Oltre misura sʼaccrebbe la rabbia di Giacomo, il quale era sempre stato non poco inchinevole allʼira. Per nessuno deʼ suoi nemici, nè anche per coloro che lo avevano con lo spergiuro incolpato di tradimento e dʼassassinio, aveva egli mai sentito lo sdegno onde adesso era acceso contro Burnet. Sua Maestà quotidianamente vituperava il Dottore con parole indegne dʼun Re, e meditava vendicarsene con modo proditorio. Il solo sangue non sarebbe bastato a sbramare quellʼodio frenetico. Lo insolente teologo, innanzi che gli fosse concessa la morte, doveva patire i tormenti della tortura. Fortunatamente egli era scozzese; e in Iscozia, avanti che fosse appeso alle forche nel Grassmarket, potevano dirompergli le gambe con lo stivaletto. Per la qual cosa venne contro lui istituito un processo in Edimburgo: ma sʼera naturalizzato in Olanda; aveva sposata una olandese; e sapevasi certo che il governo della sua patria adottiva non lo avrebbe consegnato. Fu quindi deliberato di coglierlo alla rete e rapirlo. Con grossa somma di pecunia si presero a soldo alcuni facinorosi uomini per compire la perigliosa ed infame opera. Un ordine di sborsare tre mila lire sterline a cotesto uso fu scritto per esser firmato nellʼufficio del Segretario di stato. A Luigi fu palesato il disegno, e vi prese un caldo interesse. Diceva di volere fare ogni sforzo perchè lo scellerato fosse dato nelle mani del Governo inglese, promettendo ad un tempo asilo sicuro in Francia ai ministri della vendetta di Giacomo. Burnet bene sapeva dʼessere in grave pericolo; ma la timidità non andava annoverata fraʼ suoi difetti. Stampò una coraggiosa risposta alle colpe che gli erano state apposte daʼ tribunali di Edimburgo. Diceva saper bene che lo volevano ammazzare senza processo; ma affidarsi nel Re dei Re, al cospetto del quale il sangue innocente non grida invano vendetta anco contro i possenti principi della terra. Invitò a desinare alcuni amici suoi, e in sulla fine disse loro in solenne contegno lʼultimo addio, come uomo dannato a morire, col quale non era quinci innanzi per loro sicuro il conversare. Non pertanto seguitò a mostrarsi in tutti i luoghi pubblici dellʼAja con tanta audacia da muovere gli amici suoi a rimproverarlo di insana temerità.[263]
XL. Mentre Burnet era segretario di Guglielmo per gli affari inglesi in Olanda, Dykvelt non era stato meno utilmente mandato in Inghilterra. Dykvelt apparteneva a quella insigne classe dʼuomini pubblici, i quali avendo imparato la politica nella nobile scuola di Giovanni De Witt, dopo la caduta di quel gran ministro, pensavano di adempiere meglio al debito loro verso la repubblica collegandosi col Principe di Orange. Fra tutti i diplomatici aʼ servigi delle Provincie Unite nessuno per destrezza, indole e modi, era superiore a Dykvelt. Nella conoscenza degli affari inglesi, a quanto sembra, nessuno lʼuguagliava. Trovato un pretesto, egli in sul principio del 1687 fu spedito in Inghilterra per una commissione speciale, munito di lettere di credenza dagli Stati Generali. Ma in verità egli non andava ambasciatore al Governo, bensì alla opposizione; e intorno al modo di condursi ricevè istruzioni peculiari scritte da Burnet ed approvate da Guglielmo.[264]
XLI. Dykvelt scrisse come Giacomo fosse amaramente mortificato della condotta del Principe e della Principessa. «Il dovere del mio nepote» disse il Re «è quello di rinvigorire il mio braccio, ed invece gli è piaciuto di contrariarmi sempre.» Dykvelt rispose che nelle faccende private Sua Altezza aveva mostrato ed era pronto a mostrare la più grande deferenza ai voleri del Re; ma non era ragionevole pretendere chʼegli, principe protestante, cooperasse con altri aʼ danni della religione protestante.[265] Il Re si tacque, ma non calmossi. Vedeva, con tanto cattivo umore da non poterlo nascondere, Dykvelt ordinare e disciplinare le varie frazioni della opposizione, con una maestria, che sarebbe stata argomento di lode in uno statista inglese, e che era maravigliosa in uno straniero. Al clero diceva che avrebbe nel principe dʼOrange trovato un amico allo episcopato e al Libro della Preghiera Comune. Incoraggiava i Non-Conformisti ad aspettarsi da lui, non solo tolleranza, ma comprensione ovvero assimilazione alla Chiesa dello Stato. Seppe conciliarsi perfino i Cattolici Romani; ed alcuni deʼ più rispettabili fra loro dichiararono al cospetto del Re dʼessere soddisfatti delle proposte di Dykvelt, e dʼamar meglio una tolleranza assicurata con un Atto legislativo, che un predominio illegale e precario.[266] I capi di tutti i più importanti partiti della nazione conferivano spesso in presenza del destro diplomatico. In siffatte ragunanze le opinioni del partito Tory erano principalmente espresse daʼ Conti di Danby e di Nottingham. Quantunque otto e più anni fossero decorsi dacchè Danby era caduto dal potere, ei godeva tuttavia grande reputazione fraʼ vecchi Cavalieri di Inghilterra; e molti anche di queʼ Whig, i quali lo avevano per innanzi osteggiato, adesso inchinavano a credere chʼegli portasse la pena di falli non suoi, e che il suo zelo per la regia prerogativa, comecchè lo avesse di sovente fatto traviare, fosse contemperato da due sentimenti che gli tornavano ad onore: dallo zelo per la religione dello Stato, e dallo zelo per la dignità e la indipendenza della patria. Era parimente tenuto in grande stima allʼAja, dove non era stato mai dimenticato come egli fosse colui, il quale, malgrado la Francia e i Papisti, aveva indotto Carlo a concedere la mano della Principessa Maria al cugino di lei.
XLII. Daniele Finch, Conte di Nottingham, gentiluomo il cui nome spesso sʼincontrerà nella storia di tre regni pieni di vicissitudini, discendeva da una famiglia sopra tutte eminente nel fôro. Uno deʼ suoi congiunti era stato Guardasigilli di Carlo I, aveva prostituito le insigni qualità e la dottrina onde era adorno, a riprovevoli fini, ed era stato perseguitato dalla vendetta della Camera deʼ Comuni allora governata da Falkland. Heneage Finch nella susseguente generazione aveva acquistata più onorevole rinomanza. Tosto dopo la Ristaurazione era stato fatto Avvocato Generale. Sʼera quindi inalzato al grado di Procuratore Generale, di Lord Guardasigilli, di Lord Cancelliere, di Barone Finch, di Conte di Nottingham. In tutta la sua prospera carriera aveva sempre mantenuta la prerogativa tanto alto quanto più glielo avevano conceduto la onestà e la decenza; ma non sʼera mai implicato in nessuna cospirazione contro le leggi fondamentali del Regno. Fra mezzo a una Corte corrotta aveva mantenuta intemerata la propria integrità. Godeva alta riputazione dʼoratore, quantunque il suo stile formato sopra scrittori anteriori alle guerre civili, venisse verso gli ultimi suoi anni giudicato duro e pedantesco daglʼingegni della sorgente generazione. In Westminster Hall lo rammentano tuttora con riverenza, come colui che, primo tra tutti, da quella confusione che in antico dicevasi Equità, trasse un nuovo sistema di giurisprudenza, regolare e compiuto al pari di quello il quale aʼ dì nostri amministrano i Giudici del Diritto Comune.[267] Parte considerevole delle doti morali o intellettuali di questo gran magistrato aveva ereditate col titolo di Nottingham il maggiore deʼ suoi figli. Il conte Daniele era onorevole e virtuoso uomo. Comecchè fosse schiavo dʼalcuni assurdi pregiudicii, e soggetto a strani accessi di capriccio, non può tacciarsi dʼavere deviato dal sentiero della rettitudine per correre dietro ad illeciti guadagni o ad illeciti diletti. Come il padre suo, egli era egregio parlatore, penetrante, ma prolisso, e solenne con troppa monotonia. La sua persona era in perfetta armonia con la sua eloquenza. Il suo atteggiamento era secco e diritto, il colore della pelle sì bruno che si sarebbe potuto riputare nato in un clima più caldo del nostro; e i suoi austeri sembianti componeva in guisa da somigliare al capo deʼ piagnoni in un funerale. Dicevasi comunemente chʼegli sembrasse un grande di Spagna, più presto che un gentiluomo inglese. I soprannomi di Dismal (lugubre, tristo), Don Dismallo, Don Diego, gli furono apposti dagli spiriti arguti, e non sono per anche caduti nellʼoblio. Aveva studiosamente atteso alla scienza chʼera stata cagione dello inalzamento di sua famiglia, e per uomo del suo grado e della sua ricchezza, egli era assai dotto nelle patrie leggi. Amava fervidamente la Chiesa Anglicana, e mostrava ad essa riverenza in due modi non comuni fra queʼ Lordi, i quali in quel tempo menavano vanto dʼesserle caldi amici, pubblicando, cioè, scritti a difenderne i dogmi, e conducendo la vita secondo i precetti di quella. Al pari degli altri zelanti della Chiesa Anglicana, aveva, fino a poco innanzi, tenacemente sostenuta lʼautorità monarchica. Ma alla politica adottata dalla Corte, dopo che fu spenta la insurrezione delle Contrade Occidentali, egli era acremente ostile, e lo divenne maggiormente dal di in cui il suo minor fratello Heneage Finch era stato destituito dallʼufficio di Avvocato Generale per avere ricusato di difendere la potestà di dispensare, pretesa dal Re.[268]
XLIII. Con questi due Conti del partito Tory oggimai trovavasi congiunto Halifax, lo spettabile capo deʼ Barcamenanti. Eʼ pare che in quel tempo Halifax avesse un gran predominio sulla mente di Nottingham. Tra Halifax e Danby era una nimistà, la quale, già nota nella Corte di Carlo, poi perturbò la Corte di Guglielmo, ma come molte altre nimicizie, fu sopita dalla tirannia di Giacomo. I due avversari di frequente trovavansi insieme nelle ragunanze tenute da Dykvelt, e concordavano nel biasimare la politica del Governo, nel riverire il Principe dʼOrange. La diversità del carattere di cotesti due uomini di Stato vedevasi a chiari segni nelle loro relazioni con lʼoratore olandese. Halifax mostrava ammirevole ingegno nel discutere, ma ripugnava a venire ad alcuna ardimentosa e irrevocabile deliberazione. Danby, assai meno sottile ed eloquente, aveva più energia, risolutezza, e pratica sagacia.
Non pochi deʼ Whig più cospicui di continuo comunicavano con Dykvelt. Ma i capi delle grandi famiglie Cavendish e Russell non poterono prendervi quella parte attiva e notevole chʼera da aspettarsi dal grado e dalle opinioni loro. Sopra la fama e le sorti di Devonshire pesava in quel tempo una nube. Egli aveva una malaugurata contesa con la Corte, non per una ragione politica ed onorevole, ma per una rissa privata, nella quale anche i più caldi deʼ suoi amici non lo reputavano affatto scevro di biasimo. Trovandosi a Whitehall era stato insultato da un uomo che aveva nome Colepepper, ed era uno di queʼ bravazzoni i quali infestavano le sale di Corte, e studiavano di procacciarsi il favore del Governo affrontando i membri dellʼopposizione. Il Re stesso si mostrò grandemente sdegnato pel modo con che uno deʼ più illustri Pari del Regno era stato trattato dentro la reggia; e a placare Devonshire promise che Colepepper non metterebbe mai più il piede in palazzo. Nulladimeno, poco dopo, lo interdetto fu tolto; e il risentimento del Conte destossi di nuovo. I suoi servi ne abbracciarono la causa; e per le vie di Westminster si videro scene che parevano richiamare la memoria di tempi barbari. Il Consiglio Privato consumava il suo tempo nelle accuse e recriminazioni delle parti avverse. La moglie di Colepepper dichiarò come la vita di lei e quella del marito fossero in continuo pericolo, e le case loro fossero state assalite da facinorosi coperti della livrea di Cavendish. Devonshire disse che dalle finestre di Colepepper gli era stato tirato un colpo di pistola. Colepepper negò il fatto, confessando a un tempo stesso, che una pistola, carica solo a polvere, era stata scaricata in un momento di terrore a fine di chiamare allʼarmi le guardie. Mentre ferveva il litigio, il Conte incontrò Colepepper nella gran sala di Whitehall, e gli parve di vedere in sulla fronte al bravazzone unʼaria di fiducia e di trionfo. Nulla dʼinconvenevole accadde al cospetto del Re, ma appena entrambi trovaronsi fuori la sala, lungi dalla presenza di lui, Devonshire propose di terminare in sullʼistante la contesa con la spada. Lʼaltro ricusò la disfida. Allora lʼaltero ed animoso Pari, dimenticando la riverenza dovuta al luogo, ed al proprio carattere, diede un colpo di mazza in viso a Colepepper. Tutti concordemente biasimarono questʼatto come indiscretissimo e indecentissimo; nè lo stesso Devonshire, come si sentì calmare il sangue, ci potè ripensare senza rincrescimento e vergogna. Il Governo nondimeno, con la solita insania, lo trattò con tanto rigore, che in breve egli si acquistò la universale simpatia della nazione. Una accusa criminale fu deposta presso il Banco del Re. Lo accusato allegò i suoi privilegi di Pari; ma ciò con una pronta sentenza non fu ammesso; nè si può negare che tale sentenza, fosse o non fosse conforme alle regole pratiche della legge inglese, era in istretta conformità coi grandi principii sopra i quali ogni legge dovrebbe appoggiarsi. Nullʼaltro dunque rimanevagli che il confessarsi reo. Il tribunale, per le successive destituzioni, era stato ridotto ad una sommissione così assoluta, che il governo il quale aveva intentato il processo, potè dettare la condanna. I giudici andarono in corpo da Jeffreys, il quale insistè che condannassero il reo ad una pena di trentamila lire stelline. Siffatta somma, ragguagliata alle rendite deʼ nobili di quella età, risponderebbe a centocinquantamila sterline del decimonono secolo. In presenza del Cancelliere i giudici non profferirono verbo di disapprovazione; ma appena partitisi, Sir Giovanni Powell, nel quale sʼera ridotto tutto quel poco dʼonestà che rimanesse nel tribunale, mormorò dicendo la multa essere enorme, e solo la decima parte essere bene bastevole. I suoi confratelli non furono dʼaccordo con lui; nè egli in cotesto caso fece prova di quel coraggio, con che pochi mesi dopo, in un memorando giorno, redense la propria fama. Il Conte quindi fu condannato ad una pena di trentamila lire sterline, e alla carcere fino alla estinzione del pagamento. Una tanta somma di pecunia non si sarebbe in un solo giorno potuta mettere insieme nè anche dal grandissimo deʼ nobili. La sentenza della carcerazione nondimeno fu più agevolmente pronunziata che eseguita. Devonshire erasi ritirato a Chatsworth, dove attendeva a trasformare la vecchia magione gotica della sua famiglia in un edificio degno di Palladio. Il distretto del Peak era in quei tempi rozzo come oggidì trovasi Connemara, e lo sceriffo credeva, o simulava, essere difficile metter le mani addosso al signore dʼuna regione così selvaggia fra mezzo a cotanti fedeli famigliari e dipendenti. In tal guisa passarono parecchi giorni: ma in fine il Conte e lo sceriffo furono entrambi imprigionati. Intanto una folla dʼintercessori cominciò a darsi moto. Si disse che la Contessa vedova di Devonshire era stata ammessa alle secrete stanze del Re, al quale aveva rammentato come il valoroso Carlo Cavendish cognato di lei fosse morto in Gainsborough combattendo a difesa della Corona, ed aveva mostrato certe scritte nelle quali Carlo I e Carlo II riconoscevano di avere ricevuto grosse somme prestate loro da suo marito a tempo delle guerre civili. Siffatte somme non erano state mai rese, e computatovi i frutti, ammontavano ad una somma maggiore della immensa multa imposta dalla Corte del Banco del Re. Vi era altra ragione che sembra avere avuto agli occhi di Giacomo maggior peso che la rimembranza deʼ servigi resi al trono. Forse sarebbe stato mestieri convocare il Parlamento, e credevasi che allora Devonshire avrebbe prodotto un ricorso contro la sentenza per difetto di forma. Il punto, intorno al quale egli intendeva di appellarsi contro la sentenza del Banco del Re, riferivasi ai privilegi della paria. Il tribunale che doveva di ciò giudicare era la Camera deʼ Pari; e così essendo, la Corte non poteva essere sicura neppure del voto dei più cortigiani fraʼ nobili. Non era dubbio alcuno che la sentenza verrebbe annullata, e che il Governo per volere abbracciar troppo perderebbe ogni cosa cosa. E però Giacomo inchinava a venire a patti. A Devonshire fu fatto sapere che ove egli firmasse una scritta dʼobbligo di trenta mila sterline, e in tal guisa si precludesse la vita a intentare unʼazione per difetto di forma, sarebbe liberato di prigione, e dipenderebbe dalla sua futura condotta lʼuso da farsi di cotale documento. Sʼegli votasse a favore della potestà di dispensare, non se ne parlerebbe altrimenti; ma sʼegli amasse meglio di mantenere la propria popolarità, gli si farebbe pagare trenta mila lire sterline. Ei ricusò, per qualche tempo, di consentire a tale proposta; ma divenutagli insopportabile la prigionia, firmò la scritta dʼobbligo e fu scarcerato: e comecchè consentisse a gravare di tal pesante carico il suo patrimonio, nulla potè indurlo a promettere dʼabbandonare il partito e i principii suoi. Seguitò ad essere partecipe di tutti gli arcani della opposizione: ma per alquanti mesi i suoi amici politici reputarono esser meglio per lui e per la causa comune chʼegli si tenesse in fondo alla scena.[269]
XLIV. Il Conte di Bedford non sʼera mai più riavuto dal colpo con che, quattro anni innanzi, la sventura gli aveva trafitto il cuore. Per sentimenti personali, non che per opinioni politiche, egli procedeva ostile alla Corte: ma non era operoso nel combinare i mezzi dʼavversarla. Nelle ragunanze deʼ malcontenti lo suppliva il suo nepote, cioè il celebre Eduardo Russell, uomo dʼincontrastato coraggio ed abilità, ma di principii sciolti e dʼindole torbida. Era marino, sʼera segnalato nellʼarte sua, e sotto il precedente regno aveva occupato un ufficio in palazzo. Ma tutti i vincoli onde era legato alla famiglia reale erano stati infranti dalla morte del suo cugino Guglielmo. Lʼaudace, irrequieto e vendicativo marino ormai sedeva nei Consigli, che, secondo lo Inviato Olandese, rappresentavano la più ardita ed operosa parte dellʼopposizione, di quegli uomini, i quali sotto i nomi di Testerotonde, Esclusionisti e Whig avevano mantenuta con varia fortuna una contesa di quarantacinque anni contro tre Re successivi. Cotesto partito, dianzi depresso e quasi estinto, ma ora nuovamente risorto e pieno di vita e pressochè predominante, non pativa gli scrupoli deʼ Tory o deʼ Barcamenanti, ed era pronto a snudare il ferro contro il tiranno nel primo giorno in cui il ferro si sarebbe potuto snudare con ragionevole speranza di buon esito.
XLV. Rimane ancora a far menzione di tre uomini coʼ quali Dykvelt tenne relazioni di confidenza, e con lʼaiuto deʼ quali egli sperava di assicurarsi del buon volere di tre grandi classi di cittadini. Il Vescovo Compton assunse lo incarico di acquistare il favore del clero: lʼAmmiraglio Herbert imprese di esercitare la propria influenza sulla flotta; e per mezzo di Churchill doveva crearsi un partito nellʼesercito.
Non è mestieri ragionare della condotta di Compton e di quella dʼHerbert. Avendo essi nelle cose temporali servito con zelo e fedeltà la Corona, erano incorsi nella collera del Re, ricusando di farsi strumenti a distruggere la propria religione. Entrambi avevano dalla esperienza imparato come agevolmente Giacomo ponesse in oblio gli obblighi, e con quanta acrimonia rammentasse quelle chʼegli considerava offese. Il Vescovo con una sentenza illegale era stato sospeso dalle sue funzioni. Lo Ammiraglio in un solo istante dalla opulenza aveva ruinato a povertà. La situazione di Churchill era ben differente. Egli pel regio favore era stato inalzato dalla oscurità ad alto grado, e dalla povertà alla ricchezza. Avendo cominciata la propria carriera da semplice porta-bandiera e da povero, a trentasette anni trovavasi Maggiore Generale, Pari di Scozia e Pari dʼInghilterra: comandava una compagnia delle Guardie del Corpo: occupava varii lucrosi impieghi; e fino allora nessun indizio mostrava chʼegli avesse minimamente perduto quel favore al quale tanto doveva. Era vincolato a Giacomo, non solo per debito comune di fedeltà, ma per onor militare, per gratitudine personale, e, siccome pareva ai frivoli osservatori, pei più forti legami dellʼutile proprio. Ma Churchill non era osservatore superficiale, e conosceva profondamente dove stava il suo vero utile. Se il suo signore conseguisse piena libertà di concedere gli uffici ai papisti, non rimarrebbe in quelli nemmeno un solo deʼ protestanti. Per qualche tempo pochi deʼ più prediletti servitori della Corona forse sarebbero esenti dalla proscrizione universale, sperando che sʼinducessero a cangiare religione; ma anche essi tra breve cadrebbero, lʼuno dopo lʼaltro, come era già caduto Rochester. Churchill avrebbe potuto schivare cotesto pericolo, ed acquistare maggior grazia presso il Re uniformandosi alla Chiesa di Roma; e pareva probabile con un uomo che non era meno notevole per avarizia ed abiettezza, che per capacità e valore, non aborrirebbe dal pensiero di ascoltare la Messa. Ma vʼha tale incoerenza nella umana natura, che esiste qualche parte sensibile anche nelle coscienze più dure. E così costui, che doveva il proprio inalzamento al disonore della sorella, chʼera stato mantenuto dalla più prodiga, imperiosa e svergognata delle bagasce, e la cui vita pubblica, a coloro che possono tenere fitti gli occhi allo abbagliante splendore del genio e della gloria, sembrerà un prodigio di turpitudini, credeva nella religione chʼegli aveva succhiata col latte, e rifuggiva dal pensiero di abiurarla formalmente. Egli si stava fra un terribile dilemma. Tra i mali terreni quello che più egli temeva era la povertà. Lʼunico delitto del quale il suo cuore aveva ribrezzo, era lʼapostasia. Ed ove la corte giungesse a conseguire il fine al quale aspirava, non vʼera dubbio chʼegli sarebbe stato costretto ad eleggere o lʼapostasia, o la povertà. Per le quali considerazioni deliberò di attraversare i disegni della Corte; e tosto si vide come non vʼera colpa nè infamia nella quale egli non fosse pronto ad incorrere, onde far fronte al bisogno di rinunciare o aglʼimpieghi o alla propria religione.[270]
XLVI. Eʼ non era soltanto come comandante dʼalto grado nelle milizie, e cospicuo per arte e coraggio, che Churchill potesse giovare lʼopposizione. Era, se non assolutamente essenziale, importantissimo al buon successo deʼ disegni di Guglielmo, che la sua cognata, la quale nellʼordine della successione alla Corona dʼInghilterra stava tra la sua moglie e lui, cooperasse di pieno accordo con essi. Tutti gli ostacoli che gli si paravano dinanzi si sarebbero grandemente accresciuti, se Anna si fosse dichiarata favorevole alla Indulgenza. Il partito al quale ella si sarebbe appigliata dipendeva dalla volontà altrui, perocchè era donna di tardo intendimento, e quantunque nel suo carattere fossero i semi di una caparbietà e inflessibilità ereditarie, che molti anni dipoi gran potere e grandi provocazioni fecero germogliare e crescere, nondimeno era allora schiava obbediente ad una donna di carattere più vivo ed imperioso. Colei, dalla quale Anna lasciava dispoticamente governarsi, era la moglie di Churchill, donna che poscia ebbe grande influenza sopra le sorti della Inghilterra e dellʼEuropa.