[45]. Notisi che già Lucano nel I della Pharsalia, v. 427-8, ricorda come gli Arverni osassero fingersi fratelli dei Latini,
Arvernique ausi Latio se fingere fratres,
Sanguine ab Iliaco populi.
Anche gli Edui si gloriarono di cotal fratellanza.
[46]. Gregorii Turonensis historia Francorum epitomata per Fredegarium scholasticum, ap. Bouquet, Recueil des historiens des Gaules et de la France, t. II, p. 394.
[47]. Bouquet, Recueil, t. II, p. 542. Secondo i Gesta, i Franchi furono così chiamati dall'imperatore Valentiniano, dopochè ebbero espulsi gli Alani dalla palude Meotide. «Tunc appellavit eos Valentinianus imperator Francos attica lingua, quod in latinum interpretatur sermonem, hoc est feros a duritia vel ferocitate cordis». Circa le origini della leggenda franca varie opinioni si misero innanzi. K. L. Roth, Die Trojasage der Franken (nella Germania del Pfeiffer, I, 1, 1856) e il Braun, Die Trojaner am Rhein (Vinckelmanns, Programme des Vereins von Alterthumsfreunden im Rheinlande, 1856) fanno la origine della leggenda anteriore alle relazioni dei Franchi coi Romani, mentre il Loebell, Gregor von Tours und seine Zeit, Lipsia, 1839, p. 479 segg., sostiene la leggenda essere passata dai Romani ai Franchi. L'opinione del Roth e del Braun fu impugnata dallo Zarncke (Sitzungsberichte der sächsischen Gesellschaft der Wissenschaften, 1866) il quale afferma la leggenda essere di origine puramente letteraria, e sorta soltanto nel secolo VII. Dello stesso parere è il Wattenbach (Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter, Berlino, 1877-8, v. I, p. 89-90), ma il Wormstall (Die Herkunft der Franken von Troja, Münster, 1869) ammette una fonte storica della leggenda e alla tradizione franca subordina le versioni greco-romane. A tale opinione si raccosta pressochè intieramente il Dederich (Der Franckenbund, Annovria, 1873). Il Lüthgen (Die Quellen und der historische Werth der fränkischen Trojasage, Bonna, 1876) prende novamente ad esaminare la questione e giudica anche egli la leggenda essere di origine erudita. Questa opinione è la più probabile.
[48]. Così racconta Nennio, Historia Britonum, § 7. Goffredo di Monmouth aggiunga qualche particolare. Sbandito dall'Italia per avare ucciso involontariamente suo padre, Bruto va in Grecia, dove trova la posterità di Eleno, figliuolo di Priamo, tenuta in ischiavitù dal re Pandraso. (Pietro di Lantoft dice più disavvedutamente nella sua Cronaca in versi francesi [pubblicata dal Wright nella collezione dei Rerum britannicarum medii aevi scriptores] che Bruto vi trovò lo stesso Eleno ed Anchise le sené). Bruto libera i suoi concittadini, vince un po' per tradimento, un po' per forza, il re Pandraso, e sposatane la figliuola, passa in Bretagna. Ma nel Livere des Reis de Brittaine, compilato dopo il 1274 (edito da J. Glover, Rerum britann., m. ae. script.), si dice soltanto (p. 2): «Devant la nativite nostre Seigneur mil e deus cens ans, Brutus, le fiz Silvii, ou Ynogen sa femme e ou ses treis fiz, vint de la bataile de Troye en Engletere, ki estoit dunkes si cum un desert». La storia di questo Bruto si trova distesamente narrata sulle tracce di Goffredo di Monmouth nel Brut di Wace, pubblicato dal Le Roux de Lincy, Parigi, 1836-8, v. 118 segg. Cfr. il Münchener Brut, pubblicato da Corrado Hofmann e da Carlo Volmöller, Halle s. S., 1877, v. 375 segg.
[49]. Veggasi il Libro ditto el Trojano, Venezia, 1491 (2ª ed., ibid., 1509) e la inedita Fiorita d'Italia di Armannino Giudice, specialmente nei conti IV, V, XXX, XXXIII.
[50]. Armannino Giudice racconta altrimenti nel conto XXXIII della Fiorita l'origine del nome di Perugia (Cod. Mediceo Palatino 119 nella Nazionale di Firenze): «Al tempo di Totyle, lo quale, chome io dissi, veramente fu flagello d'idio, furono destructe in Ytalia molte ciptadi, tra le quali fu Perugia et Agobbio, et molte altre, delle quale sarebbe lungo a dire. Iustinianus imperator, del quale io dissi, habiendo in prigione molti baroni et re di gente gocta et vandula et longobarda, comandò loro che rifacessero Perugia et Agobbio et molte altre terre alle loro spese. Due furono li re che alle loro spese rifeciono Perugia; lo uno fu lo re di Persia et l'altro fu lo re di Roscia, et però fu mutato lo nome a Perugia, che imprima avea nome Tyberia, Dei due nomi di quelli re ne fu fatto uno, cioè Perugia, che viene a dire Persia et Roscia».
[51]. Molto spesso la leggenda della origine è suggerita dal nome stesso della città, nel quale, per una certa etimologia a ritroso, si scopre il nome del fondatore, o la memoria di un fatto che diede luogo alla fondazione, o che avvenne in essa. Qualche altro esempio, tolto di fra le città d'Italia, non sarà qui fuor di luogo. Papia viene da Papa o da Papae via, o da Pauperibus pia, o anche da unione di lettere, o sillabe iniziali di più parole (Commentarius de laudibus Papiae, c. XXI, ap. Murat., Script., t. XI, col. 44). Ravenna trae il nome a RAtibus VENto et NAvibus, essendo Tubal, nipote di Noè, e suo fondatore, venuto per mare in Italia (Giovanni da Cermenate, Historia de situ, origine et cultoribus Ambrosianae urbis, c. I, ap. Murat., Script., t. IX. col. 1225-6). Arezzo si chiamò prima Aurelia, e mutò nome dopochè Totila l'ebbe fatta arare e seminare di sale (Giovanni Villani, Istorie fiorentine, l. I, c. 47). Lucca si chiamò prima Fidia, e poi mutò il nome, perchè molto lucente nella fede (Id., ibid., c. 49). Siena fu così chiamata perchè vi si posarono i più vecchi dell'esercito franco, al tempo che Carlo Martello venne in Italia in soccorso della Chiesa (Id., ibid., c. 50). Lo Pseudo-Ricordano Malespini ripete, copiando, queste e altre favole. Veggansi anche i luoghi citati della Fiorita di Armannino.