Nel primo giorno le milizie scese a terra patirono molti disagi. Il suolo per le cadute piogge era fangoso. I bagagli rimanevano tuttavia sulle navi. Ufficiali dʼalto grado furono costretti a dormire con addosso gli abiti bagnati, sullʼumido terreno: lo stesso Principe dovette contentarsi dʼuna povera trabacca, dove fu dalla sua nave portato un lettuccio che accomodarono sul suolo. La sua bandiera venne inalberata sul tetto di frasche.[506] Era alquanto difficile sbarcare i cavalli; e pareva probabile che a ciò fare si richiedessero vari giorni. Ma la susseguente dimane le cose cangiarono. Il vento calmossi; il mare era piano come un cristallo. Alcuni pescatori additarono un luogo dove le navi potevano spingersi fino a quaranta piedi dalla riva. E ciò fatto, in tre ore molte centinaia di cavalli sani e salvi furono condotti nuotando fino alla spiaggia.

Era appena terminato lo sbarco allorchè il vento ricominciò a soffiare impetuoso da Ponente. Lʼinimico che veniva giù per la Manica era stato impedito dal medesimo mutamento di tempo, che aveva concesso a Guglielmo dʼapprodare. Per due giorni la flotta del Re rimase immobile per la bonaccia in vista a Beachy-Head. Infine Dartmouth potè muoversi. Passò lʼisola di Wight, e da uno deʼ suoi vascelli scoprivansi le cime degli alberi della flotta olandese ancorata in Torbay. In quel momento sopravvenne una tempesta, e lo costrinse a ricoverarsi nel porto di Portsmouth.[507] Allora Giacomo, che poteva giudicare intorno a cose di marina, si dichiarò sodisfattissimo della condotta del suo ammiraglio, il quale aveva fatto ciò che uomo potesse fare, ed aveva ceduto solo alla irresistibile contrarietà del vento e delle onde. Più tardi lo sciagurato principe cominciò, senza ragione, a sospettare che Dartmouth fosse reo di tradimento o almeno di lentezza.[508]

Il tempo aveva sì bene giovata la causa deʼ Protestanti, che taluni più pii che savi crederono sicuramente le ordinarie leggi della natura essere state sospese per la salvezza della libertà e della religione dʼInghilterra. Precisamente cento anni innanzi, dicevano essi, lʼarmata, invincibile da forza umana, era stata dispersa dal soffio dellʼira di Dio. La libertà civile e la vera fede trovaronsi di nuovo in pericolo, e di nuovo i docili elementi combatterono per la buona causa. Il vento sbuffava forte da Levante mentre il Principe voleva passare lo Stretto; cominciò a spirare da Mezzogiorno allorchè egli desiderava dʼapprodare a Torbay; era cessato affatto mentre facevasi lo sbarco, e divenne di nuovo procelloso percotendo in faccia la flotta regia. Nè tralasciavano di notare come per una straordinaria coincidenza il Principe fosse giunto alle nostre spiagge nel giorno in cui la Chiesa Anglicana celebrava con preci e rendimenti di grazie la memoria di quello evento onde miracolosamente la casa regale e i tre Stati del Regno avevano scansato la più nera congiura che ordissero mai i papisti. Carstairs, i cui consigli ascoltava con attenzione il Principe, gli suggerì che, appena eseguito lo sbarco, si rendessero solenni ringraziamenti a Dio per la protezione manifestamente accordata alla grande intrapresa. Questo provvedimento produsse ottimo effetto. I soldati così, persuasi dʼavere il favore del cielo, sentironsi rianimati di nuovo coraggio; e il popolo inglese si formò la migliore opinione dʼun capitano e dʼun esercito cotanto osservatori dei religiosi doveri.

Martedì, 6 di novembre, lʼarmata di Guglielmo incominciò a marciare. Alcuni reggimenti si avanzarono fino a Newton-Abbot. Un sasso collocato nel centro di quella piccola città, indica tuttora il luogo dove il Manifesto del Principe fu letto solennemente al popolo. Le truppe si movevano lente: imperciocchè la pioggia cadeva giù a torrenti; e le strade della Inghilterra erano allora in condizioni che parevano terribili a genti avvezze alle eccellenti vie della Olanda. Guglielmo si fermò per due giorni in Ford, sede dellʼantica e illustre famiglia di Courtenay nelle vicinanze di Newton-Abbot. Ivi fu splendidamente alloggiato e festeggiato; ma è da notarsi che il padrone di casa, comechè fosse conosciutissimo Whig, non volle essere il primo a rischiare la vita e gli averi, e cautamente si astenne di fare cosa, che, ove il Re vincesse, potesse prendersi per delitto.

XLVII. Intanto Exeter era grandemente agitata. Il vescovo Lamplugh, appena saputa la nuova dello arrivo degli Olandesi a Torbay, atterrito corse a Londra. Il Decano fuggì anchʼesso. I Magistrati rimasero fedeli al Re, gli abitanti si dichiararono a favore del Principe. Ogni cosa era in iscompiglio allorquando, il giovedì mattina 8 novembre, un corpo di truppe, capitanate da Mordaunt, comparve dinanzi alla città. Vʼera anco Burnet, al quale Guglielmo aveva affidato lo incarico di preservare il clero della cattedrale dai danni e daglʼinsulti.[509] Il Gonfaloniere e gli Aldermanni avevano ordinato che si chiudessero le porte, ma alla prima intimazione vennero aperte. Apparecchiossi lʼabitazione del Decano per alloggiarvi il Principe; il quale vi arrivò il dì seguente, venerdì 9 febbraio. I Magistrati erano stati sollecitati ad andargli solennemente incontro alle porte della città, ma ostinatamente ricusarono. Nondimeno la pompa di quel giorno poteva far senza di loro. Non sʼera mai visto in Devonshire un tanto spettacolo. Molti fecero mezza giornata di cammino per incontrare il campione della religione loro. Gli abitatori di tutti i villaggi circostanti uscivano in folla. Una gran moltitudine composta principalmente di giovani contadini armati deʼ loro bastoni si era raccolta sulla cima di Haldon-Hill, dʼonde lʼarmata, passato Chudleigh, primamente scoprì la fertile convalle dellʼExe, e le due massicce torri sorgenti fra la nuvola di fumo che copriva la metropoli del paese occidentale. Lo stradale, per tutto il lungo pendio e il piano fino alle sponde del fiume, era fiancheggiato da file di spettatori. Dalla Porta Occidentale fino al ricinto della Cattedrale la folla e le acclamazioni erano tali che rammentavano ai Londrini lo affollarsi del popolo nel giorno festivo del Lord Gonfaloniere. Le case erano parate a festa. Porte, finestre, veroni, e tetti rigurgitavano di spettatori. Un occhio assuefatto alla pompa della guerra, avrebbe trovato molto a ridire intorno a cosiffatto spettacolo. Imperciocchè lo affannoso marciare sotto la pioggia per istrade dove i piedi deʼ viandanti affondavano ad ogni passo non aveva migliorato lʼaspetto dei soldati nè degli arnesi loro. Ma la popolazione di Devonshire, non avvezza punto allo splendore deʼ campi bene ordinati, era compresa dʼammirazione e diletto. Cominciarono a correre per tutto il Regno descrizioni di cotesto marziale spettacolo, fatte in guisa da appagare la vaghezza che sente il volgo pel maraviglioso. Imperocchè lʼarmata olandese, composta dʼuomini nati in vari climi, e che avevano militato sotto varie bandiere, offriva una scena grottesca e insieme magnifica e terribile aglʼIsolani, i quali generalmente avevano confusissima idea deʼ paesi stranieri. Macclesfield precedeva a cavallo guidando dugento gentiluomini, la più parte dʼorigine inglese, coperti di luccicanti elmi e corazze, e montati sopra destrieri fiamminghi. Ciascuno di loro era accompagnato da un moro delle piantagioni di zucchero sulle coste della Guiana. I cittadini dʼExeter i quali non avevano mai veduto tanto numero dʼindividui della razza affricana, guardavano stupefatti queʼ neri visi adorni di ricamati turbanti e di bianche piume. Veniva poscia uno squadrone di cavalieri svedesi vestiti di nere armature e di pelli, e con le spade in pugno. Attiravano peculiarmente gli sguardi di tutti, poichè dicevasi che fossero abitanti dʼuna terra cinta dai ghiacci dellʼOceano, nella quale la notte durava sei mesi, e che ciascuno di loro avesse ucciso lʼenorme orso bianco di cui indossava la pelle. Quindi circondato da una nobile compagnia di gentiluomini e di paggi procedeva sventolando allʼaura il vessillo del Principe. Il popolo affollato su per i tetti e le finestre vi figgeva sopra gli sguardi leggendovi con diletto la memoranda epigrafe: «La Religione Protestante e le libertà della Inghilterra.» Ma si accrebbero oltre misura le grida di plauso allorquando, preceduto da quaranta battistrada, sopra un candido destriero comparve il Principe chiuso nelle armi, con una bianca piuma sullʼelmo. Lo aspetto marziale con cui egli cavalcava, la pensosa e imponente espressione della sua vasta fronte e del suo occhio aquilino si ravvisano anche oggi nel dipinto di Kneller. Una sola volta il suo austero sembiante si atteggiò al sorriso. Una donna, grave dʼanni, forse appartenente a quegli zelanti Puritani i quali per ventotto anni di persecuzione avevano con ferma fede aspettato la consolazione dʼIsraele, o forse madre di qualche ribelle che aveva perduta la vita nella strage di Sedgemoor, o nel più atroce macello del Tribunale di Sangue, uscì dalla folla, e precipitandosi fra mezzo alle spade sguainate e ai frementi cavalli, toccò la mano del liberatore, ed esclamò che oramai era felice. Presso al Principe cavalcava un uomo sul quale parimente si fissavano gli sguardi di tutti. Dicevano che egli era il gran Conte Schomberg, il più valoroso soldato che fosse in Europa dopo la morte di Turenna e di Condé; lʼuomo, il cui genio e valore avevano salvato la monarchia portoghese nel campo di Montes Claros, lʼuomo che sʼera acquistato gloria anche maggiore deponendo il bastone di Maresciallo di Francia per serbarsi fedele alla propria religione. Rammentavasi parimente come i due eroi, i quali indissolubilmente congiunti dal comune Protestantismo ora entravano in Exeter, un tempo erano stati lʼuno allʼaltro avversi sotto le mura di Maestricht, e che la energia del giovine principe era stata costretta a cedere alla fredda scienza del veterano, il quale adesso cavalcava amico al fianco di Guglielmo. Seguiva poi una colonna di fanti svizzeri barbuti, famosi per valore e disciplina già da due secoli in tutte le guerre del continente, ma non veduti mai fino allora in Inghilterra. Venivano quindi parecchie legioni, le quali, secondo la costumanza di quei tempi, portavano i nomi deʼ loro condottieri, Bentinck, Solmes e Ginkell, Talmash e Mackay. Con peculiare compiacenza glʼInglesi miravano un valoroso reggimento che tuttavia portava il nome dellʼonorando e compianto Ossory. Lo effetto di cotesto spettacolo era accresciuto dalla memoria delle famose gesta delle quali erano stati parte molti dei guerrieri che adesso entravano per Porta Orientale: imperocchè avevano ben altrimenti militato che la guardia civica di Devonshire o i soldati del campo di Hounslow. Alcuni di loro avevano respinto il feroce assalto deʼ Francesi sul campo di Seneff, altri erano venuti alle mani con glʼInfedeli per difendere la Cristianità nel gran giorno in cui fu levato lo assedio di Vienna. Lʼaccesa fantasia faceva nella moltitudine aberrare gli stessi sensi. Lettere di notizie spargevano per ogni contrada del Regno favolosi racconti della statura e della forza degli invasori. Affermavasi che erano, quasi senza eccezione, alti più di sei piedi, ed avevano sì enormi picche, spade ed archibugi, che non sʼera mai veduto nulla di simile in Inghilterra. Nè la maraviglia nel popolo scemò quando comparve lʼartiglieria, che era composta di ventuno vasti cannoni di bronzo, ciascuno con gran fatica trascinato da sedici cavalli. Molta curiosità destò anche una strana macchina montata sopra ruote, ed era una fucina mobile provveduta di tutti gli strumenti e i materiali bisognevoli a riattare armi e carriaggi. Ma nessuna cosa suscitò tanto la universale ammirazione quanto un ponte di barche che fu celerissimamente gettato sullʼExe pel passaggio deʼ vagoni, e con la medesima celerità levato, e in pezzi portato via. Era stato costruito, se la fama porgeva il vero, secondo un disegno immaginato dai Cristiani che guerreggiavano contro i Turchi sul Danubio. Gli stranieri ispiravano affetto insieme ed ammirazione. Il loro condottiere politico studiossi di acquartierarli in modo da recare il minore incomodo possibile agli abitatori di Exeter e dei circostanti villaggi. Fu mantenuta la più rigorosa disciplina. Non solo sʼimpedì efficacemente il saccheggio e lʼinsulto, ma fu ingiunto alle truppe di mostrarsi cortesi a tutte le classi. Coloro i quali giudicavano dʼunʼarmata dalla condotta di Kirke e deʼ suoi Agnelli, rimanevano attoniti a vedere i soldati di Guglielmo non bestemmiare mai parlando alle ostesse, o non prendere un ovo senza pagarlo. In ricambio di cotesta moderazione il popolo li provvide abbondantemente di vettovaglie a modico prezzo.[510]

Era di non poca importanza vedere il partito al quale in questa gran crisi il Clero della Chiesa Anglicana si appiglierebbe. I membri del Capitolo di Exeter furono i primi richiesti a dichiararsi. Burnet fece sapere ai Canonici, ormai per la fuga del Decano rimasti senza capo, che non sarebbe loro più oltre consentito di usare la preghiera pel Principe di Galles, e che si celebrerebbe un solenne servigio divino in onore del prospero arrivo del Principe dʼOrange. I Canonici non vollero mostrarsi neʼ loro stalli; ma alcuni deʼ coristi e prebendari intervennero. Guglielmo si condusse con gran solennità militare alla Cattedrale; ed appena entratovi, il famoso organo, che non era secondo a nessuno di quelli onde avea vanto la Olanda, cominciò a suonare trionfalmente. Egli ascese al magnifico seggio vescovile, adorno dʼintagli del secolo decimoquinto. Gli stava ai piedi Burnet, e da ambo i lati era schierata una turba di guerrieri e di nobili. I cantori, vestiti di bianco, intonarono il Te Deum. Finito il cantico, Burnet lesse il Manifesto del Principe; ma come ebbe profferite le prime parole i prebendari e i cantori uscirono frettolosamente dal coro. Infine Burnet gridò: «Dio salvi il Principe dʼOrange!» E molte voci fervorosamente risposero «Amen.[511]»

La domenica, 11 novembre, Burnet predicò dinanzi al Principe nella Cattedrale, e si diffuse sopra la grande misericordia di Dio verso la Chiesa e la nazione dʼInghilterra. Nel tempo stesso un evento singolarissimo seguiva in un luogo sacro di minore importanza. Ferguson ardeva di predicare in una ragunanza di presbiteriani. Il ministro e gli anziani non lo consentirono: ma quel torbido e mezzo demente uomo, immaginando che fossero giunti di nuovo i tempi di Fleetwood e di Harrison, forzò lo ingresso, e con la spada in pugno facendosi far largo, ascese sul pulpito, ed eruttò una feroce invettiva contro il Re. Ma la stagione per siffatte follie non era più; e cotesta scena altro non eccitò che scherno e disgusto.[512]

XLVIII. Mentre le sopra narrate cose accadevano in Devonshire, lʼagitazione in Londra era grandissima. Il Manifesto del Principe, nonostanti tutte le cautele del Governo, correva per le mani di ciascuno. Il dì sesto di novembre, Giacomo, ancora ignorando in qual parte della costa glʼinvasori erano sbarcati, chiamò alle sue stanze il Primate ed altri tre Vescovi, cioè Compton di Londra, White di Peterborough, e Sprat di Rochester. Il Re cortesemente si stette ad ascoltare i prelati che facevano fervide proteste di lealtà, e li assicurò che non aveva di loro il più lieve sospetto. «Ma dovʼè» soggiunse poi «lo scritto che mi dovevate portare?»—«Sire,» rispose Sancroft «non abbiamo nessuno scritto da darvi. Non abbiamo mestieri scolparci al cospetto del mondo. Non è cosa nuova per noi il patire insulti e calunnie. La nostra coscienza ci assolve: la Maestà Vostra ci assolve: e di ciò siamo satisfatti.»—«Bene» disse il Re. «Ma una dichiarazione fatta da voi mi è necessaria.» E mostrando loro un esemplare del Manifesto del Principe, «Ecco» soggiunse, «ecco in che modo voi siete qui rammentati.»—«Sire,» rispose uno deʼ Vescovi, «nè anche una persona in cinquecento reputa genuino cotesto documento.»—«No!» esclamò fieramente il Re: «eppure questi cinquecento condurranno il Principe dʼOrange a segarmi la gola.»—«Dio nol voglia,» esclamarono ad una voce i prelati. Ma Giacomo che non fu mai di lucido intendimento, adesso lo aveva onninamente turbato. Una delle peculiarità del suo carattere consisteva in questo, che quando la sua opinione non veniva adottata, ei credeva che si dubitasse della sua veracità. «Questo scritto non è genuino!» esclamò egli svoltandone con le proprie mani i fogli. «Non sono io degno di fede? La mia parola non val forse nulla?»—«Ad ogni modo, o Sire,» disse uno deʼ Vescovi «questo non è affare ecclesiastico, ed entra nella sfera della potestà secolare. Dio ha posta nelle mani vostre la spada; e non ispetta a noi invadere le vostre funzioni.» Allora lo Arcivescovo con quella dolce e temperata malignità che reca più profonde ferite, chiese scusa di non volere impacciarsi di documenti politici. «Io e i miei confratelli, o Sire,» soggiunse «abbiamo già crudelmente sofferto per esserci voluti immischiare negli affari di Stato: e saremo sì cauti da non farlo di nuovo. Una volta firmammo una innocentissima petizione; la presentammo nella maniera più rispettosa; e ci fu detto di avere commesso un grave delitto. La sola misericordia divina potè salvarci. E, Sire, i vostri Procuratore ed Avvocato Generali affermarono, come fondamento dʼaccusa, che noi fuori del Parlamento siamo uomini privati, e quindi era criminosa presunzione in noi lo immischiarsi di cose politiche. E ci aggredirono con tale furore, che, quanto a me, io mi detti per ispacciato.»—«Vi ringrazio di ciò che dite, Monsignore di Canterbury,» disse il Re; «speravo che non vi reputaste perduto cadendo nelle mie mani.» Queste parole sarebbero state bene nella bocca dʼun Sovrano misericordioso, ma uscivano di mala grazia dalle labbra dʼun principe il quale aveva arsa viva una donna per avere ospitato uno deʼ fuorusciti; dʼun principe, il quale erasi mostrato duro come un macigno verso il nipote, che disperatamente dolorando gli abbracciava le ginocchia. Ma lo Arcivescovo non era uomo da lasciarsi imporre silenzio. Egli riepilogò la storia delle proprie vicende, enumerò glʼinsulti che le creature della corte avevano fatto alla Chiesa Anglicana, e fra gli altri non dimenticò gli scherni ai quali era stato segno il suo stile. Il Re non aveva nulla a dire se non che era inutile ripetere le vecchie doglianze, e chʼegli aveva sperato coteste cose essere già cadute in oblio. Egli, che non dimenticava mai la più lieve ingiuria, non sapeva intendere in che guisa altri avessero a rammentarsi per poche settimane le più mortali ingiurie che avesse fatto loro.

Infine il discorso fu ricondotto al subietto dal quale aveva deviato. Il Re instava perchè i Vescovi dichiarassero con pubblico documento aborrire dalla impresa del Principe. Ma essi protestando sommessamente della loro lealtà, furono ostinatissimi a ricusare, dicendo il Principe asserire che era stato invitato daʼ Pari spirituali e secolari; lʼaddebito era a tutti comune; perchè dunque non doveva essere comune anco la discolpa? «Io vedo come egli è,» disse Giacomo. «Voi avete favellato con alcuni Pari secolari, i quali vi hanno persuaso a contrariarmi in questo negozio.» I Vescovi solennemente affermarono che ciò non era vero. Ma sembrerebbe strano, soggiunsero, che in una questione che spettava a cose politiche e militari importantissime, non si avesse a far conto deʼ Pari secolari, e la parte precipua fosse assegnata ai prelati. «Ma questo» disse il Re «è il mio metodo. Io sono il Re vostro; e spetta a me giudicare di ciò che meglio mi conviene. Io voʼ fare a mio modo; e richiedo che mi aiutiate.» I Vescovi lo assicurarono di aiutarlo come ministri di Dio con le loro preci, e come Pari del Regno col loro consiglio nel Parlamento. Giacomo, al quale non facevano mestieri nè le preci degli eretici nè consigli di Parlamento, si sentì amaramente contrariato. Dopo un lungo alterco: «Ho finito» disse egli, «io non vi dirò più nulla. Dacchè non volete secondarmi, è uopo chʼio confidi in me solo e nelle mie armi.»[513]