CAPITOLO QUARTO.

SOMMARIO.

I. Morte di Carlo II.—II. Sospetti di veleno.—III. Discorso di Giacomo II dinanzi il Consiglio Privato.—IV. Giacomo proclamato Re.—V. Condizioni del Governo.—VI. Nuovi Ordinamenti.—VII. Sir Giorgio Jeffreys.—VIII. Esazione della rendita senza un Atto del Parlamento.—IX. Convocazione del Parlamento—X. Trattative tra Giacomo e il Re di Francia.—XI. Churchill è mandato ambasciatore in Francia; sua storia.—XII. Sentimenti de’ governi continentali verso l’Inghilterra.—XIII. Politica della Corte di Roma.—XIV. Lotta nella mente di Giacomo; ondeggiamenti della sua politica.—XV. I riti cattolici romani si celebrano pubblicamente in Palazzo.—XVI. Incoronazione di Giacomo.—XVII. Entusiasmo degl’indirizzi de’ Tory.—XVIII. Elezioni.—XIX. Processo contro Oates.—XX. Contro Dangerfield—XXI. Contro Baxter.—XXII. Ragunanza del Parlamento di Scozia.—XXIII. Sentimenti di Giacomo verso i Puritani.—XXIV. Crudeltà contro i Convenzionali Scozzesi.—XXV. Sentimenti di Giacomo verso i Quacqueri.—XXVI. Guglielmo Penn.—XXVII. Favore peculiare mostrato ai Cattolici Romani e ai Quacqueri.—XXVIII. Ragunanza del Parlamento Inglese; Trevor eletto Presidente.—XXIX. Carattere di Seymour.—XXX. Discorso del Re innanzi al Parlamento.—XXXI. Discussione nella Camera de’ Comuni; Discorso di Seymour.—XXXII. Votazione della rendita.—XXXIII. Procedimenti della Camera de’ Comuni rispetto alla religione.—XXXIV. Votazione di tasse addizionali; Sir Dudley North.—XXXV. Procedimenti della Camera de’ Lordi.—XXXVI. Legge per annullare la sentenza d’infamia contro Stafford.

I. La morte di re Carlo II giunse di sorpresa alla nazione. La sua tempra era naturalmente vigorosa, e non sembrava d’avere sofferto per istemperatezze. Era stato sempre studioso della propria salute anche ne’ sensuali diletti; e le sue abitudini erano tali, da promettergli lunga la vita e robusta la vecchiaia. Indolente come egli era in tutte le cose che richiedessero tensione di mente, mostravasi attivo e perseverante negli esercizi del corpo. In gioventù aveva acquistata rinomanza nel giuoco della pallacorda;[215] e declinanti gli anni, aveva seguitato ad essere un camminatore instancabile. Il suo passo ordinario era tale, che coloro i quali erano ammessi all’onore della sua compagnia, trovavano difficile uguagliarlo. Alzavasi presto da letto, e generalmente passava tre o quattro ore del giorno all’aria aperta. Innanzi che il Parco di San Giacomo fosse asciutto della rugiada, Carlo vedevasi errare fra gli alberi, giuocare coi suoi bracchi, e gettare grano alle anitre; le quali cose lo rendevano caro al popolo basso, che ama sempre di vedere i grandi rallentare dal loro consueto sussiego.[216]

Finalmente, in sul finire del 1684, un leggiero accesso che credevasi di gotta, lo impedì dal suo consueto girovagare. Si pose quindi a passare le mattinate nel suo laboratorio, dove sollazzavasi facendo esperimenti intorno alle proprietà del mercurio. Parve che la sua tempra soffrisse dallo starsi confinato in casa. Non aveva cagione apparente d’inquietudine. Il Regno era tranquillo; lui non istringeva bisogno di pecunia; egli era assai più potente di quello che fosse mai stato; il partito che lo aveva per tanto tempo avversato, era vinto: ma il lieto umore onde egli erasi sostenuto contro l’avversa fortuna, era sparito nei dì della prospera. La minima inezia adesso bastava ad opprimere quello spirito elastico, che aveva resistito alla sconfitta, allo esilio ed alla penuria. La irritazione dell’animo spesso in lui si mostrava in tali sguardi e parole, che non si sarebbero aspettati da un uomo così predistinto per allegro umore e squisita educazione. Nulladimeno, nessuno pensava che la salute di lui fosse gravemente danneggiata.[217]

Il suo palagio rade volte aveva presentato un aspetto più gaio e scandaloso, di quello che offriva nella sera della domenica del dì primo febbraio 1685.[218] Taluni uomini gravi che v’erano andati, secondo il costume di quella età, a complire il loro sovrano, aspettandosi che in un tanto giorno la sua Corte serbasse un decente contegno, rimasero attoniti e compresi d’orrore. La gran galleria di Whitehall, ammirevole reliquia della magnificenza de’ Tudor, era affollata di libertini e di giuocatori. Il Re sedeva lì ciarlando e trastullandosi con tre donne, la cui beltà formava il vanto, e i cui vizi la infamia di tre nazioni. Eravi Barbara Palmer Duchessa di Cleveland, la quale, non più giovane, serbava tuttavia i vestigi di quella suprema e voluttuosa amabilità, che venti anni innanzi aveva vinti tutti i cuori. Eravi parimente la Duchessa di Portsmouth, i cui dolci e fanciulleschi sembianti erano animati dalla vivacità propria delle Francesi. Ortensia Mancini, Duchessa di Mazzarino e nipote del gran Cardinale, compiva il gruppo. Costei, dalla nativa Italia, era passata alla Corte dove il suo zio imperava da sovrano. Il potere di lui e le proprie attrattive, le avevano richiamato d’intorno una folla d’illustri vagheggiatori. Lo stesso Carlo, mentre era esule, ne aveva indarno chiesta la mano. Non v’era dono di natura o di fortuna che paresse mancarle. Aveva splendente il viso della beltà de’ climi meridionali, pronto lo intendimento, graziosi i modi, alto il grado, copiose le ricchezze; doni insigni che le sue irrefrenate passioni avevano reso funesti. Aveva provata insopportabile la sciagura d’un male augurato matrimonio, era fuggita dal tetto maritale, aveva abbandonata la sua vasta opulenza, e dopo d’avere con le proprie avventure reso attonita Roma e il Piemonte, era venuta a starsi in Inghilterra. La sua casa era il ritrovo prediletto de’ belli spiriti e degli amatori de’ piaceri, i quali per vaghezza de’ suoi sorrisi e de’ suoi pranzi tolleravano i frequenti accessi d’insolenza e di cattivo umore, in cui ella spesso trascorreva. Rochester e Godolphin talora in compagnia di lei obliavano le cure dello Stato. Barillon e Saint-Evremond trovavano nelle sue sale conforto alla lunga lontananza da Parigi. La dottrina di Vossio, lo spirito di Waller, non cessavano mai d’adularla e divertirla. Ma la sua mente inferma richiedeva stimoli più forti, e li cercava amoreggiando, giuocando alla bassetta, e inebriandosi di scubac.[219] Mentre Carlo sollazzavasi con le sue tre sultane, il paggio francese d’Ortensia—bel fanciullo che con gli armonici suoni della voce dilettava Whitehall, ed era regalato di ricche vesti e di palafreni e di ghinee—gorgheggiava versi d’amore.[220] Un drappello di venti cortigiani sedeva giuocando a carte attorno un’ampia tavola, sopra la quale l’oro vedevasi a mucchi.[221] Anche allora il Re disse di non sentirsi bene. A cena non ebbe appetito; non ebbe posa la notte: ma nel dì susseguente levossi, come era suo costume, a buon’ora.

Le avverse fazioni del suo Consiglio avevano per varii giorni con ansietà aspettato quel mattino. La lotta tra Halifax e Rochester sembrava avvicinarsi ad una crisi decisiva. Halifax, non pago d’avere cacciato il proprio rivale dal Tesoro, aveva impreso a mostrarlo reo di tale disonestà o trascuratezza nel governo della finanza, da farlo punire con la destituzione dai pubblici uffici. Bisbigliavasi anche che il Lord Presidente verrebbe incarcerato nella Torre. Il Re aveva promesso d’investigare il vero; il dì secondo di febbraio era il giorno stabilito per tale investigazione; e parecchi ufficiali della rendita avevano ricevuto comandamento di presentarsi coi loro libri in quel giorno.[222] Ma la fortuna era lì pronta per volgere la sua ruota.

Carlo era appena sorto da letto, quando i suoi servi s’accorsero che balbettava, e connetteva poco. Alcuni gentiluomini s’erano recati alla reggia per vedere, secondo il costume, il loro sovrano farsi la barba e vestirsi. Egli sforzossi di conversare con loro nel suo solito modo scherzevole; ma rimasero timorosi ed attoniti al vederlo sì squallido. Di repente divenne nero nel viso; gli si travolsero gli occhi; mandò un urlo, traballò e cadde nelle braccia di Tommaso Lord Bruce, figlio del Conte di Ailesbury. Un medico, che aveva cura delle storte e de’ crogiuoli del Re, per caso si trovò presente; ma non avendo lancetta, gli aperse con un temperino la vena. Il sangue uscì libero, ma Carlo rimase privo di sensi.