In quel tempo, i Gesuiti combattevano una guerra a morte contro un nemico da loro in prima spregiato, ma pel quale poscia erano stati costretti a sentire riverenza e timore. Mentre erano pervenuti al più alto grado di prosperità, furono sfidati da una mano di avversarii, che, a dir vero, non avevano influenza sopra i potenti del mondo, ma avevano fortissima fede religiosa ed energia intellettuale. Travagliavansi in una lunga, strana e gloriosa lotta del genio contro il potere. I Gesuiti chiamarono in soccorso loro, ministeri, tribunali, università, che risposero alla chiamata. Porto Reale si richiamò, e non invano, ai cuori ed alle menti di milioni dʼuomini. I dittatori della Cristianità si trovarono, in un subito, nella condizione di colpevoli. Furono accusati di avere sistematicamente abbassata la meta della morale evangelica a fine dʼaccrescere la loro influenza; e lʼaccusa fu formulata in modo che tirò a sè lʼattenzione dello intero mondo, imperocchè il principale accusatore era Biagio Pascal. Le sue doti intellettuali erano quali rade volte sono state impartite ad alcuna umana creatura; e dello zelo veemente che lʼanimava, erano solenni argomenti le penitenze e le vigilie che anzi tempo trascinarono al sepolcro il macero suo corpo. Aveva lo spirito di San Bernardo; ma la squisitezza, il brio, la purità, la energia, la semplicità della sua eloquenza, nessuno ha mai raggiunto, tranne i grandissimi oratori greci. Tutta Europa lesse e ammirò i suoi scritti, piangendo e ridendo ad un tempo. I Gesuiti si provarono di rispondergli, ma le loro deboli risposte furono ricevute dal pubblico con fischi di scherno. Non che avessero difetto dʼingegno, e di quelle doti le quali si acquistano con elaborata educazione; ma tale educazione, quantunque possa suscitare le forze di una mente ordinaria, tende a spegnere, più presto che a promuovere, il genio originale. Fu universalmente riconosciuto che nella contesa letteraria i Giansenisti rimasero vincitori. Ai Gesuiti nullʼaltro restava, che opprimere la setta da essi non potuta confutare. Luigi XIV era il loro sostegno precipuo. La sua coscienza, fino dagli anni suoi primi, era nelle mani loro; egli aveva da loro imparato ad aborrire il Giansenismo, come aborriva il Protestantismo, e molto più di quanto aborrisse lʼAteismo. Innocenzo XI, dallʼaltra parte, pendeva verso le opinioni giansenistiche. Quindi fu che la Compagnia di Gesù trovossi in una situazione non contemplata mai dal suo fondatore. I Gesuiti si scissero dal Sommo Pontefice, e collegaronsi fortemente con un principe che si spacciava campione delle gallicane libertà e nemico delle pretese oltremontane. In tal guisa la Compagnia divenne in Inghilterra strumento deʼ disegni di Luigi, e cooperò con successo tale che i Cattolici Romani poi lungamente ed amaramente deplorarono, ad accrescere la rottura tra il Re e il Parlamento, ad impacciare il Nunzio, a minare il potere del Lord Tesoriere, ed a promuovere i disperatissimi intendimenti di Tyrconnel.

Così, da una parte stavano gli Hydes e tutti i Tory aderenti alla Chiesa Anglicana, Powis e tutti i più rispettabili gentiluomini e nobili, credenti nella religione del Re, gli Stati Generali, la Casa dʼAustria e il Pontefice. Dallʼaltra parte erano pochi avventurieri cattolici romani, senza fortuna e senza riputazione, spalleggiati dalla Francia e daʼ Gesuiti.

XXXI. Il principale rappresentante deʼ Gesuiti in Whitehall, era un Inglese padre della Compagnia, il quale per qualche tempo era stato vice-provinciale, prediletto da Giacomo con peculiare favore, e di recente fatto scrivano del gabinetto intimo. Questʼuomo, chiamato Eduardo Petre, discendeva da onorevole famiglia. Aveva modi cortesi e facondo parlare; ma era debole, vano, ambizioso e cupido. Di tutti i pessimi consiglieri che andavano a Whitehall, egli forse fu il fabbro principale nella rovina della Casa Stuarda.

XXXII. La ostinata e imperiosa natura del Re faceva grandemente prevalere coloro che lo consigliavano a star fermo, a non cedere in nulla, e a rendersi temuto. Una massima politica gli sʼera cosiffattamente abbarbicata al cervello, che non vʼera ragione che bastasse a sradicarla. A dir vero, egli non era assuefatto a porgere ascolto alla ragione. Il suo modo dʼargomentare, se così si debba chiamare, era quello che non di rado sʼosserva negli individui tardi di cervello e caparbi, avvezzi ad essere circuiti dai loro sottoposti. Asseriva una cosa; e qualvolta i savi uomini provavansi di mostrargli rispettosamente essere erronea, lʼasseriva di nuovo con le stessissime parole, e pensava che così facendo tutte le obiezioni sparissero.[57] «Non farò mai concessioni» spesso ei ripeteva; «mio padre le fece, e gli fu mozzo il capo.»[58] Se fosse stato vero che le concessioni erano tornate fatali a Carlo I, un uomo di buon senso avrebbe conosciuto, un solo esperimento non essere bastevole a stabilire una regola generale anche nelle scienze molto meno complicate di quella di governare; che dal principio del mondo fino a noi, non vi furono mai due fatti politici, le cui condizioni fossero esattamente simili; e che lʼunico modo dʼimparare dalla storia prudenza civile, è quello di esaminare e raffrontare un infinito numero di casi. Ma se lʼunico esempio sul quale appoggiavasi il Re, era buono a provare alcuna cosa, provava solo chʼegli aveva torto. Mal può dubitarsi che, se Carlo avesse francamente fatte al Corto Parlamento, che si ragunò nella primavera del 1640, solo mezze le concessioni chʼegli, pochi mesi dopo, fece al Lungo Parlamento, sarebbe vissuto e morto da Re potentissimo. Dallʼaltro canto, non può punto dubitarsi che, se egli avesse ricusato di fare concessione alcuna al Lungo Parlamento, e avesse ricorso alle armi a difesa della imposta pel mantenimento della flotta, e a difesa della Camera Stellata, avrebbe veduto nelle file degli inimici Hyde e Falkland accanto a Hollis e Hampden. Ma, certo, non avrebbe potuto ricorrere alle armi; poichè nè anche venti Cavalieri sarebbero accorsi al suo vessillo. Solo alle concessioni fatte egli era debitore del soccorso prestatogli dalla gran classe deʼ nobili e deʼ gentiluomini, i quali pugnarono per tanto tempo e con tanto valore per la causa di lui. Ma sarebbe stato inutile dimostrare a Giacomo simiglianti cose.

Un altro fatale errore gli si era fitto in mente, e vi stette finchè lo condusse alla rovina. Credeva fermamente, che per qualunque cosa egli avesse potuto fare, i credenti nella Chiesa Anglicana avrebbero sempre agito a seconda deʼ loro principii. Sapeva dʼessere stato proclamato da dieci mila pulpiti. La Università di Oxford aveva solennemente dichiarato, che anche una tirannide terribile quanto quella deʼ più depravati Cesari, non giustificava i sudditi a resistere alla regia autorità: e da ciò egli era cotanto stolto da concludere, che lo intero corpo deʼ Tory gentiluomini e chierici, si sarebbero da lui lasciati spogliare, opprimere ed insultare, senza alzare una mano a difendersi. Eʼ sembra strano che un uomo possa avere trapassato lʼanno cinquantesimo della propria vita, senza scoprire che il popolo talvolta fa ciò che stima illecito: e Giacomo altro fare non doveva che frugarsi nellʼanima, per trovarvi abbondevoli prove a conoscere, che anche un forte sentimento deʼ religiosi doveri non sempre serve a impedire che la fragile creatura umana indulga alle proprie passioni, a dispetto delle leggi divine ed a rischio di terribili pene. Avrebbe dovuto sapere, che comunque egli giudicasse atto peccaminoso lo adulterio, era un adultero; ma nulla valeva a convincerlo che chiunque per principio credeva la ribellione essere peccato, si potesse anche in grande estremità indurre a ribellare. Credeva che la Chiesa Anglicana fosse una vittima paziente, chʼegli poteva senza pericolo oltraggiare e torturare a suo libito; nè si accôrse mai del suo errore se non dopo che vide le Università pronte a coniare le loro argenterie per sussidiare la cassa militare deʼ suoi nemici, e un vescovo lungamente rinomato per la lealtà sua, gettar via la sottana, e cingendo una spada, prendere il comando dʼun reggimento dʼinsorti.

XXXIII. A coteste fatali follie il Re era studiosamente incoraggiato da un ministro, che era già stato esclusionista, e tuttavia seguitava a chiamarsi protestante; voglio dire dal Duca di Sunderland. Le cagioni della condotta di questo immorale uomo politico, sono state spesso erroneamente esposte. Mentre ancora viveva, fu dai Giacomisti accusato di avere, anche avanti il cominciamento del regno di Giacomo, il pensiero di produrre una rivoluzione a favore del principe dʼOrange, e dʼavere, con tale scopo, consigliato il Re a commettere numerose aggressioni contro la costituzione civile ed ecclesiastica del reame: frivola storiella che è stata fino ai dì nostri ripetuta da ignoranti scrittori. Ma nessuno storico bene erudito nel vero, qualunque si vogliano supporre i suoi pregiudicii, si è indotto ad accoglierla, come quella che non riposa sopra nessuna prova; e non vʼè prova che basti a convincere gli uomini assennati, che Sunderland deliberatamente si gettasse nella colpa e nella infamia onde produrre un mutamento di cose, nel quale ei vedeva chiaramente di non poter vantaggiare, e seguito il quale, di fatto ei perdè le immense ricchezze e la influenza che sotto Giacomo possedeva. Nè vi è la più lieve cagione per ricorrere ad una sì strana ipotesi, poichè il vero traspare dalla superficie stessa deʼ fatti. Per quanto tortuosa e subdola fosse la via nella quale cotesto uomo procedeva, la ragione che ve lo aveva spinto era semplice. La sua condotta è da attribuirsi alla possanza della cupidigia e del timore che avvicendavansi in unʼanima molto subietta ad entrambe cotali passioni, e che aveva occhio lesto anzichè acuto. Aveva mestieri di assai più potere e pecunia. Lʼuno ei poteva ottenere solamente a danno di Rochester, e lʼunico modo di conseguirlo a detrimento di Rochester, era quello di accrescere lʼavversione che il Re sentiva pei moderati consigli di Rochester. Danari, ei con grande agevolezza e in gran copia poteva ottenere dalla corte di Versailles; e Sunderland fu sollecito a vendersi a quella. Non aveva nessun vizio gioviale o generoso. Curava poco il vino e la beltà, ma bramava la ricchezza con insaziabile e irrefrenabile cupidigia. La passione del giuoco glʼinfuriava tempestosamente nellʼanima, nè era stata domata da perdite rovinosissime. Il suo avito patrimonio era grande. Egli aveva lungamente occupato uffici lucrosi, e non avea trascurata arte nessuna a renderli più lucrosi; ma la sua mala ventura aʼ giuochi di sorte fu tanta, che i suoi beni diventavano quotidianamente più gravati di debiti. Sperando di disimpacciarsi da tante molestie, rivelava a Barillon tutti i disegni che il governo inglese meditasse ostili alla Francia, ed accennò che, pei tempi che correvano, un Segretario di Stato poteva rendere servigi che Luigi avrebbe fatto opera savia a pagare largamente. Lo ambasciatore disse al proprio signore, che sei mila ghinee era la minore gratificazione che potesse offrirsi ad un così importante ministro. Luigi assentì a dare venticinque mila scudi, somma equivalente a circa cinque mila seicento lire sterline. Fu stabilito che Sunderland riceverebbe annualmente la predetta somma, e che egli in ricompensa farebbe ogni sforzo per impedire il ragunarsi del Parlamento.[59]

Si collegò quindi alla cabala gesuitica, e usò così destramente dellʼinfluenza della cabala, che gli venne fatto di succedere ad Halifax nellʼalta dignità di Lord Presidente, senza rinunziare allʼufficio maggiormente lucroso di Segretario.[60] Sentì nondimeno di non potere ottenere lʼequivalente influenza in Corte, finchè fosse riputato aderente alla Chiesa Anglicana. Tutte le religioni per lui erano una medesima cosa. Nelle private conversazioni aveva costume di parlare con profano dispregio delle cose più sacre. Deliberò, dunque, di dare al Re il diletto e la gloria di avere compita una conversione. Se non che, eravi dʼuopo qualche destrezza a ciò fare. Non vʼè uomo che sia affatto non curante dellʼopinione dei suoi simili; ed anche Sunderland, quantunque non sentisse molto la vergogna, rifuggiva dalla infamia della pubblica apostasia. Rappresentò la parte sua con esimio magistero. Agli occhi del mondo mostravasi protestante; nelle secreto stanze del re, assumeva il contegno di uno che, seriamente affaccendato ad indagare il vero, pressochè persuaso a dichiararsi Cattolico Romano, ed aspettando dʼessere maggiormente illuminato, era pronto a rendere tutti i possibili servigi ai credenti nella vecchia fede. Giacomo, che non ebbe mai grande discernimento, e nelle materie religiose era affatto cieco, in onta alla esperienza che aveva della umana malvagità, della malvagità deʼ cortigiani come classe, e di quella di Sunderland come individuo, si lasciò gabbare inducendosi a credere che la grazia aveva toccato il più falso e indurito deʼ cuori umani. Per molti mesi lo astuto ministro fu considerato in Corte come buon catecumeno, senza mostrarsi al pubblico in sembianza di rinnegato.[61]

Poco dopo, mostrò al Re lʼutilità dʼistituire un comitato secreto di Cattolici Romani, onde consigliare intorno a tutte le cose spettanti allʼinteresse della loro religione. Il comitato adunavasi talvolta nelle stanze di Chiffinch, e talʼaltra negli appartamenti ufficiali di Sunderland, il quale, quantunque fosse tuttavia protestante di nome, era ammesso a tutte le deliberazioni di quello, e tosto giunse a predominarne tutti i membri. Ogni venerdì la cabala gesuitica desinava col Segretario. A mensa conversavano liberamente: e non risparmiavano nè anche le debolezze del Principe, verso il quale intendevano mostrarsi indulgenti. A Petre, Sunderland promise un cappello cardinalizio; a Castelmaine, una magnifica ambasciata a Roma; a Dover, un lucroso comando nelle guardie; e a Tyrconnel, un alto impiego in Irlanda. In tal guisa, stretti insieme dai più forti vincoli dellʼinteresse, costoro cooperavano a cacciare di seggio il Lord Tesoriere.[62]

XXXIV. Vʼerano due membri protestanti del Gabinetto, i quali non presero decisamente parte al conflitto. Jeffreys, in questo tempo, era torturato da una crudele infermità interna, esacerbata dalla intemperanza. In un pranzo che un ricco Aldermanno dètte ad alcuni deʼ principali membri del Governo, il Lord Tesoriere e il Lord Cancelliere ubriacaronsi tanto, che si spogliarono quasi ignudi, e vennero a stento impediti dallo arrampicarsi ad un piuolo per bere alla salute di Sua Maestà. Al pio Tesoriere non toccò altro che i pungoli della maldicenza per lʼosceno baccano; ma il Cancelliere fu assalito da un violento accesso del suo vecchio male. Per qualche tempo fu creduto in gravissimo pericolo di vita. Giacomo mostrossi inquietissimo, pensando di dovere perdere un ministro che gli conveniva sì bene, e disse, con qualche verità, la perdita di un tanto uomo non potersi così di leggieri riparare. Jeffreys, venuto in convalescenza, promise di sostenere ambedue i partiti, aspettando di vedere quale di loro fosse rimasto vittorioso. Esistono tuttora alcune curiose prove della sua doppiezza. È stato già notato che i due diplomatici francesi i quali trovavansi in Londra, sʼerano divisi fra loro la Corte. Bonrepaux era di continuo con Rochester, e Barillon stava con Sunderland. A Luigi nella medesima settimana fu scritto da Bonrepaux, che il Cancelliere era tutto dalla parte del Tesoriere, e da Barillon che il Cancelliere era in lega col Segretario.[63]