Et cupiunt fictis vultibus esse pares.
Non potuit natura deos hoc ore creare
Quo miranda deûm signa creavit homo.
Vultus adest his numinibus, potiusque coluntur
Artificum studio quam deitate sua.
Urbs felix, si vel dominis urbs illa careret,
Vel dominis esset turpe carere fide.
In una seconda poesia Ildeberto finge che Roma stessa gli risponda[69]. Queste prosopopee sono molto frequenti nelle letterature del medio evo. Roma si dice lieta della sua sorte. Vero è che, decaduta d'ogni sua grandezza, ella ha quasi perduta la memoria di sè medesima; vero è ch'è perita la forza delle armi, che precipitata è la gloria del senato, che rovinano i templi, che i teatri giacciono nella polvere, che i rostri son vacui e mute le leggi, che manca il coraggio ai valorosi, il diritto al popolo, il colono ai campi; ma la presente miseria è più gloriosa dell'antica prosperità, ma Pietro è da più di Cesare. I Cesari, i consoli, i retori le diedero la terra, Cristo le diede il cielo. Un cristiano, il quale per giunta era vescovo, non poteva ragionare altrimenti; ma la enumerazione stessa, dolorosamente minuta, dei danni sofferti mostra che il bene acquistato non racconsolava interamente del bene perduto. La Roma di Pietro lasciava desiderare talvolta la Roma di Cesare.
E più che le mura superbe si ridesideravano gli uomini per la cui virtù Roma era diventata regina del mondo. Il Boccaccio nella già citata canzone, li chiama un per uno:
Ove li duo gentili Scipïoni,