XLVIII. Monmouth e Grey rimasero due giorni in Ringvood. Furono poi menati a Londra, sotto la guardia di un grosso corpo di milizie regolari e civiche. Nel cocchio del Duca era un ufficiale, che aveva ordine di pugnalarlo se si fosse tentato di liberarlo. In ogni città giacente lungo il cammino, stavano schierati i militi cittadini delle vicinanze, sotto il comando de’ precipui gentiluomini. La marcia durò tre giorni fino a Wauxhall, dove un reggimento comandato da Giorgio Legge, Lord Dartmouth, era apparecchiato a ricevere i prigionieri. I quali furono posti in una barca, e pel fiume condotti a Whitehall Stairs. Lumley e Portman guardarono a vicenda giorno e notte il Duca, finchè lo ebbero messo dentro il Palazzo.[431]
Il contegno di Monmouth e quello di Grey nel viaggio, riempirono di ammirazione chiunque li vedeva. Monmouth era affatto prostrato. Grey non solo era tranquillo, ma brioso; parlava piacevolmente di cavalli, di cani, di cacce, e alludeva perfino scherzevolmente al pericolo in cui trovavasi.
Il Re non è da biasimarsi d’avere dannato Monmouth a morire. Chiunque si faccia capo d’una ribellione contro un Governo stabilito, rischia la vita sull’esito di quella; e la ribellione era la parte minore de’ delitti di Monmouth. Egli aveva dichiarato contro il proprio zio una guerra a morte. Nel manifesto promulgato in Lyme, aveva condannato Giacomo alla esecrazione come incendiario, come assassino, che aveva strangolato un uomo innocente e mozzo il capo ad un altro, e infine come avvelenatore del proprio fratello. Perdonare ad un nemico che non aveva abborrito di ricorrere a cosiffatte enormezze, sarebbe stato un atto di generosità rara, e forse biasimevole. Ma vederlo e non perdonargli la vita, era un offendere ogni senso d’umanità e di decenza.[432] Se non che, il Re era risoluto di mostrarsi implacabile. Il prigioniero, le braccia legate con un laccio di seta dietro le spalle, fu menato al cospetto dell’inesorabile parente da lui oltraggiato.
XLIX. Monmouth prostrossi a terra, trascinandosi a piedi del Re. Pianse; tentò di stringere con le incatenate braccia le ginocchia dello zio. Lo supplicò di concedergli la vita, solo la vita, la vita ad ogni costo. Confessò d’essere reo d’un gran delitto, ma provossi di darne la colpa agli altri, e in ispecie ad Argyle; il quale avrebbe meglio poste le proprie gambe nello stivaletto, che salvare la vita con tanto avvilimento. A nome de’ vincoli del sangue, della memoria del Re defunto, che era stato il migliore e più sincero de’ fratelli, lo sventurato implorò mercè ai piedi di Giacomo. Giacomo con gravità rispose essere tardi il pentirsi; a lui spiacere la sciagura che il prigioniero s’era voluto chiamare sul capo, ma il delitto non esser tale da potersi usare clemenza. Un proclama pieno d’atroci calunnie era stato pubblicato. Il regio titolo era stato assunto. Per così gravi tradimenti non potere esserci perdono in questo mondo. Lo esterrefatto Duca giurò non aver mai voluto usurpare la Corona, ma essere stato da altri tratto in quel fatale errore. In quanto al proclama, egli non era colui che lo aveva scritto; non lo aveva nè anche letto; lo aveva firmato senza gettarvi gli occhi sopra: era tutta opera di Ferguson, di quel sanguinario e scellerato Ferguson. «Sperate voi ch’io creda» disse Giacomo, con ben meritato disprezzo, «che abbiate apposta la vostra firma ad una scrittura di tanto momento, senza saperne il contenuto?» Ma gli rimaneva a scendere oltre in fondo alla infamia. Egli era il gran campione della religione protestante, lo interesse della quale gli era servito di pretesto a congiurare contro il Governo del proprio padre, e gettare la patria nelle calamità della guerra civile: e nondimeno, non vergognò di accennare come egli fosse proclive a riconciliarsi con la Chiesa di Roma. Il Re gli offerse volentieri ogni aiuto spirituale, ma non fe’ motto di perdono o di clemenza. «Non v’è dunque speranza?» chiese Monmouth. Giacomo non rispose, e gli volse le spalle. Allora Monmouth si sforzò di rifarsi d’animo, e si alzò, ritirandosi con una fermezza da lui non mostrata mai dopo la propria caduta.[433]
Poi Grey comparve alla regia presenza. Egli si condusse con tale decoro e fortezza, che commosse anche l’austero e astioso Giacomo: non si scusò punto, e non si piegò punto a chiedere la vita. Ambi i prigionieri furono mandati pel fiume alla Torre. Non vi fu tumulto; ma molte migliaia di persone, con l’ansietà e il cordoglio dipinti sul volto, provaronsi di vedere i due sciagurati. Appena il Duca si vide lontano dallo aspetto del Re, la risolutezza rinatagli in cuore svanì. Andando al carcere gemeva, accusava i suoi seguaci, e con abbiettezza implorava Dartmouth intercedesse per lui. «So bene, Milord, che amavate mio padre. Per l’amore di lui, per l’amore di Dio, ingegnatevi di trovar modo ad ottenermi mercè.» Dartmouth rispose che il Re aveva parlato il vero, e che un suddito che aveva assunto il titolo regio, si era chiuso ogni via al perdono.[434]
Poco dopo che Monmouth venne rinchiuso nella Torre, gli fu annunziato che la moglie, per ordine del Re, era arrivata per vederlo. Era in compagnia del Conte di Clarendon Lord del Sigillo Privato. Il marito le fece freddissima accoglienza, e rivolse quasi sempre la parola a Clarendon, implorando intercedesse per lui. Clarendon non gli porse nessuna speranza; e la sera stessa due prelati, Turner vescovo di Ely, e Ken vescovo di Bath e Wells, arrivarono alla Torre, recando un solenne messaggio da parte del Re. Era la notte del lunedì. Il mercoledì prossimo Monmouth doveva morire.
Ei cadde in grande agitazione; il sangue gli fuggì dalle guance, e per qualche tempo non potè profferire parola. La più parte del breve spazio di tempo che gli rimaneva, egli spese provandosi indarno di ottenere, se non perdono, almeno una sospensione della sentenza. Scrisse al Re ed a vari cortigiani lettere compassionevoli, ma indarno. Gli furono dalla Corte mandati alcuni sacerdoti cattolici; i quali tosto s’accorsero ch’egli avrebbe volentieri comprata la vita rinnegando la religione di cui in modo speciale erasi dichiarato difensore: nondimeno, se gli era forza morire, sarebbe morto senza la loro assoluzione, egualmente che con quella.[435]
Nè Ken e Turner rimasero satisfatti delle opinioni di lui. Secondo loro, come secondo la maggior parte de’ loro confratelli, la dottrina della non-resistenza era il segno distintivo della Chiesa Anglicana. I due Vescovi insistettero perchè Monmouth confessasse, che snudando la spada contro il Governo, egli aveva commesso un gran peccato; e in ciò lo trovarono ostinatamente eterodosso. Nè era questa la sola delle sue eresie. Sosteneva che la sua relazione con Lady Wentworth fosse irreprensibile agli occhi di Dio. Diceva d’avere contratto matrimonio mentre era fanciullo. Non si era dato mai pensiero della sua Duchessa. La felicità ch’egli non aveva trovata in casa propria, l’aveva cercata in seno a dissoluti amori, dannati dalla religione e dalla morale. Enrichetta era stata colei che lo aveva redento da una vita di vizi. Ad essa egli era stato rigorosamente fedele. Entrambi d’accordo avevano pôrte al cielo ferventi preghiere perchè li guidasse. Dopo le quali preghiere, il loro scambievole affetto erasi afforzato: non potevano, quindi, più oltre dubitare che al cospetto di Dio essi erano come due sposi. I vescovi rimasero così scandalezzati a coteste idee intorno al vincolo coniugale, che ricusarono di ministrargli la comunione. Tutto ciò che da lui poterono ottenere, fu la promessa, che nella unica notte che gli restava a vivere, pregasse Iddio a largirgli lume bastevole onde conoscere se fosse nell’errore.
Il mercoledì mattina, a sua particolare richiesta, il Dottore Tommaso Tenison, che allora era vicario di San Martino, e in quell’importante ufficio erasi acquistato la pubblica stima, andò alla Torre. Da Tenison, uomo noto per moderatezza d’opinioni, il Duca aspettavasi indulgenza maggiore di quanta gliene avessero potuto mostrare Ken e Turner. Ma Tenison, qualunque fossero le sue opinioni concernenti la non-resistenza in astratto, reputava la recente ribellione sconsiderata ed iniqua, e le idee di Monmouth rispetto al matrimonio pericolosissimo inganno. Monmouth fu ostinato, dicendo d’avere pregato il cielo perchè lo illuminasse. I suoi sentimenti rimanevano sempre gli stessi; e non poteva dubitare d’essere nella diritta via. Tenison lo esortò con modo più mite di quello che avevano adoperato i due vescovi. Ma al pari di loro, pensò di non potere in coscienza amministrare la eucaristia ad un uomo la cui penitenza era così poco soddisfacente.[436]
L’ora appressavasi: ogni speranza era spenta: Monmouth da un timore pusillanime era passato all’apatia della disperazione. Gli furono condotti i figliuoli, perchè desse loro l’estremo vale; erano accompagnati dalla moglie. Le parlò cortesemente, ma senza emozione. Comecchè fosse donna di gran forza d’animo, e avesse poca cagione ad amarlo, il suo dolore fu tanto, che nessuno degli astanti potè frenare le lacrime. Egli solo non ne rimase commosso.[437]