Signora — Amore mio, non hai dunque più una parola nè un bacio per me; ti prendi giuoco di me!?.... (Si è messa a sedere su una seggiola a braccioli).
Signore + (senza risponderle). Stasera non so camminare, ho imparato ad espandermi.
Signora — Calmati, amore; cosa ti ho fatto, dimmi? ricorda tutta la passione che ci siamo dati; cos'è dunque il nostro grande amore!!
Signore + Un gatto.
Signora — Oh! mi vuoi burlare!
Signore + No. Voglio entrare nella verità che ho intraveduta. (Di qui in là parla senza guardarla).
Signora — Quale verità?...
Signore + Guarda, tu non mi comprendi; ma io ti dico che mi fai orrore: la strada per venire da te è d'acciaio: questa casa si è cristallizzata nello spazio con una spaventosa immobilità: le cento scale che portano da te sono sempre cento. Tu, sei sempre la stessa; sempre uguale come un esemplare d'anatomia. Piangi come una bottiglia; non sai baciare che con due labbra; tieni pronte due grettissime braccia per prendermi: io non saprei se amare più te o cotesta seggiola su cui ti ripieghi. Tuttociò è molto meschino.
Signora — Oh, mi fai morire!... (Singhiozza).
Signore + Ecco! Perchè non hai saputo morire, stasera?! Abbiamo detto «qui alle sette» e ci troviamo qui esattamente insieme come le due lame di una forbice; ti trovo tranquilla, incredibilmente, palpabile, vera, carnosa. Dimmi, perchè non sai evaporare, perchè non sai essere qui e non esserci, perchè non sai occupare lo Spazio, perchè non ti sai distendere senza misura nel Tempo? Io ho incominciato a bere l'Azzurro. Tu non mi sai guardare senza gli occhi come nessun oceano sa rompere la tua strada d'acciaio....