Che del suo stupro a dio la colpa diede.
In una storia latina manoscritta che si conserva nella Nazionale di Torino (cod. E, V, 8) si legge (f. 1 r., col. 2ª): «Romulus et Remus nati occulto coitu ex Helia filia Numitoris»; ma nel Commento alla Divina Commedia d'anonimo del secolo XIV[178] si dice schietto schietto: «La verità fu che un chierico della chiesa ebbe a fare con lei, et di lui et di lei nacquono Romolo et Remo».
La favola della lupa nutrice[179], già messa in dubbio dagli antichi[180], trova ancor essa pochi sostenitori, e sì che l'ammetterla per vera non doveva sembrare troppo difficile nel medio evo, quando più casi consimili si raccontavano dagli storici[181]. Brunetto Latini così ne ragiona nel Tesoro[182]: «Et parce que maintes estoires devisent que Romulus et Remus furent né d'une lue, il est bien droiz que je en die la verité. Il est voirs que quant il furent né, l'on les gita sor une riviere parce que le gent ne s'aperceussent que lor mere eust conceu. Entor cele riviere manoit une feme qui servoit à touz communement, et tels femes sont apelées en latin lues. Cele feme prist les enfanz et les norri molt doucement; et por ce fu il dit que il estoient fil d'une lue, mais ne estoient mie». Cedreno narra invece[183] che la nutrice di Romolo e Remo fu una guardiana di pecore. Donne sì fatte si chiamarono lupe, perchè use a vivere nei monti fra i lupi. Non so quale fortuna tale opinione s'abbia avuto in Oriente; ma in Occidente, quella che Brunetto Latini espresse in forma sì categorica, prese il sopravvento. Armannino Giudice dice brusco e succinto che la nutrice dei figliuoli di Rea «fu una grande puttana, ma li autori volsero parlar di loro cortesemente»; e ancora: «perchè ella era la maggior puttana del paese per la gente si chiamava lupa». Giovanni d'Outremeuse, eclettico e conciliativo, racconta che i due fanciulli furono allattati e da una lupa e da Acca Larenzia, per cagione de' suoi costumi soprannominata lupa. Ciò non di meno la lupa, quale emblema delle loro origini, fu sempre cara ai romani, anche nei tempi di mezzo. Benedetto di Sant'Andrea, il quale scriveva intorno al mille, parlando di un luogo del Laterano cui davasi nome Ad lupam, ricorda due volte che la lupa era detta madre dei Romani[184].
Romolo fonda Roma riunendo in una le molte città costruite da' suoi precedessori, e chiamandola dal proprio suo nome[185]. A compiere la nuova città si richieggono numerosi artefici e copiosi materiali. Non si voleva credere che Roma nel suo principio altro non fosse stata che un povero villaggio e un nido di malandrini. Il solito Giovanni d'Outremeuse racconta[186] : «Sor l'an del coronation le roy David IIIº e XLVII, commenchat Romelus à edifier la grant citeit de Romme; si mandat ouvrirs par tout Europ, et assembla toute la mateire que ilh besongnoit à son ouvraige; se fist encloire de murs toutes les citeis que ses devantrains avoient fondeit, dont la plus grant astoit Eneach, que Eneas fondat; et toutes les altres qui là altour astoient fondées, por tant qu'ilh gisoient toutes en unc reon à une liewe ou demy pres, et si en estoit par compte XXXVI citeis, encloyt ou fist encloire Romelus; et fist une seule citeit, et leurs tollit leurs noms, quant elle fut parfaite, et appellat selonc son nom celle citeit Rome, et encor at-ilh à nom Romme». Ciò avvenne l'anno del mondo IIIIm IIIc IIIIxx IIII, cioè 4484. Secondo Armannino Giudice Romolo e Remo costrussero Roma quando già avevano conquistate molte terre, ed erano venuti in grande signoria. «Ora sono gli due fratelli in molto grande stato. Molte e molte terre si sommisero. Tanto cresciette la loro grande possa ch'egli pensarono di fare nuova ciptade la quale fosse chapo di tucto il reame. Consiglio n'ebero da loro indovini ove meglio fare si dovesse la ciptade per migliore sito e per più fertile luogho, per buon agurio e sotto migliore pianeto. Subitamente apparve una aguglia sopra quello luogho dove è oggi Roma rotando intorno al cerchiovito, facciendo lo suo giro. Questo fece dalla mattina insino a sera. Gl'indovini dissero apertamente che questo era miracholo da dio per dimostranza che la ciptade fare si dovesse proprio in quello luogo sopra 'l quale l'aguglia girava, e che quell'aguglia mostrava che quella ciptà che fare si dovea in quello luogho sarebbe chapo, guida e maggiore sopra ogni altra terra. Quivi allora fu chominciata la nobile ciptade la quale fu ed è per excellenza chapo del mondo»[187]. Nelle già citate cronache latine, contenute nel manoscritto H, V, 37 della Nazionale di Torino, si dice (f. 26 r.) che Romolo e Remo fondarono Roma con la speranza che s'avesse ad adempiere per essa la profezia di Jonito e una rivelazione fatta ad Enea. In pochi giorni Roma, il cui muro girava ventidue miglia, ed era munito di trecentosessanta torri, soggiogò tutte le città e i castelli vicini. Secondo Cedreno Romolo divise la città in quattro parti in onore dei quattro elementi, e costrusse un circo le cui dodici porte simboleggiavano i dodici segni dello zodiaco, e l'altre parti rappresentavano la terra, il mare, l'orto, l'occaso, il corso dei sette pianeti, il cielo. L'uso dei colori onde si distinsero le quattro fazioni, Prasina, Veneta, Alba e Russata, risale sino a lui[188]. Costantino Manasse (XII secolo) racconta[189] che Romolo segnò i confini della città con un aratro cui erano aggiogati un toro e una giovenca, il toro dalla parte esterna per significare gli uomini dover essere formidabili agli stranieri, la giovenca dalla parte interna per significare dover le donne essere feconde e fedeli ai loro mariti. Romolo tolse pure una zolla fuor del confine, e la gettò dentro alla città augurando che questa potesse allargarsi a spese altrui.
Roma, sin dal suo primo nascere opulenta e magnifica, non fu popolata di pastori e di banditi, ma di varie stirpi generose, e di molti nobili uomini. A tale proposito dice la Graphia: «Anno autem CCCC.XXX.III. destructionis troianae urbis expleto, Romulus Priami Troianorum regis sanguine natus, XXII. anno etatis sue, XV. Kal. maias omnes civitates iam dictas muro cinxit, et ex suo nomine Romam vocavit. Et in ea Etrurienses, Sabinenses, Albanenses, Tusculanenses, Politanenses, Telenenses, Ficanenses, Janiculenses, Camerinenses, Capenati, Falisci, Lucani, Ytali, et omnes fere nobiles de toto orbe cum uxoribus et filiis habitaturi conveniunt»[190]. In quella strana farragine storica che va sotto il nome di Gioseffo Gorionide si narra che Romolo per paura grande che ebbe di Davide, cinse con un muro di quarantacinque miglia di giro la città da lui fondata. Vi si accenna anche a una guerra combattuta fra Romolo e Davide, ma non si dice quale ne fosse l'esito[191].
Due diverse leggende corsero nell'antichità sulla morte di Remo[192]. Il medio evo accolse ora l'una, ora l'altra, ma diede anche lo spaccio a qualche nuova finzione. Secondo una leggenda nata, senza dubbio, in Francia, Remo, separatosi dal fratello, fondò la città di Reims, la quale sorpassava di gran lunga Roma in bellezza e in ricchezza. Tornato dopo alcun tempo a Roma, varca con un salto l'umile muro della città, ed è dal fratello fatto morire. Il figlio di Remo uccide poi lo zio e regna in suo luogo. Questa storia si trova ora con una, ora con un'altra variante, nel romanzo francese d'Athis et Prophilias, in Giovanni d'Outremeuse, nei Faictz merveilleux de Virgille, nel Virgilius inglese[193] ecc. Nell'Athis et Prophilias la storia è narrata nei seguenti termini:[194]
Et Remus s'en ala en France,
Une cite fist par poissance;
Quant il [l'] ot assise e fondee
En son non l'a Rains apelee.