Il centro di Lincoln’s Inn Fields era uno spazio aperto, dove ogni sera ragunavasi la marmaglia, a pochi passi di Cardigan House e di Winchester House, ad ascoltare le cicalate de’ saltimbanchi, a vedere ballar gli orsi, e lanciare i cani addosso ai buoi. Vedevansi qua e colà sparse le lordure. Vi si esercitavano i cavalli. Gli accattoni erano così chiassosi ed importuni, come nelle peggio governate città del continente. Mendicante di Lincoln’s Inn era espressione proverbiale. Tutta la confraternita conosceva le armi e le livree d’ogni signore caritatevole del vicinato, e appena compariva il tiro a sei di sua signoria, saltellando o strascinandosi, gli si affollavano d’intorno. Cotesti disordini durarono, malgrado molti accidenti e alcuni procedimenti legali, fino a quando, nel regno di Giorgio II, Sir Giuseppe Jekyll maestro de’ Rotoli, ovvero degli Atti, fu stramazzato a terra e pressochè morto in mezzo alla piazza. Allora vi si fecero delle palizzate e un piacevole giardino.[123]

Saint James’s Square era il ricettacolo di tutta la mondiglia e delle ceneri, de’ gatti e cani morti di Westminster. Ora un giuocatore di batacchio vi poneva la campana. Ora un impudente si piantava lì a costruire una casipola per la spazzatura, sotto le finestre dell’aurate sale in cui i magnati del Regno, i Norfolk, gli Ormond, i Kent e i Pembroke davano banchetti e feste da ballo. E’ non fu se non dopo che siffatti inconvenienti erano durati per una generazione, e dopo che s’era molto scritto contro essi, che gli abitanti ricorsero al Parlamento, onde ottenere licenza di porvi steccati e piantarvi alberi.[124]

Se tali erano le condizioni dei quartieri dove abitavano i più cospicui cittadini, possiamo facilmente credere che la gran massa della popolazione patisse ciò che oggidì verrebbe reputato intollerabile aggravio. I selciati erano detestabili; ogni straniero gridava: vergogna! I condotti e le fogne erano sì cattivi, che ne’ tempi piovosi i rigagnoli diventavano torrenti. Vari poeti giocosi hanno rammentata la furia con che cotesti neri fiumicelli precipitavano giù da Snow Hill e Ludgate Hill, trasportando a Fleet Ditch copioso tributo di lordure animali e vegetabili dai banchi de’ macellaj e dei fruttaioli: fluido pestifero che veniva sparso a diritta e a sinistra da’ cocchi e dalle carrette. E però, chiunque andava a piedi, badava in ogni modo a tenersi, più che potesse, lontano dalla parte carrozzabile della strada. I timidi e pacifici cedevano il muro agli audaci ed atletici, che lo rasentavano. Se avveniva che due bravazzoni s’incontrassero, si davano vicendevolmente i cappelli nel muso, e l’uno spingeva l’altro finchè il più debole era sbalzato verso il canale. Se questi era buono solo alle spacconate, se ne andava a capo chino, mormorando che sarebbe venuto il tempo di rifarsi; se era pugnace, l’incontro probabilmente terminava con un duello dietro Montague House.[125]

Le case non erano numerate. E davvero, poca sarebbe stata la utilità d’apporvi i numeri, poichè dei cocchieri, portantini, facchini e ragazzi di Londra, piccolissima parte sapeva leggere. Era mestieri servirsi di segni che dai più ignoranti fossero intesi. E però sulle botteghe stavano insegne, che davano alle strade uno aspetto gaio e grottesco. La via da Charing Cross a Whitechapel era una continuazione di teste di saracini, di querce reali, d’orsi azzurri, d’agnelli d’oro, i quali scomparvero allorquando non furono più necessari alla intelligenza del volgo.

Venuta la sera, la difficoltà e il pericolo di andare attorno per la città di Londra diventavano veramente gravi. Aprivansi le finestre, e i vasi si votavano poco badando a chi vi passasse sotto. Le cadute, le ammaccature, le fratture d’ossa erano cose ordinarie. Imperocchè, fino all’ultimo anno del regno di Carlo II, la maggior parte delle vie rimanevano in un profondo buio. I ladri esercitavano impunemente il proprio mestiere; e nondimeno, non erano così terribili ai pacifici cittadini, come lo era un’altra genia di ribaldi. Era prediletto sollazzo de’ dissoluti giovani gentiluomini quello di girovagare di notte per la città, rompere finestre, capovolgere sedili, battere le persone tranquille, e carezzare grossolanamente le donne leggiadre. Parecchie dinastie di cotesti tirannelli, dopo la Restaurazione, regnavano nelle strade. I così detti Muns e i Tityre Tus avevano fatto posto agli Hectors, e a questi avevano di recente succeduto gli Scourers. Più tardi sorsero i Nicker, gli Hawcubite e i Mohawk, più terribili di tutti.[126]

XXX. I mezzi per mantenere la pace erano estremamente frivoli. Eravi una legge fatta dal Consiglio Municipale, che prescriveva come cento e più sentinelle stessero in continua vigilanza per tutta la città, dal tramonto allo spuntare del sole; ma rimaneva negletta. Pochi di coloro ai quali toccava di far la guardia, lasciavano la propria casa; e que’ pochi, generalmente, gradivano meglio stare ad ubbriacarsi dentro le taverne, che girare per le vie.

XXXI. È d’uopo notare come, nell’ultimo anno del regno di Carlo II, nella polizia di Londra seguisse un gran mutamento, il quale forse non meno de’ rivolgimenti di maggior fama contribuì ad accrescere la felicità del popolo. Un ingegnoso progettista, che aveva nome Eduardo Heming, ottenne lettere patenti con cui gli si concedeva per dieci anni il diritto esclusivo d’illuminare Londra. Costui intraprese, per una modica retribuzione, di porre una lanterna per ogni dieci porte, nelle sere prive di luna, dal dì di San Michele fino alla festa della Madonna, e dalle ore sei fino alle dodici. Coloro che oggimai veggono la metropoli per tutto l’anno, dalla sera fino all’alba, chiarificata da uno splendore, in paragone del quale le illuminazioni per la Hogue e Blenheim sarebbero sembrate pallide, sorrideranno forse in pensare alle lanterne di Heming, le quali mandavano un fioco lume innanzi una casa in ogni dieci, per piccola parte di una notte in ogni tre. Ma non così pensavano i suoi contemporanei. Il suo disegno suscitò plausi entusiastici, e furiose opposizioni. Gli amatori del progresso lo esaltavano come il grandissimo dei benefattori della città sua, chiedendo che erano mai i trovati d’Archimede in agguaglio della impresa dell’uomo il quale aveva trasformate le ombre della notte in luce di meriggio! In onta a tali eloquenti elogi, la causa dell’oscurità non rimase priva di difensori. In quell’età v’erano insani che avversavano la introduzione di quella che chiamavasi nuova luce con tanta virulenza, con quanta gl’insani de’ tempi nostri hanno avversato lo innesto del vaiuolo e le strade ferrate, e gl’insani d’una età anteriore si erano opposti alla introduzione dell’aratro e della scrittura alfabetica. Molti anni dopo le lettere patenti concesse a Heming, v’erano vasti distretti in cui non vedevasi nè anche una lanterna.[127]

XXXII. Possiamo agevolmente immaginare in che condizioni, a quel tempo, fossero i quartieri di Londra popolati dalla feccia della società. Uno fra essi aveva acquistata scandalosa rinomanza. Sul confine tra la Città ed il Tempio, era stato fondato, nel secolo decimoterzo, un convento di frati Carmelitani, che portavano bianchi cappucci. Il ricinto di quel convento, avanti la Restaurazione, aveva servito d’asilo ai facinorosi, e serbava tuttavia il privilegio di proteggere dall’arresto i debitori. Gl’insolventi quindi occupavano ogni casa dalle cantine fino alle soffitte. Di costoro, moltissimi erano ribaldi e libertini; e nell’asilo tenevano loro dietro donne più che essi di malvagia vita. La potestà civile non aveva modo di mantenere l’ordine in un distretto che brulicava di cosiffatti abitatori; e in tal guisa Whitefriars divenne il luogo prediletto di coloro che volevano emanciparsi dal freno delle leggi. E comecchè le immunità legalmente pertinenti al luogo riguardassero soltanto i casi di debiti, vi trovavano ricovero anche essi i truffatori, i testimoni spergiuri, i falsari, i ladroni. Per lo che, fra mezzo a così disperata marmaglia, nessuno officiale di pace si teneva sicuro della vita. Al grido di «Riscossa!» sgherri armati di spade e magli, sfacciate streghe impugnando manichi di granata e spiedi, sbucavano a centinaia, e fortunato colui che percosso, strappato, annaffiato, avesse potuto salvarsi a Fleet Street. Nè anche un ordine del Capo Giudice d’Inghilterra poteva mandarsi ad esecuzione senza lo aiuto d’una compagnia di moschettieri. Cotali avanzi della barbarie di secoli più bui, trovavansi a pochi passi dalle stanze dove Somers meditava sulla storia e sulle leggi, dalla chiesa dove predicava Tillotson, dalla bottega da caffè dove Dryden profferiva giudicii sopra poemi e drammi, e dalla sala dove la Società Reale esaminava il sistema astronomico di Newton.[128]

XXXIII. Ciascuna delle due città che formavano la capitale dell’Inghilterra, aveva il proprio centro d’attrazione. Nella metropoli del commercio, il punto di convergenza era la Borsa; nella metropoli dell’alta cittadinanza, era il Palazzo. Ma il Palazzo non serbò la propria influenza così lungamente come la Borsa. La Rivoluzione cangiò affatto le relazioni tra la Corte e le alte classi della società. A po’ per volta, divenne manifesto che il Re, come individuo, aveva ben poco da donare; che le corone ducali e le giarrettiere, i vescovati e le ambascerie, gl’impieghi di lordi del tesoro e di cassiere dello scacchiere, anzi fino gli uffici della scuderia e della camera reale, venivano dispensati non da lui, ma dai suoi consiglieri. Ogni ambizioso e cupido uomo vedeva che avrebbe meglio provveduto all’utile proprio, giungendo a predominare in un borgo parlamentare nella Contea di Cornwal, e rendendo servigi al Ministero in qualche momento difficile, anzichè diventare il compagno e anche il prediletto del principe. E quindi, non nelle anticamere di Giorgio I e di Giorgio II, ma in quelle di Walpole e di Pelham affollavansi quotidianamente i cortigiani. È parimente da notarsi, che la medesima rivoluzione che rese impossibile ai nostri Re l’arbitrio di disporre degl’impieghi dello Stato col solo scopo di compiacere alle proprie inclinazioni, ci diede parecchi Re dalla educazione e dalle abitudini resi inetti a mostrarsi ospiti affabili e generosi. Erano nati e cresciuti sul continente. Venuti nell’isola nostra, non vi si trovavano mai come in casa propria. Se parlavano la nostra lingua, la parlavano senza eleganza e con difficoltà. Non giunsero mai ad intendere l’indole nostra nazionale, e nè anche provaronsi di acquistare i nostri costumi. La parte più importante de’ loro doveri essi adempivano meglio di qualunque de’ principi loro antecessori; poichè governavano rigorosamente secondo la legge: ma non potevano essere i primi gentiluomini del reame, i capi della società culta. Se pure lasciavansi mai andare alla affabilità, ciò seguiva fra mezzo ad una ristretta conversazione, dove non vedevasi quasi neppure un Inglese; e non riputavansi tanto felici, se non se quando potevano passare una state nella terra dove erano nati. V’erano, a dir vero, i giorni determinati in cui essi ricevevano i nobili e i gentiluomini inglesi; ma siffatto ricevimento altro non era che mera formalità, la quale alla perfine divenne cerimonia solenne quanto quella di un funerale.

Non era tale la Corte di Carlo II. Whitehall, mentre egli vi faceva dimora, era il centro degl’intrighi politici e del brio elegante. Mezzi i faccendieri e mezzi i bellimbusti della metropoli accorrevano alle sue sale. Chiunque fosse riuscito a rendersi gradito al principe, o a guadagnare la protezione della concubina, poteva bene sperare d’innalzarsi nel mondo, senza aver reso alcun servigio al Governo, senza essere, nè anche di vista, conosciuto da nessuno de’ Ministri di Stato. Uno de’ cortigiani otteneva il comando d’una fregata; l’altro quello d’una compagnia di soldati; un terzo la grazia per un colpevole ricco; un quarto la cessione d’una terra della Corona a buoni patti. Se il Re mostrava di gradire che un legale senza clientela fosse fatto giudice, o un baronetto libertino fosse creato Pari, i più gravi consiglieri, dopo un breve mormorare, piegavano il capo.[129] L’interesse, quindi, attirava alle porte della reggia una folla di postulanti; e le porte rimanevano sempre spalancate. Il Re teneva casa aperta ogni giorno, e per tutta la giornata, alle classi alte della città di Londra, tranne agli esagerati del partito Whig. Non v’era gentiluomo che trovasse difficile lo accesso alla presenza del sovrano. La levata dal letto (levee) rispondeva esattamente al significato del vocabolo. Parecchi gentiluomini andavano ogni mattina a corteggiare il loro signore, a chiacchierare con esso mentre gli ponevano la parrucca o gli annodavano la cravatta, e ad accompagnarlo nella sua passeggiata mattinale nel parco. Chiunque fosse stato debitamente presentato, poteva, senza invito speciale, recarsi a vederlo pranzare, cenare, ballare e sollazzarsi ai giochi di sorte; e poteva avere il diletto di udirgli riferire storielle, ch’egli sapeva assai bene raccontare, intorno alla sua fuga da Worcester, e alla miseria che egli aveva patita, mentre trovavasi prigioniero di Stato nelle mani dei piagnolosi e intriganti predicatori di Scozia. Coloro che gli stavano d’intorno, e che la Maestà Sua sovente riconosceva, gli si facevano presso, perchè dirigesse loro la parola. Ciò era argomento d’un’arte di regnare assai più proficua di quella che il padre e l’avo di lui avevano praticata. Non era facile al più austero repubblicano della scuola di Marvel resistere alla malia di tanto buon umore ed affabilità; e molti vecchi Cavalieri, nel cuore de’ quali la rimembranza di molti non rimeritati sacrifici si era per venti anni invelenita, tenevansi in un sol momento ricompensati delle ferite e delle spoliazioni, quando il loro sovrano, salutandoli cortesemente col capo, diceva loro: «Dio vi tenga nella sua santa guardia, mio vecchio amico!»