Ipse..... Lycidas cantaverat Isidis ignes
Isidis, ibat enim flavis fugibundula tricis,
Non minus eluso quam sit zelata marito,
Per silvas totiens, per pascua sola reperta,
Qua simul heroes decertavere Britanni
Lanciloth et Lamiroth et nescio quis Palamedes.
Le glosse spiegano: Isidis, Isottae. Flavis tricis dicitur eo quod dicebatur Isotta la bionda. Fugiens regem Marcum maritum suum et Palamedem. Dall'ultimo verso pare peraltro che Giovanni confondesse le storie di Tristano con quelle di Lancilotto; e in quel nescio si fiuta un certo disprezzo di latinista per le favole romanze.
Quando avrò detto che nel poema dell'Intelligenza tutta la materia della Tavola Ritonda è accennata in pochi versi[595], e ricordate le note allusioni di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, avrò, non esaurita, ma chiusa questa breve rassegna; non tuttavia senza prima richiamar l'attenzione sopra un cronista verseggiatore, il quale ci porge uno dei più antichi documenti che della diffusione delle leggende brettoni si riscontrino nella nostra letteratura. È questi Gotofredo da Viterbo, nel cui Pantheon, alla particola XVIII, si narrano le storie di Uter e di Aurelio, di Vortigerno, della regina Anglia, di Merlino, della duchessa Jema (Ingerna), sino al concepimento di Artù[596]. Per tutto questo favoloso racconto Gotofredo si accorda, in sostanza con Goffredo di Monmouth; ma presenta pure alcune lievi differenze particolari, le quali si possono spiegare, o con dire ch'egli alterò così di suo arbitrio il racconto dello storico inglese, o con supporre ch'egli abbia avuto dinanzi un libro molto affine a quello di costui, quale, secondo l'opinione dello Scheffer-Boichorst, sarebbe il caso per Alberico delle Tre Fontane [597]. Asserire senz'altro ch'egli attinse da Goffredo di Monmouth, come fanno l'Ulmann[598], il Wattenbach[599], e il Waitz[600], non si può. Checchessia di ciò, Gotofredo da Viterbo fu assai probabilmente il primo ad introdurre mediante uno scritto in Italia parte della leggenda brettone. Egli non finì di lavorare intorno al Pantheon se non nel 1191; ma già nel 1186 aveva dedicato una prima redazione del libro al papa Urbano III. Con questa data si risale ai tempi della venuta dei primi trovatori fra noi. Ma non solamente il Pantheon fu composto in Italia; Gotofredo fu egli stesso italiano; e questa sua qualità accresce per noi l'importanza di quella parte della sua storia universale. L'opinione ch'egli fosse tedesco fu messa innanzi in forma dubitativa primamente dal Baronio, poi sostenuta con tutta risolutezza dal Ficker[601], e ad essa tuttavia si attiene il Wattenbach[602]; ma l'opinione contraria, professata dagli istoriografi più antichi, fu, parmi, dall'Ulmann dimostrato essere la vera[603].
NOTE
[556]. Vedi indietro, pp. 303-4.