qua e là ne' suoi scritti, non dubita di affermare che, generalmente parlando, il Certaldese, per quanto s'appartiene alla superstizione e alla credenza nel meraviglioso, è, pressochè in tutto, un uomo de' tempi suoi, mentre il Petrarca è anche per questo, come per altri rispetti, quasi un uomo dei tempi nostri[353].

Un sì fatto giudizio parrà, non solamente eccessivo, ma a dirittura falso a molti, che, leggendo più propriamente il Decamerone, avran creduto di riconoscere nell'autore di esso uno spirito disinvolto e spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della tradizione, poco rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non ai sogni della leggenda e alle ubbie di una fede superstiziosa. Dire che il Boccaccio è, pressochè in tutto, un uomo de' tempi suoi, quanto a credulità e gusto del meraviglioso, gli è come dire ch'egli sta quasi alla pari con Gervasio da Tilbury, con Cesario di Heisterbach, col troppo famoso Elinando. La conseguenza a cui si giunge è manifestamente mostruosa. Altri recarono del Boccaccio ben altro giudizio, un giudizio, se non iscevro di esagerazione, assai più giusto sotto ogni rispetto. Col Boccaccio il Settembrini fa principiare un'era nuova, il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo[354]; col Boccaccio fa principiare un nuovo mondo il De Sanctis[355]; vanto che non gli si potrebbe in nessun modo concedere se, in fatto di credulità e d'inclinazione al meraviglioso, egli fosse in tutto ancora, o quasi in tutto, un uomo del medio evo. Parlando del libro De montibus, fluminibus, ecc., il Landau riconosce che, quanto a spirito critico, il Boccaccio vince i suoi contemporanei[356]; e l'Hortis, il più profondo conoscitore e l'illustrator più felice delle opere latine del Certaldese, giustamente osserva[357]; «Il Boccaccio fu spesso accusato di ripetere di molte fole;... se non che sarebbe gran torto non avvertire che la massima parte delle favole deriva dagli antichi da lui copiati, e che il Boccaccio ripete bensì mille favole, ma per questo e' non le crede. Quando scrive che agli antichi non osa contraddire e crede più a loro che agli occhi propri, e' non va creduto sulla parola. Quando questi antichi narrano un che d'inverosimile, il Boccaccio li trascrive fedelmente, però vi aggiunge, «ma ciò non cred'io,» «ciò mi sembra impossibile,» «questa è a mio giudizio una favola,» oppure osserva arditamente: «cotesto io lo stimo ridicolo!»

Noi udiamo ora un tutt'altro linguaggio. Quale dei giudici ha ragione? L'argomento non è senza curiosità e senza importanza, e merita, parmi, che se ne discorra un poco.