—Mi perdona?—le domandavo.

—Oh buon figliuolo!—rispondeva;—perdoni lei a me, che sono una brontolona e una zotica. Ma veda: glielo dico per il su' bene che non venga a casa tardi perchè... io non ho mica il diritto di impicciarmi nella sua condotta... si capisce... ma ho notato che tutte le sere che viene a casa tardi, e non studia più, la mattina dopo è di malumore.

—Ha ragione, padrona, ha ragione! Apra la porta, e facciamo pace.

Essa apriva la porta e non faceva mai in tempo a levarsi il fazzoletto dagli occhi.

Così passarono sei mesi.

Un giorno, dopo una settimana intera di preparativi e di esitazioni, mi feci forza e le dissi, guardandola fisso negli occhi:

—Padrona, io debbo partire da Firenze.

—Dove va?

—A casa mia.

—Va bene. Io terrò le sue camere libere per quando tornerà. Può lasciar qui libri, quadri, carte, come le lascerebbe alla sua famiglia. Prima che ritorni farò mettere la stufa, compererò un altro seggiolone e se mi salta il ticchio farò cambiare la tappezzeria al salotto. E passeremo il nostro invernetto insieme d'amore e d'accordo, lei a studiare ed io a fare le mie faccenduole. Ah! vedo che almeno negli ultimi anni della mia vita avrò qualche consolazione. Quando tornerà?