E davvero il colpo era gravissimo. Egli è vero che la perdita che direttamente faceva la Corona e il guadagno diretto degli invasori ascendeva appena a dugento uomini ed altrettanti cavalli. Ma dove avrebbe potuto dʼallora in poi Giacomo trovare queʼ sentimenti che formano la forza degli Stati e degli eserciti? Cornbury era lo erede di una casa che primeggiava fra tutte pel suo affetto verso la monarchia. Clarendon suo padre e Rochester suo zio erano uomini la cui fedeltà riputavasi inaccessibile ad ogni qualsiasi tentazione. Quale doveva essere la forza di quel sentimento contro cui nulla giovavano gli ereditari pregiudizi più profondamente radicati, di quel sentimento che poteva persuadere un giovine ufficiale dʼalta nascita alla diserzione, resa più colpevole dallo abuso di fiducia e dalla menzogna? Lo avvenimento era assai più grave appunto perchè Cornbury non era dotato di egregie qualità nè dʼindole intraprendente. Era impossibile dubitare che esistesse in alcun luogo una mano più potente ed artificiosa che lo moveva. Tosto si conobbe chi era cotesto motore. Intanto non vʼera uomo nel campo regio che fosse sicuro di non essere circondato da traditori. Il grado politico, il grado militare, lʼonore dʼun gentiluomo, lʼonore dʼun soldato, le più forti proteste di fedeltà, il più puro sangue di Cavaliere, oramai non offrivano sicurtà alcuna. Ciascuno poteva dubitare che gli ordini datigli daʼ suoi superiori non tendessero a giovare lʼinimico. Era quindi necessariamente distrutta quella cieca obbedienza senza la quale gli eserciti diventano una semplice marmaglia. Quale disciplina poteva esistere tra soldati che sʼerano dianzi sottratti ad una trama, ricusando di seguire il loro capitano in una secreta spedizione, e insistendo che mostrasse gli ordini sovrani?

Cornbury fu poco dopo seguito da una folla di disertori che lo superavano per grado e capacità: ma per pochi giorni egli fu solo nella sua vergogna ed acremente ripreso da molti i quali poscia, imitandone lo esempio, glʼinvidiarono la disonorevole precedenza. Era fra costoro il suo proprio padre. Clarendon, appena saputane la nuova, diede pateticamente in uno scoppio di rabbia e di dolore. «Dio mio!» esclamò «che un mio figliuolo debba essere ribelle!» Quindici giorni dopo era anche egli nel numero deʼ ribelli. Nondimeno sarebbe ingiusto chiamarlo un ipocrita. Nelle rivoluzioni la vita dellʼuomo si svolge celerissima: la esperienza di molti anni si trova concentrata tutta in poche ore: le vecchie abitudini di pensiero e dʼazione violentemente si rompono: le novità, che a primo sguardo destano timore ed aborrimento, in pochi giorni diventano familiari, tollerabili, seducenti. Molti, dotati di virtù più pura e di maggiore animo che non fosse Clarendon, erano pronti, innanzi che si chiudesse quellʼanno memorabile, a fare ciò che al principio dellʼanno essi avrebbero giudicato iniquo ed infame.

Lo sventurato padre, come meglio potè ricomponendosi, fece chiedere una privata udienza al Re, il quale gliela consentì. Giacomo con insolita cortesia disse commiserare nel profondo del cuore i parenti di Cornbury, e non reputarli tenuti a render conto del delitto commesso dallo indegno giovane. Clarendon ritornò a casa sua non osando guardare in viso i propri amici. Tosto nondimeno ei rimase attonito sapendo che lʼazione la quale, secondo che egli credè in sulle prime, aveva per sempre disonorata la sua famiglia, era stata applaudita da vari personaggi alto locati. La Principessa di Danimarca sua nipote gli chiese perchè si teneva chiuso agli occhi del mondo. Egli rispose, la scelleraggine del figlio averlo oppresso di vergogna. Anna parve di non intendere punto, e soggiunse: «La gente è molto inquieta rispetto al papismo. Io credo che molti altri dello esercito faranno lo stesso.»[521]

Il Re, grandemente perturbato, chiamò a sè i precipui ufficiali che erano in Londra. Churchill che verso quel tempo era stato promosso al grado di Luogotenente Generale, si presentò con quella blanda serenità di aspetto, che non era mai turbata da periglio o da infamia. Allʼadunanza intervenne Enrico Fitzroy Duca di Grafton, il quale per audacia ed operosità predistinguevasi tra i figli naturali di Carlo II. Grafton era colonnello del primo reggimento delle Guardie a piedi. A quanto pare, in quel tempo egli era sotto lʼimpero di Churchill, ed apparecchiato a disertare dalla regia bandiera, appena giungesse il momento opportuno. Erano anco ivi presenti due altri traditori, cioè Kirke e Trelawney, i quali comandavano due feroci e sfrenate bande, allora detti i reggimenti di Tangeri. Entrambi, al pari degli altri ufficiali protestanti dello esercito, da lungo tempo mal tolleravano la predilezione del Re verso i suoi correligionari; e Trelawney in ispecie rammentava con acre risentimento la persecuzione del vescovo di Bristol suo fratello. Giacomo favellò allʼassemblea con parole degne dʼun migliore uomo e dʼuna causa migliore. Disse potere darsi che taluni degli ufficiali avessero scrupoli di coscienza per combattere in suo favore. Quando così fosse, ei desiderava che dessero la loro rinuncia. Ma li esortava e come gentiluomini e come soldati a non imitare il vergognoso esempio di Cornbury. Tutti parevano commossi, e nessuno lo era quanto Churchill. Egli fu il primo a giurare con ben simulato entusiasmo dʼessere pronto a spargere fino lʼultima stilla del proprio sangue pel suo amato Sovrano. Simiglianti proteste fece Grafton; e Kirke e Trelawney ne seguirono lo esempio.[522]

LIV. Ingannato da tali assicuranze il Re si apparecchiò a recarsi in Salisbury. Avanti la sua partenza seppe che un numero considerevole di Pari secolari e spirituali desiderava unʼudienza. Andavano, guidati da Sancroft, per porre nelle mani di Giacomo una petizione, nella quale lo pregavano a convocare un libero e legittimo Parlamento, e aprire pratiche dʼaccordo col Principe dʼOrange.

La storia di questa petizione è ben curiosa. Eʼ sembra che due grandi capi deʼ partiti, che da lungo tempo rivaleggiavano ed osteggiavansi, ne concepissero ad un tempo il pensiero. Parlo di Rochester e di Halifax. Ambedue, senza che lʼuno sapesse dellʼaltro, ne chiesero consiglio ai Vescovi. I Vescovi caldamente ne approvarono la idea. Fu quindi proposto di ragunare unʼassemblea di Pari, onde deliberare intorno alla forma da darsi alla sopra riferita petizione. E perchè era il tempo delle sessioni giudiciarie, gli uomini di grado e di alta condizione quotidianamente accorrevano a Westminster Hall come adesso affollansi ai Circoli di Pall Mall in Saint Jamesʼs-Street Nulla poteva essere più facile ai Pari ivi presenti, che ritirarsi in qualche stanza contigua, e sedersi a consulta. Ma sorsero inaspettatamente alcuni ostacoli. Halifax prima si mostrò freddo, poi contrario. Era sua indole obiettare ad ogni cosa, ed in questa occasione le sue facoltà intellettive aguzzava la rivalità. Il disegno, da lui approvato mentre consideravalo come suo proprio, cominciò a dispiacergli appena seppe chʼera anco venuto in mente a Rochester, dal quale egli era stato lungamente avversato e infine cacciato dal posto, e che egli odiava, secondochè lo consentiva il suo pacifico temperamento. Nottingham allora lasciava trascinarsi da Halifax; ed entrambi dichiararono che non avrebbero posto i nomi loro nella petizione qualora Rochester vi apponesse il suo. Clarendon invano lo scongiurò. «Io non intendo mancare di rispetto a Milord Rochester,» rispose Halifax «ma egli è stato membro della Commissione Ecclesiastica, gli atti della quale tra breve saranno subietto di gravissima inchiesta; e non è convenevole che un uomo il quale ha seduto in quel tribunale partecipi alla nostra petizione.» Nottingham con alte parole di stima personale verso Rochester fu della opinione di Halifax. Lʼautorità di questi due Lordi dissenzienti distolse vari altri dal sottoscrivere lʼindirizzo; ma gli Hyde e i Vescovi stettero fermi. Si raccolsero diciannove firme; e i chiedenti recaronsi in corpo al cospetto del Re.[523]

Giacomo ricevè di mala grazia la petizione. Li assicurò stargli molto a cuore la convocazione dʼun libero Parlamento; e promise, sulla fede di Re, che lo convocherebbe appena il Principe dʼOrange sgombrasse dallʼisola. «Ma in che guisa» disse egli «può dirsi libero un Parlamento mentre il Regno è invaso da un nemico, che può disporre di quasi cento voti?» Ai prelati favellò con peculiare acrimonia, dicendo: «Lʼaltro giorno non potei indurvi a protestare contro questa invasione: ma voi adesso siete abbastanza pronti a dichiararvi contro me. Allora non vʼera lecito immischiarvi di cose politiche; ed ora non avete scrupolo a farlo. Voi avete suscitato questo spirito di ribellione nel vostro gregge, e adesso lo fomentate. Fareste meglio ad insegnare al popolo il modo di obbedire, che insegnare a me il modo di governare.» Sʼaccese poi di grande ira come vide sotto il nome di Grafton segnato presso quello di Sancroft, ed aspramente gli disse: «Voi non sapete un jota di religione, nè ve ne importa nulla; e nondimeno, in fè di Dio! pretendete dʼavere una coscienza.»—«Egli è vero, o Sire,» rispose con impudente franchezza il nipote; «egli è vero che io ho poca coscienza; ma appartengo ad un partito che ne ha molta.»[524]

LV. Per quanto fossero acri le parole del Re, lo erano meno di quelle che profferì dopo che i Vescovi si furono dalla sua presenza partiti. Disse dʼavere già fatto troppo sperando di gratificarsi un popolo irreverente ed ingrato; avere sempre abborrito dalla idea di fare concessioni; ma vi sʼera lasciato indurre; e adesso, come il padre suo, vedeva per prova che le concessioni rendono i sudditi più esigenti. Quinci innanzi non cederebbe in nulla, nè anche dʼun atomo; e secondo suo costume ripetè più volte e con forza: «Nè anche dʼun atomo.» Non solo non farebbe proposte agli invasori, ma non ne accetterebbe nessuna. Se gli Olandesi mandassero a chiedere tregua, il primo messaggiero sarebbe rimandato senza risposta, il secondo impiccato.[525] In tale umore Giacomo partì per Salisbury. Il suo ultimo atto, avanti di partirsi, fu di nominare un Consiglio di cinque Lordi, perchè lo rappresentassero durante la sua assenza. Deʼ cinque, due erano papisti, e per virtù della legge inabili ad occupare gli uffici. Jeffreys era con essi, ma la nazione detestavalo più dei papisti. A Preston e Godolphin, che erano gli altri due membri, non si poteva nulla obiettare. Il dì, in che il Re partì da Londra, il Principe di Galles fu mandato a Portsmouth. Questa fortezza aveva uno strenuo presidio sotto il comando di Berwick. Era lì presso la flotta comandata da Dartmouth; e supponevasi, che ove le cose procedessero male, il regio infante si sarebbe senza ostacolo potuto condurre in Francia.[526]

LVI. Il dì 19, Giacomo giunse a Salisbury, e pose il suo quartiere generale nel palazzo del Vescovo. Da ogni parte gli arrivavano sinistre nuove. Le Contee occidentali alla perfine erano insorte. Appena si seppe la diserzione di Cornbury, molti ricchi possidenti presero animo ed accorsero ad Exeter. Era fra essi Sir Guglielmo Portman di Bryanstone, uno deʼ più grandi uomini della Contea di Dorset, e Sir Francesco Warre di Hestercombe che aveva somma riputazione nella Contea di Somerset.[527] Ma il più cospicuo deʼ nuovi venuti era Seymour, che aveva di recente ereditato il titolo di baronetto,—titolo che aggiungeva poco alla sua dignità,—e per nascita, per influenza politica e per abilità parlamentare primeggiava oltre ogni paragone fraʼ gentiluomini Tory dʼInghilterra. Dicesi che nella prima udienza porgesse tale argomento dellʼaltera indole sua, che recò maraviglia e sollazzo al Principe. «Io credo, Sir Eduardo,» disse Guglielmo per usargli una cortesia «che voi siate della famiglia del Duca di Somerset.»—«Altezza, chiedo scusa,» rispose Sir Eduardo che non dimenticava mai dʼessere il capo del ramo maggiore deʼ Seymours, «il Duca di Somerset è della mia famiglia.[528]»

Il quartiere generale di Guglielmo allora cominciò a prendere la sembianza dʼuna corte. Sessanta e più personaggi cospicui per grado ed opulenza trovavansi in Exeter; e la mostra quotidiana delle ricche livree e deʼ cocchi a sei cavalli nel ricinto della Cattedrale rendeva in alcun modo immagine della magnificenza e gaiezza di Whitehall. Il basso popolo anelava di correre alle armi, sì che sarebbe stato agevole formare molti battaglioni di fanti. Ma Schomberg, che faceva poco conto di soldati novellamente tolti allo aratro, sosteneva che ove la impresa non avesse prospero successo senza siffatto aiuto, non sarebbe riuscita affatto: e Guglielmo, che quanto Schomberg bene intendevasi dʼarte militare, era del medesimo parere. E però difficilmente concedeva commissioni di reclutare nuovi reggimenti, non accettando altri che uomini scelti.