I mali, che la vicendevole animosità di queste fazioni tendeva a far nascere, furono in gran parte scansati per lʼautorità e saggezza del Principe. Circuito da ardenti disputatori, officiosi consiglieri, abietti adulatori, spie vigilanti, maligni ciarlieri, rimaneva sempre tranquillo senza che altri potesse leggergli nel cuore. Potendo, taceva; costretto a parlare, il tono serio e imperioso con che significava le sue bene ponderate opinioni, faceva tosto ammutolire chiunque. Qualsivoglia cosa dicessero i suoi troppo zelanti fautori, ei non profferì mai verbo che desse il minimo sospetto di ambire alla corona dʼInghilterra. Senza dubbio ben si accorgeva che fra lui e quella corona esistevano tuttavia parecchi ostacoli, i quali nessuna prudenza avrebbe potuto vincere, e potevano ad un solo passo falso diventare insormontabili. La sola probabilità chʼegli avesse di ottenere quello splendido premio non istava nello impossessarsene ruvidamente, ma nello aspettare fino a tanto che senza la minima apparenza di sforzo e dʼastuzia lo conducessero al suo arcano scopo la forza delle circostanze, gli errori deʼ suoi avversari, e la libera elezione dei tre Stati del reame. Coloro che provaronsi dʼinterrogarlo, non riuscirono a saper nulla, e nondimeno non poterono accusarlo di simulazione. Egli tranquillamente li rimandava al suo Manifesto, assicurandoli che le sue mire non erano cangiate da poi che era stato scritto quel documento. Con tanta espertezza governava gli animi dei suoi partigiani, che pare la loro discordia gli rafforzasse, anzichè indebolirgli il braccio: ma la discordia scoppiava violentissima appena sottraevansi al freno di lui, sturbava lʼarmonia deʼ conviti, e non rispettava nè anche la santità della casa di Dio. Clarendon, il quale si studiava di nascondersi agli occhi altrui e a quelli della propria coscienza, affettando con ostentazione sentimenti di lealtà—prova manifesta della sua ribellione—raccapricciò vedendo alcuni deʼ suoi colleghi col bicchiere in mano schernire lʼamnistia che il Re generosamente aveva offerta loro. Dicevano non aver bisogno di perdono: ma innanzi di finire, volevano ridurre il Re a domandare perdono a loro. Anche maggiormente impaurì e disgustò ogni buon Tory un fatto che accadde nella cattedrale di Salisbury. Appena il ministro che officiava cominciò a leggere la preghiera pel Re, Burnet, il quale fra i molti suoi pregi non annoverava la facoltà di sapere frenarsi e il senso delicato delle convenevolezze, essendo in ginocchioni, si alzò, si assise nel proprio stallo, e profferì alcune sprezzanti parole che sturbarono le divozioni degli astanti.[565]
In breve le fazioni, onde era diviso il campo regio, ebbero occasione a misurare le proprie forze. I Commissari del Re erano già in viaggio. Erano corsi vari giorni dopo la loro nomina; e reputavasi strano che in un caso cotanto urgente indugiassero sì lungamente ad arrivare. Ma in verità nè Giacomo nè Guglielmo desideravano che le pratiche speditamente sʼiniziassero; imperocchè lʼuno bramava solo di acquistare il tempo bastevole a mandare in Francia la moglie e il figliuolo; e la posizione dellʼaltro si faceva ognora più vantaggiosa. Infine il Principe fece annunziare ai Commissari che gli avrebbe ricevuti in Hungerford. Probabilmente scelse questo luogo, perchè, ad uguale distanza da Salisbury e da Oxford, era bene adattato per un convegno deʼ suoi più importanti fautori. In Salisbury erano quei nobili e gentiluomini che lo avevano accompagnato da Olanda od erano corsi a trovarlo nelle contrade occidentali; ed in Oxford erano molti deʼ capi della insurrezione del paese settentrionale.
LXXI. In sul tardi, giovedì 6 dicembre, giunse a Hungerford. La piccola città fu tosto ripiena di persone dʼalto grado e notevoli che vi accorrevano da diverse parti. Il Principe era scortato da un forte corpo di truppe. I Lordi del settentrione conducevano seco centinaia di cavalieri irregolari, il cui equipaggio e modo di cavalcare moveva a riso coloro chʼerano assuefatti allo splendido aspetto ed agli esatti movimenti delle armate regolari.[566]
Mentre il Principe rimaneva in Hungerford ebbe luogo un accanito scontro tra dugentocinquanta deʼ suoi e seicento Irlandesi che erano appostati in Reading. Glʼinvasori in questo fatto fecero bella prova della superiorità della loro disciplina. Comechè fossero molto inferiori di numero, essi al primo assalto sgominarono le regie milizie, le quali corsero giù per le strade fino alla piazza di mercato. Quivi glʼIrlandesi tentarono di riordinarsi; ma vigorosamente aggrediti di fronte, mentre gli abitanti facevano fuoco dalle finestre delle case circostanti, tosto scoraronsi, e fuggirono perdendo la bandiera e cinquanta uomini. Dei vincitori solo cinque caddero morti. Ne gioirono tutti ugualmente i Lordi e i Gentiluomini che seguivano Guglielmo; perocchè in quel fatto non accadde nulla che offendesse il sentimento nazionale. Gli Olandesi non avevano vinto glʼInglesi, ma avevano soccorsa una città inglese a liberarsi dalla insopportabile dominazione deglʼIrlandesi.[567]
La mattina del sabato, 8 dicembre, i commissari del Re giunsero a Hungerford. Le Guardie del Corpo del Principe schieraronsi a riceverli con gli onori militari. Bentinck li accolse e propose loro di condurli immediatamente al cospetto del suo signore. Manifestarono la speranza che il Principe volesse accordar loro una udienza privata; ma fu loro risposto chʼegli era deliberato di ascoltarli e rispondere in pubblico. Furono introdotti nella sua camera da letto, dove lo trovarono fra mezzo a una folla di nobili e di gentiluomini. Halifax, cui il grado, la età, lʼabilità davano il diritto di precedenza, prese a favellare. La proposta che i Commissari avevano ordine di fare era, che i punti di controversia fossero portati dinanzi al Parlamento, a convocare il quale già si stavano suggellando i decreti, e che in quel mentre lʼarmata del Principe si fermasse a trenta o quaranta miglia lontano da Londra. Halifax dopo dʼaver detto che questa era la base sopra cui egli e i suoi colleghi erano apparecchiati a trattare, pose nelle mani di Guglielmo una lettera del Re, e prese commiato. Guglielmo, schiusa la lettera, parve oltre lʼusato commuoversi. Era la prima che ricevesse dal suocero dopo che erano in aperta rottura. Un tempo erano stati in buone relazioni e familiarmente carteggiavano; nè anco dopo che entrambi avevano cominciato a sospettarsi ed aborrirsi vicendevolmente sʼerano astenuti nelle loro lettere da quelle forme di cortesia che comunemente adoperano le persone strettamente congiunte coʼ vincoli del sangue e del matrimonio. La lettera recata daʼ Commissari era scritta da un segretario in forma diplomatica e in lingua francese. «Ho avute molte lettere del Re,» disse Guglielmo, «ma tutte sempre in inglese e scritte di suo pugno.» Favellò con una sensibilità chʼegli era poco assuefatto a mostrare. Forse in quello istante pensava quanto rimprovero dovesse arrecare a lui e alla consorte, così a lui affettuosa, la sua intrapresa, comechè fosse giusta, benefica e necessaria. Forse rammaricavasi della durezza del destino, il quale lo aveva ridotto a una condizione tale chʼei non poteva adempiere ai suoi doveri pubblici senza frangere i domestici vincoli, e invidiava lo avventuroso stato di coloro che non sono responsabili della salvezza delle nazioni e delle Chiese. Ma siffatti pensieri, se pure gli sorsero in mente, ei fermamente represse. Esortò i Lordi e i Gentiluomini, da lui convocati in questa occasione, a consultare insieme, senza lo impaccio della sua presenza, intorno alla risposta da farsi al Re. Riserbossi non per tanto la potestà della decisione finale dopo avere ascoltati i loro consigli. Quindi lasciolli, e si ritirò a Littlecote Hall, magione rurale giacente a circa due miglia di distanza, e famosa fino ai tempi nostri non tanto per la sua veneranda architettura e i suoi begli arredi, quanto per un orribile e misterioso delitto ivi commesso neʼ tempi dei Tudor.[568]
Innanzi che si allontanasse da Hungerford gli fu detto che Halifax aveva desiderato di abboccarsi con Burnet. In questo desiderio non era nulla di strano; imperocchè Halifax e Burnet avevano da lungo tempo avuto relazioni dʼamicizia. E per vero dire non vʼerano due uomini che così poco si rassomigliassero. Burnet era estremamente privo di delicatezza e di tatto. Halifax aveva delicatissimo gusto, e fortissima tendenza al dileggio. Burnet mirava ogni azione ed ogni carattere traverso a uno strumento scontorto e colorato dallo spirito di parte. La mente di Halifax inchinava a scoprire i falli deʼ suoi colleghi più presto che quelli degli avversari. Burnet, non ostante le sue debolezze e le vicissitudini dʼuna vita passata in circostanze non molto favorevoli alla pietà, era uomo sinceramente pio. Lo scettico e satirico Halifax aveva taccia dʼincredulo. Halifax quindi aveva spesso provocato la sdegnosa censura di Burnet; e Burnet era spesso lo zimbello deʼ pungenti e gentili scherzi di Halifax. Nondimeno lʼuno sentivasi vicendevolmente attirato verso lʼaltro, ne amava il conversare, ne pregiava lʼabilità, liberamente ricambiava le opinioni e i buoni uffici in tempi pericolosi. Nondimeno Halifax adesso non desiderava rivedere il suo vecchio conoscente soltanto per riguardi personali. I Commissari erano di necessità ansiosi di sapere quale fosse il vero scopo del Principe. Aveva loro ricusato un colloquio privato; e poco poteva raccogliersi da ciò chʼegli potesse dire in una pubblica udienza. Quasi tutti i suoi confidenti erano uomini al pari di lui taciturni e impenetrabili. Il solo Burnet era ciarliero e indiscreto. E nondimeno le circostanze avevano fatto nascere il bisogno di fidarsi di lui; e Halifax con la sua squisita destrezza gli avrebbe indubitatamente tratto dalla bocca i secreti, agevolmente come le parole. Guglielmo sapeva tutto questo, e come gli fu detto che Halifax andava in cerca del dottore, non potè frenarsi dallo esclamare: «Se si uniranno insieme, eʼ vi sarà un bel pettegolezzo.» A Burnet fu inibito di vedere i Commissari in privato; ma con parole cortesissime gli fu detto che il Principe non aveva il più lieve sospetto della fedeltà di lui; e perchè non vi fosse cagione a dolersene, la inibizione fu generale.
LXXII. Quel dì i nobili e i gentiluomini, ai quali Guglielmo aveva chiesto consiglio, adunaronsi nella gran sala del principale albergo di Hungerford. Oxford presedeva, e le proposte del Re furono prese in considerazione. Tosto si conobbe che lʼassemblea era divisa in due partiti, lʼuno deʼ quali era bramoso di venire a patti col Re, lʼaltro ne voleva la piena rovina; ed erano i più. Ma fu notato che Shrewsbury, il quale a preferenza di tutti i Nobili dʼInghilterra supponevasi godere la confidenza di Guglielmo, quantunque fosse Whig, in questa occasione era coi Tory. Dopo molto contendere fu formulata la questione. La maggioranza opinò doversi rigettare le proposte che i regii Commissari avevano ordine di fare. La deliberazione dellʼassemblea fu recata al Principe in Littlecote. In nessunʼaltra circostanza per tutto il corso della sua fortunosa vita egli mostrò maggiore prudenza e ritegno. Non poteva volere la buona riuscita dello accordo. Ma era tanto savio da conoscere, che ove le pratiche andassero a vuoto per cagione delle sue irragionevoli pretese, ei perderebbe il pubblico favore. E però, vinta la opinione deʼ suoi ardenti fautori, si dichiarò deliberatissimo a trattare sopra le basi proposte dal Re. Molti dei Lordi e dei Gentiluomini radunati in Hungerford rimostrarono: litigarono un intero giorno: ma Guglielmo rimase incrollabile nel suo proposito. Dichiarò di volere porre ogni questione nelle mani del Parlamento pur allora convocato, e di non procedere oltre a quaranta miglia da Londra. Dal canto suo fece certe domande che anche i meno inchinevoli a lodarlo reputarono moderate. Insistè perchè gli statuti vigenti rimanessero in vigore finchè venissero riformati dallʼautorità competente, e perchè chiunque occupasse un ufficio senza i requisiti legali fosse quinci innanzi destituito. Dirittamente pensava che le deliberazioni del Parlamento non potevano procedere libere, se dovesse aprirsi circondato dai reggimenti irlandesi, mentre egli e la sua armata rimanevano lontani di parecchie miglia. Per lo che reputava necessario che, dovendo le sue truppe rimanersi a quaranta miglia da Londra dalla parte occidentale, le truppe del Re si dovessero ritirare ad uguale distanza dalla parte orientale. In tal guisa rimaneva attorno al luogo, dove le Camere dovevano adunarsi, un ampio cerchio di terreno neutrale, dentro cui erano due fortezze di grande importanza per la popolazione della metropoli; la Torre cioè, che signoreggiava le abitazioni, e Tilbury Fort che signoreggiava il commercio marittimo. Era impossibile lasciare questi due luoghi senza presidio. Guglielmo quindi propose che temporaneamente venissero affidati alla Città di Londra. Sarebbe forse convenevole, che il Re, apertosi il Parlamento, se ne andasse a Westminster con un corpo di guardie. In questo caso il Principe voleva il diritto di andarvi anchʼegli con un eguale numero di soldati. Parevagli giusto, che, mentre rimanevano sospese le operazioni militari, ambedue le armate si considerassero come ai servigi della nazione inglese, e fossero pagate dallʼentrate dellʼInghilterra. Da ultimo richiese alcune guarentigie perchè il Re non si giovasse dello armistizio per introdurre forze francesi nellʼisola. Il punto di maggior pericolo era Portsmouth. Il Principe non insisteva che gli venisse data nelle mani questa importante fortezza, ma propose che, durante la tregua, fosse affidata al comando dʼun ufficiale meritevole della fiducia sua e di Giacomo.
Le proposte di Guglielmo erano espresse con la dilicata equità convenevole meglio a un arbitro disinteressato il quale profferisca un giudizio, che ad un principe vittorioso il quale imponga condizioni ad un disastrato nemico. I partigiani del Re non ebbero nulla a ridire. Ma fraʼ Whig nacquero assai mormorazioni. Dicevano non volere riconciliazione col loro vecchio signore; reputarsi sciolti da ogni vincolo di fedeltà; non essere disposti a riconoscere lʼautorità dʼun Parlamento convocato con decreto di lui. Aggiungevano chʼessi non volevano armistizio, e non poteano intendere, che dovendo esservi un armistizio, fosse da concludersi a patti uguali. Per virtù di tutte le leggi della guerra il più forte aveva diritto a giovarsi della propria forza; e nella indole di Giacomo vʼera egli nulla che giustificasse una tanto estraordinaria indulgenza? Coloro che siffattamente ragionavano, ben poco conoscevano da quale altezza e con che occhio veggente il condottiero da essi biasimato contemplasse la intera situazione della Inghilterra e dellʼEuropa. Anelavano a rovinare Giacomo, e però avrebbero voluto o ricusare di trattare con essolui a patti uguali, o imporgli condizioni insopportabilmente dure. Perchè il vasto e profondo disegno politico di Guglielmo non patisse detrimento era necessario che Giacomo ruinasse al precipizio, rigettando condizioni così ostentatamente liberali. Lʼesito delle cose provò la saviezza deʼ provvedimenti che la maggioranza degli Inglesi ragunati in Hungerford era inchinevole a condannare.
La domenica, 9 dicembre, le domande del Principe furono poste in iscritto e consegnate a Halifax. I Commissari desinarono in Littlecote, dove una splendida assemblea era stata invitata a incontrarli. Lʼantica sala, dalle cui pareti pendevano armature che avevano veduto la guerra delle Rose, e ritratti deʼ valorosi che erano stati ornamento della corte di Filippo e di Maria, era adesso ripiena di Pari e di Generali. In tanta folla potevano ricambiarsi brevi dimande e risposte senza farsi scorgere. Halifax colse il destro che gli si offrì primo, per conoscere ciò che Burnet sapeva o pensava. «Che intendete di fare?» chiese lo accorto diplomatico. «Desiderate di avere il Re nelle vostre mani?»—«Niente affatto» rispose Burnet; «non vogliamo fare il minimo male alla sua persona.»—«E ove se ne andasse?» soggiunse Halifax. «Non potremmo desiderare nulla di meglio» disse Burnet. Non vʼè dubbio che Burnet, così favellando, esprimesse la opinione universale deʼ Whig nel campo del Principe. Tutti bramavano che Giacomo fuggisse dal paese: ma solo pochi deʼ più savi tra loro intendevano di quanta importanza fosse che la sua fuga venisse attribuita dalla nazione alla insania e ostinatezza di lui, e non ai duri trattamenti e a ben fondati timori. Eʼ pare probabile che anche negli estremi cui egli era adesso ridotto, tutti i suoi nemici congiunti insieme non lʼavrebbero potuto rovesciare, qualora egli non fosse stato il peggiore nemico di sè stesso: ma mentre i suoi Commissari affaticavansi a salvarlo, egli con ogni studio cercava di rendere vani gli sforzi loro.[569]
I suoi disegni infine erano maturi per la esecuzione. Le pretese pratiche avevano risposto allo intento. Nel dì stesso in cui i tre Lordi giunsero a Hungerford, il Principe di Galles arrivò a Westminster. Avevano provveduto che passasse pel Ponte di Londra; ed alcune legioni irlandesi gli erano state spedite incontro a Southwark; ma vennero accolte da una gran folla di popolo con tale tempesta di fischi e di maledizioni, che esse reputarono prudente con tutta fretta ritirarsi. La povera creatura passò il Tamigi a Kingston, e fu condotta a Whitehall con tanta secretezza che molti la credevano tuttavia a Portsmouth.[570]