Do er die herren vant,

Die im den lon gaben,

Als ich ew chund sagen

Daz er den Palas prach nider.

Nel Pecorone, giorn. Vª, nov. 1ª, la storia si trasforma. Il popolo di Roma aveva inimicizia con quello di Velletri. Due Velletrani, Ghello e Gianno, vanno a Roma e danno a intendere a Crasso, cittadino di molta riputazione, ma soprammodo avaro, di saper cavare tesori. Con quell'astuzia fanno cadere la torre del tribuno. «Era nel Campidoglio una torre, che si chiamava la torre del tribuno, nella quale erano intagliati dal lato di fuori di metallo tutti coloro ch'ebbero mai triumfo o fama; et era tenuta questa torre la più degna cosa che avesse Roma». Il popolo uccide Crasso: di specchio, o di statue denunziatrici non si fa parola.

[407]. Ciò non si ammette dallo Schmidt (Beiträge zur Geschichte der romantischen Poesie, p. 129), il quale non isceverò, come dee farsi, le due leggende, quella delle statue e quella dello specchio. Senza voler risolvere la questione, io ricorderò che Beniamino di Tudela narra nell'itinerario (l. cit.) che lo specchio di Alessandria fu distrutto da un greco. Massudi racconta (op. cit., v. II, p. 434-6) che un eunuco, mandato dall'imperatore di Bisanzio, distrusse a metà il faro di Alessandria, facendo credere al re El-Valid che grandi tesori erano nascosti nelle fondamenta della torre.

[408]. Il primo che la riferisce è forse Alessandro Neckam, De naturis rerum, l. II, c. 174: «Quaesitus autem vates gloriosus quamdiu a diis conservandum esset illud nobile aedificium, respondere consuevit: ««Stabit usque dum pariat virgo»». Hoc autem audientes philosopho applaudentes, dicebant: ««Igitur in aeternum stabit»». In nativitate autem Salvatoris, fertur dicta domus inclita subitam fecisse ruinam». Lo stesso dice Ranulfo Higden.

[409]. V. il cap. IX.

[410]. Gesta romanorum, c. 57, ed. dell'Oesterley, cf. Massmann, Kaiserchronik, v. III.

[411]. De expeditione Alexandri Magni, l. VII, c. 15.