waz ein ieglîch man tuon sol

der nach vrümkeit wil leben wol.

[590]. Vv. 1173-5:

alsô ich hân hie vor geseit

an mîm buoch von der hüffcheit

daz ich welhschen hân gemacht.

Due libri dice Tommasino di aver composto prima del Wälsche Gast, l'uno Della Cortesia, già citato, l'altro Della Falsità. In che lingua erano composti questi due libri? Dice il Rückert nella Prefazione al poema, p. IX: «Merkwürdig ist es, dass er, der sich ausdrücklich auch als Dichter in wälscher Sprache, d. h. in nordfranzösischer, aufführt, doch keine grösseren Einwirkungen der Formengesetze einer fremden Verskunst zeigt, als sie überhaupt die ganze damalige deutsche Poesie in den hörischen Reimpaaren aufweist». Ma che ragion c'è di credere che quei libri fossero scritti in francese? Tommasino usa welhsch sempre in significato d'italiano e non di francese. Egli si chiama da sè stesso welhsche gast, cioè ospite italiano; egli dice (vv. 34-6) di non voler mescolare parole della sua lingua (welhische worte) nella lingua del suo poema. Quei libri erano certamente scritti in italiano, e però sarebbero tra i più antichi monumenti della nostra letteratura volgare. Del libro Della Cortesia non s'è potuto sin qui trovar traccia; ma potrebbero forse avere qualche parziale attinenza con esso la poesia di Bonvesin da Riva, De quinquaginta curialitatibus ad mensam, e l'anonima di affine argomento pubblicata dal Bartsch, Rivista di filologia romanza, v. II, p. 43. Quanto all'altro, il Grion credette potessero esserne frammento alcuni versi volgari pubblicati dal Mussafia, Analecta aus der Marcusbibliothek, Jahrbuch für romanische und englische Litteratur, v. VIII (1867), p. 211 (Grion, Frîdanc, in Zeitschrift für deutsche Philologie, v. II (1870), p. 432). Questa congettura, o, piuttosto, questo semplice dubbio, parve del tutto infondato al Bartsch (August Koberstein's Grundriss der Geschichte der deutschen Nationalliteratur, fünfte umgearbeitete Auflage von Karl Bartsch, Lipsia, 1872-4, v. I, p. 245, n. 5). Il prezioso codice Saibante, d'onde lo Zeno trasse quei versi pubblicati dal Mussafia, si credette lungo tempo perduto; ma, com'è noto, esso riapparve, non ha molto, fra i manoscritti della collezione Hamilton, e trovasi ora a Berlino. Il prof. Tobler ha già pubblicato di su quel codice una versione veneta dei Disticha Catonis, il libro di Uguccione da Lodi già citato, il libro di Girardo Pateg, e certi Proverbia que dicuntur super natura feminarum, ove quei versi per lo appunto ricorrono. L'autore di questi Proverbia rimane ignoto per ora: esso non fu certamente Tommasino de' Cerchiari (Zeitschrift für romanische Philologie, vol. IX (1885), p. 288).

[591]. Vv. 1135-7.

[592]. Nota il Foerster nella Introduzione al Cligés cit. p. XXV, che le allusioni che nel Wälsche Gast si trovano fatte a questo romanzo, riferisconsi al poema francese, essendo posteriori di tempo i rifacimenti tedeschi.

[593]. Vedi intorno ad esso Tiraboschi, Storia della lett. ital., ed. dei Classici, t. V, pp. 877 sgg. Il Vedova, nella sua Biografia degli Scrittori Padovani, non ne registra nemmeno il nome.