Del resto, una smentita, per dir così, materiale, non si fece aspettar troppo a lungo. L'anno 1648, rifacendosi per ordine d'Innocenzo X le fondamenta alla basilica di San Giovanni, fu aperta l'arca marmorea di Silvestro II, e il pontefice scelerato, che s'era fatto tagliare a pezzi, e le cui membra erano state involate e divorate da corvi, da cani e da diavoli, apparve, dice il canonico Cesare Rasponi, intero ed illeso, vestito degli abiti pontificali, con le braccia in croce, e la tiara in capo; ma appena sentì l'aria si sciolse in polvere[78].
Così finiva, dopo quasi sei secoli di vita, una delle più curiose e celebri leggende del medio evo, meravigliosa per le finzioni di cui è tessuta, notabile pel senso che racchiude. Nessuno la stimi una immaginazione scioperata, fatta solo di sogno e di nebbia. Storia essa non è, ma della storia è come un corollario e un commento. Anzi, in certo senso, al pari d'altre leggende senza numero, è storia più generale e più recondita, perchè se non narra singoli fatti veri, esprime ragioni e condizioni di fatti, desiderii e terrori di popoli, spirito, grandezza e miseria di secoli.
NOTE
[1]. Veggasi intorno a Gerberto: Hock, Gerbert oder Papst Sylvester II und sein Jahrhundert, Vienna, 1837; Olleris, Oeuvres de Gerbert, Clermont, 1867, Introduzione; Werner, Gerbert von Aurillac, die Kirche und Wissenschaft seiner Zeit, Vienna, 1878. Questi autori discorrono della leggenda in modo affatto insufficiente, e così ancora il Doellinger, Die Papst-Fabeln des Mittelalters, edizione curata da I. Friedrich, Stoccarda, 1890, pp. 184-8. In questi ultimi anni molto si scrisse intorno a Gerberto, considerato nella politica, nella scienza, nell'insegnamento, nel ministero ecclesiastico. Meritano particolar menzione due pubblicazioni recenti che hanno per oggetto le lettere di lui, cioè la fonte principale per la sua biografia: Niccolò Bubnow, Le lettere di Gerberto considerate come fonte storica (in russo), Pietroburgo, 1888 sgg.: Lettres de Gerbert publiées avec une introduction et des notes par Julien Havet, Parigi, 1889.
[2]. Magni ingenii ac vivi eloquii vir, quo postmodum tota Gallia acri lucerna ardente, vibrabunda refulsit etc., etc. Historiarum l. IV, ap. Pertz, Mon. Germ. hist., SS., t. III, pp. 616-21, 648-53.
[3]. Ai citati aggiungansi gli anonimi compilatori degli Annales Hildesheimenses, degli Annales Pragenses, degli Annales Augustani, degli Annales Sancti Vincentii Mettensis, ecc.
[4]. Bouquet, Recueil des historiens des Gaules et de la France, t. X, p. 67, vv. 166-7. Cf. le note di Adriano Valesio, pp. 82-3. La data del 1006 è resa più che probabile dal Mabillon.
[5]. Ho dinanzi, non potendo averne altro, il testo dato da Giovanni Wolf, Lectionum memorabilium et reconditarum centenarii XVI, Lavingae, 1600, t. I, pp. 292-5.
[6]. Chronicon, l. I, ap. Pertz, SS., t. VIII, pp. 366-7.
[7]. Il Doellinger (op. cit., p. 185) è d'altra opinione. Egli crede che Ugo abbia inteso parlare di sole arti cortigianesche, di lenocinii. Certo, nel latino classico, il vocabolo praestigia ebbe anche quel significato; ma nel latino medievale prevalse l'altro di artifizio magico.