IX. Qui principia la storia della nazione inglese. La storia delle vicissitudini precedenti è il racconto de’ torti inflitti e sostenuti dalle varie tribù, le quali, comecchè abitassero sopra il suolo inglese, trattavansi con tale avversione, che non è forse mai esistita fra popoli divisi da fisici confini. Imperciocchè, perfino la scambievole animosità de’ paesi in guerra fra loro, è lieve al paragone dell’animosità delle nazioni le quali, moralmente separate, stanziano commiste in un medesimo luogo. Non è paese in cui l’odio di razza trascorresse tanto oltre quanto in Inghilterra. Non è paese in cui quell’odio si fosse tanto onninamente spento. Non conosciamo con precisione gli stadi diversi del processo con che gli elementi ostili si fusero in una massa omogenea. Ma egli è certo che allorquando Giovanni ascese al trono, la distinzione tra Sassoni e Normanni esisteva evidentissima, e che avanti la fine del regno del suo nipote era quasi scomparsa. Nel tempo di Riccardo I, l’ordinaria imprecazione d’un gentiluomo normanno era: «Ch’io possa diventare un inglese!» e volendo sdegnosamente negare, diceva: «Che mi prendete voi per un inglese?» Cento anni dopo, il discendente di quel gentiluomo andava orgoglioso del nome d’inglese.

Le scaturigini de’ più bei fiumi che spargono la fertilità sopra la terra, e portano i navigli gravi di ricchezze al mare, sono da cercarsi fra mezzo alle aride e selvagge montagne inesattamente segnate nelle carte geografiche, e bene di rado esplorate dai viaggiatori. Questa immagine può rendere una idea della storia del nostro paese nel secolo decimoterzo. Per quanto sterile e buio sia quel periodo dei nostri annali, è mestieri cercare in esso l’origine della libertà, prosperità e glorie nostre. E’ fu allora che il gran popolo inglese formossi; che l’indole nazionale principiò a mostrarsi con quelle peculiarità che ha poi sempre serbate; e che i nostri antichi divennero enfaticamente isolani, e isolani non solo per geografica postura, ma per politica, sentimenti e costumi. Allora comparve per la prima volta distintamente quella Costituzione, che ha poi sempre, traverso a tante modificazioni, serbata la sua identità; quella Costituzione, della quale tutti i liberi statuti degli altri popoli altro non sono che copie; e la quale, malgrado talune mende, è degna di essere considerata come la migliore sotto cui una grande società sia mai esistita pel corso di molti secoli. E’ fu allora che la Camera dei Comuni, archetipo di tutte le assemblee rappresentative che oggidì si ragunano nel vecchio mondo e nel nuovo, tenne le sue prime sessioni. E’ fu allora che il diritto comune inalzossi alla dignità di scienza, e rapidamente divenne rivale non indegno della giurisprudenza imperiale. E’ fu allora che il coraggio di quei marinari i quali conducevano le rozze barche dei Cinque Porti, rese primamente la bandiera inglese formidabile su per i mari. E’ fu allora che i più antichi collegi che vivono tuttavia nelle due grandi sedi nazionali del sapere, formaronsi. Formossi allora parimente quella lingua, la quale, benchè meno armoniosa, a dir vero, degli idiomi meridionali, nondimeno, e per vigoria e per ricchezza e per essere atta a significare tutti gli alti concetti del poeta, del filosofo e dell’oratore, cede soltanto alla greca. Allora medesimamente mostrossi la prima alba di quella inclita letteratura, che costituisce la più splendida e durevole delle molte glorie di cui mena vanto l’Inghilterra.

Coll’iniziarsi del secolo decimoquarto, la perfetta congiunzione delle razze era pressochè compita; e si rese subito manifesto, a segni non dubbi, che un popolo non inferiore ad alcun altro popolo del mondo erasi formato dalla mistura delle tre razze e della grande famiglia teutonica, fra loro e cogli aborigeni bretoni. Vero è che non vi era quasi nulla di comune tra la Inghilterra alla quale re Giovanni era stato cacciato da Filippo Augusto, e la Inghilterra dalla quale le armi di Eduardo III mossero a conquistare la Francia.

X. Seguì un periodo di cento e più anni, nel quale lo scopo precipuo degl’Inglesi fu quello di stabilire con la forza delle armi un grande impero sul continente. Il diritto di Eduardo al retaggio occupato dalla Casa di Valois era tale, da sembrare che dovesse poco muovere gl’interessi de’ suoi sudditi. Ma lo amore delle conquiste di subito scese dal principe al popolo. Cotesta guerra differiva grandemente dalle guerre che i Plantageneti del secolo duodecimo avevano condotte contro i discendenti di Ugo Capeto: poichè la fortuna delle armi di Enrico II e di Riccardo I avrebbe resa la Inghilterra provincia della Francia; mentre lo effetto de’ prosperi successi di Eduardo III e di Enrico V era quello di far della Francia, per alcun tempo, una provincia dell’Inghilterra. Lo spregio con che, nel secolo duodecimo, i conquistatori del continente avevano guardato gl’isolani, era adesso gettato dagli isolani su’ popoli del continente. Ogni popolano, da Kent fino a Northumberland, reputavasi come individuo d’una razza nata alla vittoria e all’impero, e volgeva uno sguardo di scherno alla nazione innanzi alla quale i suoi antenati avevano tremato. Anche que’ cavalieri di Guascogna e Guienna, i quali avevano valorosamente combattuto sotto il Principe Nero, venivano considerati dagl’Inglesi come uomini di classe inferiore, e quindi erano sprezzevolmente esclusi dai comandi lucrosi. Fra tempo non molto i nostri progenitori persero d’occhio il motivo principale della lotta. Principiarono a considerare la corona di Francia come un semplice appannaggio della corona d’Inghilterra; e allorchè, violando la legge ordinaria di successione, concessero lo scettro del reame inglese alla casa di Lancaster, e’ pare che pensassero il diritto di Riccardo II alla corona di Francia essere naturalmente passato a quella casa. Lo zelo e vigore ch’essi mostrarono offre un notevole contrasto col torpore dei Francesi, ai quali l’esito di quella lotta era di assai più grave momento. Le armi inglesi a quei tempi riportarono le più grandi vittorie di cui si faccia ricordo negli annali del medio evo, contro nemici grandemente disuguali. Di certo erano vittorie di cui può con ragione gloriarsi un popolo; perocchè esse debbono ascriversi alla superiorità morale de’ vincitori: superiorità che si mostrò assai più mirabile negl’infimi gradi delle milizie. I cavalieri d’Inghilterra trovarono degni rivali nei cavalieri di Francia. Chandos ebbe un nemico degno di sè nella persona di Du Guesclin. Ma la Francia non aveva fanti che osassero stare a petto degli arcieri ed alabardieri inglesi. Un re francese venne condotto prigioniero in Londra. Un re inglese fu incoronato in Parigi. Il vessillo di San Giorgio sventolò di là da’ Pirenei e dalle Alpi. Sulle sponde meridionali dell’Ebro gl’Inglesi riportarono una grande vittoria, che per un tempo decise delle sorti di Leon e di Castiglia; e le compagnie Inglesi ottennero una formidabile preeminenza fra le bande de’ guerrieri i quali ponevano le loro armi agli stipendi dei principi e delle repubbliche d’Italia.

Nè le arti della pace furono neglette da’ nostri padri in quei torbidi tempi. Mentre la Francia pativa le devastazioni della guerra, fino a che trovò nella sua stessa desolazione una miserabile difesa contro gl’invasori, gl’Inglesi coltivavano i loro campi, ornavano le loro città, trafficavano e studiavano tranquilli e senza disturbi. Molti de’ nostri monumenti architettonici appartengono a quell’epoca. Allora sorsero le splendide cappelle di New-College e di San Giorgio, la navata di Winchester e il coro di York, l’aguglia di Salisbury e le torri maestose di Lincoln. Una lingua abbondante e vigorosa, formata dalla mistura dell’idioma normanno-francese col germanico, era parlata egualmente dalla aristocrazia e dal popolo. Nè passò molto tempo che il genio cominciò a servirsene per la manifestazione delle sue stupende creazioni. Mentre le milizie inglesi, lasciandosi addietro le devastate provincie della Francia, entravano trionfanti in Valladolid e spargevano il terrore fino alle porte di Firenze, i poeti inglesi dipingevano con vivi colori tutta la vasta varietà delle costumanze e delle fortune umane; e i pensatori inglesi aspiravano a indagare o ardivano dubitare, là dove i bacchettoni erano stati satisfatti ad ammirare o a credere. L’età stessa che produsse il Principe Nero e Derby, Chandos e Hawkwood, generò parimente Goffredo Chaucer e Giovanni Vicleffo.

Con modo sì splendido e imperatorio, il popolo inglese, propriamente detto, prese posto fra le nazioni del mondo. Nondimeno, mentre con diletto contempliamo gl’incliti pregi che adornavano i nostri antichi, non possiamo negare che il fine cui aspiravano era dannato e dalla onestà e dalla saggia politica, e che la sinistra fortuna che li costrinse, dopo una lunga e sanguinosa lotta, a deporre la speranza di stabilire un grande impero continentale, fu un vero bene sotto le sembianze di un disastro. Finalmente i Francesi si rifecero d’animo e di senno; e cominciarono ad opporre una vigorosa resistenza nazionale a’ conquistatori stranieri. E da quel tempo, la destrezza dei capitani inglesi e il coraggio dei soldati loro, fortunatamente per l’umanità, tornarono vani. Dopo molti sforzi disperati, col cordoglio nell’animo, i nostri antenati rinunziarono alla conquista. Da quell’epoca in poi, nessun Governo inglese ha seriamente e fermamente fatto disegno di grandi conquiste sul Continente.

Il popolo, egli è vero, seguitò a carezzare con orgoglio la rimembranza di Cressy, di Poitiers e d’Agincourt. Anche molti anni appresso tornava agevole accendergli il sangue ed ottenerne sussidii con la sola promessa di riprendere la impresa di Francia. Ma, avventuratamente, le forze del nostro paese sono state dirette a fini più degni; ed ormai nella storia del genere umano occupa un posto assai più glorioso di quello che terrebbe qualora avesse acquistato, siccome un tempo era parso probabile, per mezzo della spada una supremazia simile a quella che in antico conseguì la repubblica romana.

XI. Rinchiuso di nuovo dentro i confini dell’isola, il bellicoso popolo adoperò ne’ civili conflitti le armi che erano già state il terrore dell’Europa. I Baroni avevano per lungo tempo derivati dalle oppresse provincie francesi i mezzi di satisfare al loro prodigo spendere. Quelle sorgenti di pecunia poi disseccaronsi; e rimanendo tuttavia le abitudini d’ostentazione e di lusso generate dalla prosperità, i grandi signori, impotenti ad appagare i loro appetiti depredando i Francesi, si misero a depredarsi vicendevolmente. Il reame, dentro il quale erano rinchiusi, secondo che afferma Comino, che è il più giudizioso osservatore di que’ tempi, non era bastevole a tutti. Due fazioni aristocratiche, capitanate da due rami della famiglia reale, accesero una feroce e lunga lotta per recarsi in mano il governo dello Stato. E poichè l’astio di tali fazioni non nasceva veramente da contesa intorno alla successione, durò lungo tempo dopo che ogni pretesto intorno alla successione era svanito. La parte della Rosa Rossa sopravvisse all’ultimo de’ principi che volevano il trono per diritto di Enrico IV. La parte della Rosa Bianca sopravvisse al matrimonio di Richmond e di Elisabetta. Lasciati senza capo che avesse alcuna onesta apparenza di diritto, i partigiani di Lancaster si collegarono intorno a un ramo di bastardi, e i partigiani di York misero su una successione d’impostori. Caduti sul campo di battaglia o sotto la scure del carnefice molti nobili aspiranti, scomparse per sempre dalla storia molte famiglie illustri, dome dalle sciagure le grandi casate che rimanevano, universalmente convennero a riconoscere ricongiunti nella casa de’ Tudors i diritti di tutti i contendenti Plantageneti.

XII. Intanto maturavasi un avvenimento di assai maggiore importanza che non era l’acquisto o la perdita d’una provincia, lo innalzamento o la caduta d’una dinastia. La schiavitù, e i mali che l’accompagnano, andavano speditamente estinguendosi.

È cosa degna di nota, come le due più grandi e benefiche rivoluzioni sociali che seguissero in Inghilterra; la rivoluzione, cioè, che nel secolo decimoterzo pose fine alla tirannia di nazione sopra nazione; e quella che, poche generazioni dopo, rapì di mano all’uomo il diritto di possedere l’uomo; chetamente e impercettibilmente si effettuassero. Non destando maraviglia nelle menti degli osservatori contemporanei, esse sono state pochissimo avvertite dagli storici. Non vennero eseguite nè da atti legislativi nè dalla forza fisica. Cagioni puramente morali fecero senza rumore svanire ogni distinzione, dapprima tra Normanni e Sassoni, poscia tra schiavi e padroni. Nessuno potrebbe presumere di determinare il tempo preciso in cui siffatta distinzione cessava. Qualche debole vestigio del vecchio spirito normanno si potrebbe forse ravvisare nel secolo decimoquarto; qualche lieve vestigio dell’istituzione del villanaggio hanno scoperto gli eruditi nell’epoca degli Stuardi: che anzi, tale istituzione fino ai di nostri non è stata abolita con legge particolare.