Fido tornò a farle festa. Ella rabbrividì; un ricordo confuso di cose spaventevoli si ridestava nel suo cervello.

Il terrore si era impadronito di lei; le pareva di essere inseguita e non osava voltarsi. Saltò sul verone; entrò, e rinchiuse, con rapidità convulsa, le imposte e i vetri.

Il cuore le batteva furiosamente.

Nel medesimo tempo si chiudeva adagio adagio il balcone della camera di Ruggeri.

Il violinista andava a dormire dopo di avere aspettato che Argìa rientrasse.

Consumato il delitto, un vago rimorso aveva turbato quel suo cuore di fatuo. Gli girava la testa. Quel letargo, quella rigidità della vittima lo spaventavano. Avrebbe voluto svegliarla, e non osava. Aveva paura de' suoi rimproveri, de' suoi lamenti. E se l'avessero sorpreso con lei in quello stato?!.. Se il professore avesse avuto un sospetto?... Doveva affrettarsi a rientrare. Argìa si sarebbe svegliata da sè e avrebbe provveduto a' casi suoi.

La preoccupazione personale aveva cancellato così il tenue rimorso: egli non aveva pensato più che a mettersi in salvo, con infinite precauzioni, evitando i punti illuminati dalla luna, tenendosi lontano dal cane, come un ladro vigliacco.

E allorchè finalmente vide rientrare la povera fanciulla apparentemente tranquilla, gli ultimi scrupoli tacquero ed egli andò a letto e dormì beatamente, il sonno del giusto.

La mattina, intorno alle dieci, la Carmela entrò nella camera di sua cugina. Come mai dormiva così tardi? Non aveva sentito che confusione nella corte quando quei signori erano partiti?... L'aspettavano per salutarla. Ma il professore aveva detto che era meglio lasciarla dormire, che si era coricata tardi. D'altra parte il signor Ruggeri aveva fretta, dovendo ritornare a Milano per mettersi in viaggio nella giornata...

Argìa ebbe un sobbalzo.