Molti uomini pii negli anni susseguenti ripensavano con amaro desiderio a quellʼepoca. La dipingevano come la breve alba di una età dʼoro fra due età di ferro. Tali lamenti, comecchè fossero naturali, non erano ragionevoli. La coalizione del 1688 nacque, e potè nascere, solo dalla tirannide chʼera quasi frenesia, e dal pericolo che minacciava a un tempo tutte le grandi istituzioni del paese. Se poscia non vi è stata mai una somigliante colleganza, egli è perchè non vi è mai stato simile pessimo governo. È mestieri rammentare, che quantunque la concordia sia in sè migliore della discordia, la discordia può indicare un migliore cammino di quello che indichi la concordia. Le calamità e i pericoli soventi volte stringono gli uomini a collegarsi. La prosperità e la sicurezza spesso gli spingono a separarsi.
CAPITOLO NONO.
SOMMARIO.
I. Mutamento nellʼopinione deʼ Tory circa la legalità della Resistenza.—II. Russell propone al Principe dʼOrange uno sbarco in Inghilterra.—III. Enrico Sidney.—IV. Devonshire; Shrewsbury; Halifax.—V. Danby.—VI. Il Vescovo Compton—VII. Nottingham; Lumley—VIII. Invito mandato a Guglielmo.—IX. Condotta di Maria.—X. Difficoltà della impresa di Guglielmo.—XI. Condotta di Giacomo dopo il Processo dei Vescovi.—XII. Destituzioni e Promozioni.—XIII. Procedimenti nellʼAlta Commissione; Spart rinunzia al suo ufficio.—XIV Malcontento del Clero; Affari dʼOxford.—XV. Malcontento deʼ Gentiluomini.—XVI. Malcontento dello Esercito.—XVII. Arrivo delle truppe Irlandesi; indignazione pubblica.—XVIII. Lillibullero—XIX. Politica delle Provincie Unite.—XX. Errori del Re di Francia.—XXI. Sua contesa col Papa rispetto alle Franchigie.—XXII. Lo Arcivescovato di Colonia.—XXIII. Destrezza di Guglielmo—XXIV. Suoi apparecchi militari e navali.—XXV. Gli giungono dalla Inghilterra numerose assicurazioni di soccorso.—XXVI. Sunderland.—XXVII. Ansietà di Guglielmo; Ammonimenti dati a Giacomo.—XXVIII. Sforzi di Luigi per salvare Giacomo.—XXIX. Giacomo li rende vani.—XXX. Le armi francesi invadono la Germania.—XXXI. Guglielmo ottiene la Sanzione degli Stati Generali alla sua impresa.—XXXII. Schomberg; Avventurieri Inglesi allʼAja.—XXXIII. Manifesto di Guglielmo—XXXIV. Giacomo si scuote alla presenza del pericolo; suoi mezzi marittimi.—XXXV. Suoi mezzi militari.—XXXVI. Tenta di rendersi benevoli i sudditi.—XXXVII. Dà udienza ai Vescovi.—XXXVIII. Le sue concessioni sono mal ricevute.—XXXIX. Prove della nascita del Principe di Galles presentate al Consiglio Privato.—XL. Disgrazia di Sunderland.—XLI. Guglielmo prende commiato dagli Stati dʼOlanda.—XLII. Sʼimbarca, fa vela, ed è ricacciato addietro da una tempesta.—XLIII. Il suo Manifesto giunge in Inghilterra; Giacomo interroga i Lordi.—XLIV. Guglielmo fa vela di nuovo.—XLV. Passa lo Stretto.—XLVI. Approda a Torbay.—XLVII. Entra in Exeter.—XLVIII. Colloquio del Re coi Vescovi.—XLIX. Tumulti in Londra.—L. Uomini dʼalto grado cominciano ad accorrere al Principe.—LI. Lovelace.—LII. Colchester; Abingdon.—LIII Diserzione di Cornbury.—LIV. petizione deʼ Lordi per la convocazione del Parlamento.—LV. Il Re va a Salisbury.—LVI. Seymour; Corte di Guglielmo in Exeter.—LVII. Insurrezione nelle Contrade Settentrionali.—LVIII. Scaramuccia in Wincanton.—LIX. Diserzione di Churchill e di Grafton—LX. Lo esercito regio si ritira da Salisbury.—LXI. Diserzione del Principe Giorgio e di Ormond.—LXII. Fuga della Principessa Anna.—LXIII. Giacomo convoca un Consiglio di Lordi.—LXIV. Nomina una Commissione per trattare con Guglielmo—LXV. È una finzione.—LXVI. Dartmouth ricusa di mandare il Principe di Galles in Francia.—LXVII. Agitazione di Londra.—LXVIII. Proclama apocrifo.—LXIX. Insurrezione in varie parti del paese.—LXX. Clarendon si reca presso il Principe in Salisbury; Dissenzione nel campo del Principe.—LXXI. Il Principe giunge a Hungerford; Scaramuccia in Reading; La Commissione del Re arriva a Hungerford.—LXXII. Negoziati.—LXXIII. La Regina e il Principe di Galles sono mandati in Francia; Lauzun.—LXXIV. Il Re sʼapparecchia a fuggire.—LXXV. Sua fuga.
I. Il processo vinto daʼ Vescovi non fu il solo evento che fa del giorno decimoterzo di giugno 1688 una grande epoca nella storia. In quel dì, mentre le campane di cento chiese sonavano a festa, mentre numerose turbe di popolo affaccendavansi da Hyde-Park a Mile-End a fare fuochi di gioia ed ardere le immagini del Papa per celebrare la memoranda notte, fu spedito da Londra allʼAja un documento quasi quanto la Magna Charta importantissimo alle libertà della Inghilterra.
La persecuzione deʼ Vescovi, e la nascita del Principe di Galles avevano prodotto un grande rivolgimento nellʼopinione di molti Tory. Nel momento stesso, in cui la loro Chiesa pativa gli ultimi eccessi di danno e dʼinsulto, vedevansi costretti a perdere ogni speranza di pacifica liberazione. Fino allora sʼerano lusingati che la prova alla quale era stata posta la lealtà loro, quantunque severa, sarebbe temporanea, e che alle loro doglianze, verrebbe resa giustizia senza che si rompesse il corso ordinario della successione al trono. Adesso ravvisavano le cose in modo assai diverso. Per quanto potessero addentrare lo sguardo nel futuro, altro non vedevano che il mal governo degli ultimi tre anni prolungarsi a tempo indefinito. La cuna dello erede presuntivo della Corona era circondata di Gesuiti; i quali con sommo studio gli avrebbero nella mente infantile istillato odio mortale contro quella Chiesa di cui un giorno ei sarebbe stato capo, odio ispiratore di tutta la sua vita, e chʼegli avrebbe trasmesso ai suoi successori. A questo spettacolo di calamità non era confine; estendevasi al di là della vita del più giovane deʼ viventi, al di là del secolo decimottavo. Nessuno avrebbe potuto asserire per quante generazioni i Protestanti sarebbero dannati a gemere sotto una oppressura, la quale, anche allorchè reputavasi breve, era stata quasi insopportabile.
I più illustri fraʼ dottori anglicani di quellʼepoca avevano insegnato come nessuna infrazione di legge o di contratto, nessuno eccesso di crudeltà, di rapacità, di licenza, dalla parte del Re legittimo, bastasse a giustificare la resistenza che il popolo potrebbe opporre alla forza di lui. Taluni di loro sʼerano piaciuti di mostrare la dottrina della non-resistenza in una forma cotanto esagerata da scandalizzarne il buon senso del genere umano. Spesso e con veemenza notavano che Nerone era capo del Governo Romano, mentre San Paolo inculcava il debito dʼubbidire ai magistrati. La conseguenza che ne deducevano era, che se un Re inglese, senza autorità di legge ma a suo libito, perseguitasse i propri sudditi ripugnanti ad adorare gli idoli; se li gettasse fra mezzo ai leoni nella Torre; se, coprendoli dʼuna veste di pece, gli bruciasse per illuminare il Parco di San Giacomo, e procedesse con siffatte stragi fino a lasciare intere città e Contee senza un solo abitante, i sopravviventi sarebbero tuttavia tenuti a sottomettersi, e lasciarsi sbranare o arrostire vivi senza opporre la più lieve resistenza. Gli argomenti addotti a sostenere cotesta sentenza erano futilissimi; ma al difetto di solidi argomenti suppliva lʼonnipotente sofisticare dello interesse e della passione. Molti scrittori si sono maravigliati che gli alteri Cavalieri dʼInghilterra potessero mostrarsi caldi difensori per la più servile dottrina che sia mai stata fra gli uomini. Vero è che essa in principio era pel Cavaliere tuttʼaltro che servile; per lʼopposto tendeva a renderlo non schiavo, ma libero e signore di sè; lo esaltava esaltando il Re chʼegli considerava suo protettore, suo amico, e capo del suo diletto partito e della sua dilettissima Chiesa. Mentre i Repubblicani dominavano, il Realista aveva sofferto danni ed insulti, deʼ quali, mercè la restaurazione del governo legittimo, egli aveva potuto prendersi la rivincita. Nella sua mente quindi la idea della ribellione richiamava quella di degradazione e servaggio, e la idea di autorità monarchica, quella di libertà e predominio. Non gli era mai venuto in capo che potesse giungere il tempo in cui un Re, uno Stuardo, perseguiterebbe i più leali del clero e deʼ gentiluomini con animosità maggiore di quella Coda del Parlamento e del protettore. Eppure siffatto tempo era giunto. Adesso era da vedersi con che modo la pazienza che gli aderenti della Chiesa confessavano dʼavere imparata negli scritti di San Paolo resisterebbe alla prova dʼuna persecuzione da non paragonarsi alla severissima di Nerone. Lo evento fu tale che ciascuno, il quale per poco conoscesse la natura umana, avrebbe di leggieri predetto. Lʼoppressione fece sollecitamente ciò che la filosofia e la eloquenza non avevano potuto fare. Il sistema di Filmer avrebbe potuto sopravvivere agli assalti di Locke: ma non si riebbe mai dal colpo mortale datogli da Giacomo.