Or di saper chi fôro

Arde la voglia tua sì che no 'l tace.

Ond'io farò come chi satisface

L'altrui voler nella giusta dimanda,

E perchè di lor fama anc'or si spanda.

E da Romolo ad Augusto fa vedere al poeta i suoi più illustri figliuoli.

Secondochè avvenne un tempo (e in parte avviene ancora) di tutte le cose che fortemente occuparono la memoria e la fantasia degli uomini, Roma ebbe nella leggenda un'amplificazione ideale di vita e di gloria. Le sue mura secolari, le massime sue vicende, gli uomini che più con l'opre ne illustrarono o ne offuscarono il nome, diedero origine a tutto un mondo di colorite finzioni, delle quali ora mi accingo a discorrere. Come, essendo nel pieno della potenza, Roma vide affluire tra le sue mura, sin dai più remoti angoli della terra, le disparatissime genti soggette al suo dominio, così, essendo travolta e giacente, vide da settentrione e da mezzodì, da oriente e da occidente, scendere sopra di lei le immaginazioni e le favole. Essa divenne allora centro di attrazione per un infinito numero di fantasie solute e vaganti, le quali, come furono entrate, per dir così, nella sua orbita, non ne uscirono più. La smania delle riconnessioni, di cui più esempii ci mostrò la vita reale, si manifesta ugualmente in questo mondo di sogni. Poter dire di una storia bugiarda qualsiasi, che essa è romana, e narrata nelle istorie romane, vale acquistarle favore e credenza. Dalle più remote regioni del mondo verranno le favole a legarsi a Roma. Il libro dei Sette Savii, giunto dall'estremo Oriente in Europa, acquisterà dritto di cittadinanza e universalità senza pari, legandosi indissolubilmente al nome di Ottaviano, o di Diocleziano[71]. Nei Gesta Romanorum si romanizzeranno finzioni d'ogni patria e condizione, si attribuiranno a imperatori di Roma storie immaginate sulle rive del Gange, e i capitoli cominceranno spesso con le sacramentali parole: Quidam imperator regnavit, come per dare al racconto un nesso sicuro e legittimo. I monumenti e le rovine di Roma si copriranno di leggende come di piante parassite.

Così la ragione e il sentimento, il sapere e la fede, la storia e la leggenda, concorrono del pari nella glorificazione della eterna città. Quando, per ricevere la corona d'alloro, costume rinnovato dagli antichi Romani, Francesco Petrarca pospone Parigi e Napoli a Roma, il pensiero che lo guida non è, come a prima giunta potrebbe parere, un pensiero nuovo, proprio dell'umanista, ma è anzi un pensiero vecchio, familiare a tutto il medio evo, e solo ritemperato nella nuova coltura.

Se non che le voci che nella età di mezzo suonano intorno a Roma, non tutte sono di ammirazione e di lode. A fianco della Roma antica che vive nella memoria degli uomini, c'è la Roma Nuova, la Roma dei papi, che vive nella realtà delle cose, e quanto quella sembra degna di gloria, tanto questa, a molti, sembra degna d'infamia. Se alcuni uomini religiosi si sgomenteranno di certi ricordi, e imprecheranno ai poeti e ai filosofi pagani, molti più s'adonteranno delle vergogne onde Roma papale è fatta turpe ricettacolo, e malediranno alla corruzione della Chiesa. Quello stesso Alessandro Neckam che abbiam veduto celebrare in versi traboccanti di nobile entusiasmo la Roma degli Scipioni e di Cesare, così, in alcuni altri versi, parla della Roma dei pontefici[72]:

Roma, vale, papam, dominos quoque cardines orbis,