—Eh, anche in casa i guai ci capiterebbero addosso quando meno ce li aspettassimo.
—Una buona dose di fatalismo è indispensabile nella vita.
Queste profonde considerazioni furono interrotte da un viaggiatore nervoso il quale disse:—Non si potrebbe mutar discorso?
—Sì, sì,—risposero parecchi.—Parliamo di cose allegre.
* * *
Però, quando, per un motivo qualunque, un argomento riesce a produrre una viva impressione, è difficilissimo di attaccarne un altro. Così avvenne quel dopopranzo. La conversazione generale languì e non tardò a cessare affatto. Si formarono invece dei piccoli crocchi, e si potrebbe giurare che in ciascuno di essi si continuava a parlare della catastrofe successa nella Manica. Se ne parlava certo nel mio crocchio.
Eravamo in cinque; io, i due sposi novelli a cui accennai in principio, e due signori di mezza età, tutte conoscenze fatte alla tavola rotonda dell'albergo di Livorno. I due sposi erano siciliani e facevano il loro viaggio di nozze. Il marito mi aveva consegnato il suo viglietto da visita su cui era scritto:— Avvocato Camillo Riani.
La sposa apparteneva a una famiglia di negozianti oriundi francesi, ma stabiliti da un paio di generazioni a Messina. Si chiamava Maria.
Ben di rado m'era successo d'incontrare una così bella coppia. Egli bruno, occhi neri ed espressivi, folta e nerissima barba; ella con capelli tra il biondo ed il castagno, carnagione bianca, pupille del color del mare, denti candidi come l'avorio.
A veder questi due giovani (e non avevano fra tutti e due quarant'anni) si capiva l'amore in ciò ch'esso ha di più intimo e di più squisito, un amore pieno di ingenuità e di freschezza, non isguaiato, non isvenevole, ma troppo intenso e gagliardo da poter nascondersi sotto il manto dell'indifferenza: un amore insomma che tutti vorrebbero provare e inspirare e che desta nell'anima di chi n'è semplice spettatore un'invidia scevra d'acrimonia, una simpatia scevra d'indiscrezione.