La massima decadenza, con molta vigoria di linguaggio descritta in un discorso inspirato da Gerberto, e pronunziato da Arnulfo nel sinodo di Reims, si riscontra verso la fine del secolo X. Della profonda notte d'ignoranza che pesa su Roma durante quei tempi infelici, troviamo fatto ricordo e lamento assai spesso. Nessuno studio, nessuna cognizione d'arti o di lettere sopravvive colà dov'era stato il regno della più varia e più fiorente coltura. Roma è la più barbara fra le città dell'Europa. Già sin dai tempi di Gregorio Magno non vi si trovavano più libri. Cadente il secolo VII, Agatone papa confessava che i legati da lui mandati al Concilio ecumenico di Costantinopoli erano uomini digiuni di ogni dottrina[91]. Nel 992, il già ricordato sinodo di Reims rimproverava ai Romani di non avere nella loro città quasi nessuno che possedesse qualche coltura[92].
In pari tempo, nelle grandi aree spopolate, invase da una selvaggia vegetazione, o coperte d'acque stagnanti, l'aria si veniva infettando di mortifere esalazioni, e tratto tratto contagi terribili si diffondevano a diradare vie più la già scarsa popolazione. Fra le ingenti macerie che ingombravano il suolo, sulle rive melmose del Tevere pullulavano i rospi e le serpi[93]. Nel Foro, sede principale un tempo della maestà di Roma, sulle rovine sopravanzate agl'incendii di Genserico e d'Alarico, e sepolte oramai sotto ai rottami e alla terra, pascolavano i bufali come ai tempi favolosi d'Evandro[94]. La distruzione dei monumenti si compie a poco a poco. Templi, terme e teatri diventano cave inesauribili di materiale da costruzione; dei marmi si fa calcina. Pisa, Napoli, altre città d'Italia, Aquisgrana e Costantinopoli si arricchiscono delle spoglie tolte a Roma. All'opera distruttrice cotidiana si aggiungono le devastazioni subitanee e generali. Nel 1084 i Normanni, venuti con Roberto Guiscardo in ajuto di Gregorio VII, incendiano buona parte della città, e forse vi fanno più gran guasto che non avessero fatto nelle ripetute incursioni i barbari del V e del VI secolo. Ciò nullameno, corrente il XII, molti monumenti sussistono ancora, che poi sono distrutti più tardi[95]. Restituito nel 1143 il Senato, una certa tutela si stese sopra di essi[96], ma ebbe certo a far poco frutto e a durar poco, giacchè il Petrarca nella Epistola hortatoria rimpiange e biasima con acerbe parole la distruzione che liberamente si proseguiva a' suoi tempi. Qualche monumento scampò in grazia di condizioni speciali. I frati di San Silvestro in Capite, proprietarii della colonna Antonina, custodivano gelosamente il loro diritto, e minacciavano anatema a chiunque si attentasse di menomarlo[97].
Gli avanzi sparsi qua e là, ingombrati in parte di nuove costruzioni cresciute loro addosso o ai fianchi, o profanati, come ancora oggidì il teatro di Marcello, dall'esercizio di sordide arti meccaniche, non serbavano più traccia dello splendore di un tempo, ma erano pur sempre
L'antiche mura ch'ancor teme ed ama,
E trema il mondo quando si ricorda
Del tempo andato e 'ndietro si rivolve[98].
Tali quali erano, queste mura commovevano col tristo e solenne aspetto gli animi dei riguardanti, e li levavano alla contemplazione delle glorie passate. La presente rovina lasciava indovinare l'antica maestà. «Vere maior fuit Roma, maioresque sunt reliquiae, quam rebar», scrive da Roma a Giovanni Colonna il Petrarca[99]. Di Cola di Rienzo, dice l'anonimo narratore della sua vita[100]: «Tutta la die se speculava negl'intagli de marmo, li quali iaccio intorno Roma. Non era aiti che esso che sapesse lejere li antichi Pataffii. Tutte scritture antiche vulgarizzava: quesse fiure de marmo justamente interpretava. Oh como spesso diceva: Dove suoco quelli buoni Romani? dove ene loro summa justitia? poteramme trovare in tiempo che quessi fiuriano!» Ambrogio Camaldulense scrive in una delle sue epistole[101]: «Urbem certe dum peragro, stupore detinear, intuens partim ruinarum moles incredibiles ferme, partim projectas pretiosi marmoris crustas. Nusquam enim transire datur, quin occurrat oculis vel sculptura antiquae artis, aut parieti vice lapidis vilis ac singularis injecta, aut humi jacens. Columnarum item fragmenta fere perpetua, partim marmorea partim porphyretica humi constrata intueri licet. Ita dum antiqua illa atque inclyta Roma venit in mentem: ingens datur mortalis imbecillitatis et inconstantiae documentum».
Nel 1433 Ciriaco d'Ancona conduceva in giro per Roma l'imperatore Sigismondo, e vivamente si doleva con lui della distruzione degli antichi monumenti: «Non equidem parum putabam Opt. Aug. Caesarei Principis animum lacessere, quod qui nunc vitam agunt Romana inter moenia homines marmorea, ingentia, atque ornatissima undique per Urbem aedificia, statuas insignes, et columnas tantis olim sumtibus, tanta majestate, tantaque fabrum et architectorum arte conspicuas ita ignave, turpiter, et obscoene in dies ad albam, tenuemque convertunt cinerem, ut eorum nulla brevi tempore speciem vestigiumque posteris apparebit. Proh scelus! Et o vos inclytae Romuleae gentis manes
Aspicite haec, meritumque malis advertite numen»[102].
Poggio Bracciolini nel l. I del suo trattato De varietate Fortunae, dedicato a papa Niccolò V (1447-55), deplora con pari vivezza di sentimento, ma con parola più elegante e inspirata, l'ingente, irreparabile ruina[103].