Fatti quindi nella notte stessa gli apparecchi della partenza per la via più corta e sicura di Pontida—Brivio—Merate, dopo trent'ore di marcia forzata, verso le due pomeridiane del giorno 5 giunse a Monza.
Conduceva con sè cinquemila uomini circa, e fra essi, confuso co' gregari del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema angoscia della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini armato di carabina inglese, pronto a dare come semplice legionario italiano la vita per la patria.
Monza, finchè Milano resisteva era una buona posizione di fianco sulla destra dell'esercito austriaco, e quand'anche fosse stato impedito di penetrare nell'assediata città, l'audace condottiero avrebbe potuto molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di fuori un non spregevole soccorso, ma troppo tardi! Sfasciato l'esercito; discordi i generali; riescite sfortunate le prime fazioni sotto le mura; smarrita ogni speranza, disordinate, inesperte le milizie cittadine; diviso il popolo; impossibile persino l'eroismo della disperazione, certo l'eccidio della città e con esso inevitabile la ruina del Piemonte e della sua libertà; in tale frangente Carlo Alberto ebbe il triste coraggio di fare col proprio sacrificio sua l'onta amara di una resa, che la giustizia della storia attribuisce a molti altri più che a lui, e la sera del 4 agosto mandò una proposta di armistizio al nemico, che la accettò.
L'annunzio dell'armistizio Salasco colpì tutta la Lombardia, e fu inteso con un sentimento d'incredulità, e Garibaldi, anzichè pensare alla ritirata, deliberò di marciare prontamente in soccorso di Milano.
Invano! tutto era finito! L'esercito piemontese in ritirata verso il Ticino, l'esodo dei patriotti e dei proscritti era già incominciato; Radetzky superbo come un conquistatore, passeggiava per le vie di Milano.
Nel frattempo un altro fatto degno di essere ricordato era avvenuto in Bologna.