Fu deliberato che due Inglesi, Ayloffe e Rumbold, avrebbero accompagnato Argyle in Iscozia, e che Fletcher sarebbe andato con Monmouth in Inghilterra. Fletcher, fino da principio, erasi sinistramente augurato dell’impresa; ma il suo spirito cavalleresco non gli concedeva di schivare un rischio, al quale gli amici suoi parevano impazienti di esporsi. Allorquando Grey ridisse, approvando, ciò che Wildman aveva detto intorno a Richmond e a Riccardo, il dotto e riflessivo Scozzese notò giustamente, come il secolo decimoquinto assai differisse dal decimosettimo. Richmond era sicuro dello aiuto de’ baroni, ciascuno de’ quali poteva condurre in campo un’armata di possidenti feudali; e Riccardo non aveva nè anche un reggimento di soldati regolari.[348]
Gli esuli poterono, in parte coi propri mezzi, in parte con le contribuzioni che avevano raccolto dai loro benevoli in Olanda, raccogliere una somma di pecunia bastevole alle due spedizioni. Poco ottennero da Londra, donde aspettavansi sei mila lire sterline; ma invece di danaro, Wildman mandò scuse: il che avrebbe dovuto aprire gli occhi a tutti coloro i quali non erano ostinatamente ciechi. Il duca supplì al difetto impegnando le proprie gioie e quelle di Lady Wentworth. Comprarono armi, munizioni e provigioni, ed equipaggiarono varie navi che erano in Amsterdam.[349]
XIV. È da notarsi che il più illustre e gravemente danneggiato degli esuli inglesi, si tenne molto lontano da cotesti temerarii consigli. Giovanni Locke odiava da filosofo la tirannia e la persecuzione; ma in grazia dello intendimento e dell’indole sua, serbossi immune dalle violenze di parte. Aveva avuta grande domestichezza con Shaftesbury, e per ciò era caduto in disgrazia della Corte. Nondimeno, la sua prudenza era stata sì grande, che poco avrebbe giovato il trascinarlo anche dinanzi ai tribunali parziali e corrotti di quel tempo. Se non che potevano nuocergli in una sola cosa. Essendo egli studente di Christ College nella Università di Oxford, pensarono di cacciarlo da quel celebre collegio, lui che era il più grande uomo del quale il collegio si fosse potuto gloriare! Ma ciò non era facile. Locke in Oxford erasi astenuto d’esprimere qualsiasi opinione intorno alla politica allora vigente. Venne circuito di spie. Dottori in divinità e Maestri d’Arti non vergognarono di fare il più vile di tutti i mestieri; quello, cioè, d’invigilare le labbra d’un collega, onde riferirne le parole e rovinarlo. La conversazione nella sala veniva appositamente rivolta a subietti delicati; voglio dire alla Legge di Esclusione, e al carattere del Conte di Shaftesbury: ma invano. Locke, senza lasciarsi trasportare da’ moti dell’animo, e senza dissimulare, mantenne sì fermo silenzio e contegno, che gli strumenti del Governo, stizziti, confessarono di non aver mai veduto un uomo che al pari di lui sapesse così bene signoreggiare la propria lingua e le proprie passioni. Vedendo che il tradimento non giovava a nulla, fecero uso del potere arbitrario. Dopo d’avere indarno tentato di prendere Locke in fallo, il Governo determinò di punirlo innocente. Da Whitehall giunsero in Oxford ordini di cacciarlo via; ordini che il Decano de’ Canonici si affrettò a mandare ad esecuzione.
Locke viaggiava nel continente per riacquistare la salute, allorchè gli giunse la nuova che era stato privato di tetto e di pane senza processo, e senza nè anche un avviso. La ingiustizia colla quale era stato trattato, lo avrebbe reso degno di scusa s’egli si fosse appigliato a mezzi violenti per ottenere un riparo. Ma non era uomo da lasciarsi acciecare da un risentimento personale: non si augurava alcun bene de’ disegni di coloro che s’erano ragunati in Amsterdam; e chetamente si ritrasse in Utrecht, dove, mentre i suoi compagni di sventura apparecchiavano la propria distruzione, egli attendeva a scrivere la sua celebre Lettera sopra la Tolleranza.[350]
XV. Al Governo inglese pervenne, senza dubbio, la nuova che qualche cosa macchinavasi dai fuorusciti. Pare che in prima non sospettasse d’una invasione in Inghilterra, ma temeva che Argyle sarebbe tra breve comparso in armi fra mezzo agli uomini della sua tribù. E però fu pubblicato un proclama, con cui si ordinava di porre la Scozia in istato di difesa. Fu fatto comandamento che le milizie civiche si tenessero apparecchiate. Tutte le tribù ostili al nome di Campbell, si posero in moto. Giovanni Murray, Marchese d’Athol, fu fatto Luogotenente della Contea d’Argyle, ed a capo di una gran torma de’ suoi seguaci, occupò il castello d’Inverary. Parecchi individui sospetti vennero messi in carcere. Altri furono astretti a dare ostaggi. Mandarono vascelli da guerra ad incrociare presso l’isola di Bute; e parte dell’esercito d’Irlanda fu fatto marciare verso la costa di Ulster.[351]
XVI. Intanto che in Iscozia facevansi tali apparecchi, Giacomo chiamò a sè Arnaldo Van Citters, che stava in Inghilterra come ambasciatore delle Provincie Unite; ed Everardo Van Dykvelt, il quale, dopo la morte di Carlo, era stato inviato dagli Stati Generali con missione speciale di condoglianza e congratulazione. Il Re disse d’avere ricevuto da fonti incontrastabili nuova dei disegni che macchinavano contro il suo trono i suoi sudditi fuorusciti in Olanda. Alcuni di loro erano gente da forche, cui null’altro che una singolare provvidenza di Dio aveva impedito di commettere un esecrando assassinio; e stava fra loro il signore del luogo scelto ad eseguirvi il macello. «Tra tutti i viventi» soggiunse il Re «Argyle ha i maggiori mezzi di nuocermi; e tra tutti i luoghi, la Olanda è quello d’onde può partire un colpo contro me.» Citters e Dykvelt assicurarono la Maestà Sua, che ciò ch’ella aveva detto, sarebbe stato sollecitamente comunicato al Governo da essi rappresentato, e speravano fermamente che verrebbe fatto ogni sforzo a satisfare il desiderio di quella.[352]
Gli ambasciatori, esprimendo tale speranza, dirittamente parlavano. Il Principe d’Orange e gli Stati Generali erano a quel tempo molto desiderosi che della ospitalità olandese non si facesse abuso rispetto a cose delle quali il Governo inglese avesse potuto muovere giusta doglianza. Giacomo aveva poco innanzi dette parole che facevano sperare come ei non si sarebbe pazientemente sottoposto al predominio della Francia. Pareva probabile che avrebbe assentito a formare un’alleanza con le Provincie Unite e la Casa d’Austria. Era, quindi, nell’Aja estrema sollecitudine di evitare tutto ciò che lo avesse potuto offendere. Lo interesse personale di Guglielmo era anche in questa occasione identico a quello del suo suocero.
Ma il caso era uno di quelli che richiedono rapidità e vigoria d’azione; e la natura delle istituzioni batave rendeva ciò impossibile. La Unione d’Utrecht, rozzamente formatasi fra mezzo al trambusto d’una rivoluzione a fine di ovviare agli estremi bisogni della cosa pubblica, non era stata deliberatamente riesaminata e resa più perfetta in tempi tranquilli. Ciascuna delle sette repubbliche avvincolate da quella Unione, serbavano quasi tutti i diritti di sovranità, e li difendevano gelosamente contro il Governo centrale. E come le Autorità federali non avevano i mezzi di farsi prontamente obbedire dalle provinciali, così queste non gli avevano per ottenere pronta obbedienza dalle municipali. La sola Olanda comprendeva diciotto città, ciascuna delle quali era per molti rispetti uno stato indipendente, e geloso che altri s’immischiasse nelle sue faccende. Se i reggitori di una tale città ricevevano dall’Aja un ordine che fosse loro spiacevole, o non se ne davano punto pensiero, o languidamente e tardi lo eseguivano. In alcuni Consigli municipali, a dir vero, la influenza del Principe d’Orange era onnipotente. Ma per isventura, il luogo dove gli esuli inglesi eransi raccolti, e i loro navigli stavano equipaggiati, era la ricca e popolosa Amsterdam, i cui magistrati erano capi della fazione avversa al governo federale ed alla Casa di Nassau. L’amministrazione marittima delle Provincie Unite era condotta da cinque diversi uffici d’Ammiragliato; uno de’ quali, residente in Amsterdam, in parte era nominato dalle Autorità della città, e sembra che fosse animato dallo spirito di quelle.
Tutte le cure del Governo federale adoperate a porre ad effetto ciò che Giacomo desiderava, andarono a vuoto per i sutterfugi de’ reggitori d’Amsterdam, e per gli errori del Colonnello Bevil Skelton, che pur allora era arrivato in Olanda come inviato del Governo inglese. Skelton aveva abitato in Olanda al tempo delle civili perturbazioni della Inghilterra, e quindi veniva reputato adatto a quell’ufficio;[353] ma veramente, egli non era buono nè per quella nè per qual si fosse altra situazione diplomatica. Taluni espertissimi giudici degli umani caratteri affermarono ch’egli era il più leggiero, volubile, passionato, presuntuoso e ciarliere degli uomini.[354] Non fece diligenti indagini intorno a ciò che i refugiati facevano, finchè tre navi equipaggiate per la spedizione di Scozia si posero in salvo fuori del Zuyder Zee, finchè le armi, le munizioni e le vettovaglie furono sul bordo, e i fuorusciti s’imbarcarono. Allora, invece di rivolgersi, siccome avrebbe dovuto fare, agli Stati Generali, che ragunavansi accanto alla sua casa, spedì un messo ai magistrati d’Amsterdam, richiedendoli di fermare le navi sospette. I magistrati d’Amsterdam risposero, che lo ingresso nel Zuyder Zee era fuori della loro giurisdizione, e lo rimandarono al Governo federale. Vedevasi chiaramente che ciò era una pretta scusa, e che se gli Stati d’Amsterdam avessero davvero voluto impedire la partenza di Argyle, non avrebbero messa in mezzo difficoltà veruna. Skelton, quindi, si rivolse agli Stati Generali, i quali mostraronsi dispostissimi a fare quanto egli chiedeva; e perchè il caso era urgente, misero da banda la usanza che ordinariamente osservavano nella espedizione degli affari. Nel dì medesimo ch’egli fece loro la sua dimanda, fu spedito allo Ammiragliato d’Amsterdam un ordine esattamente conforme a quanto egli aveva richiesto. Ma tale ordine, a cagione di certe erronee informazioni da lui ricevute, non descriveva precisamente la situazione delle navi. Dicevasi che fossero nel Texel, ma erano nel Vlie. Lo Ammiragliato d’Amsterdam si giovò di cotesto errore per non far nulla; e innanzi che lo sbaglio venisse chiarito, le tre navi ormai veleggiavano.[355]