Nella casa del fabbriciere, casa vasta, antica e rimbombante, il pranzo fu succolento grave e lungo. I convitati, due preti ed un altro fabbriciere, collega del padrone di casa, mangiavano con raccoglimento e bevevano sodo, da buoni bergamaschi. Di tratto in tratto qualche frizzo pesante come le vivande, sollevava le grasse risate.
Finalmente, arrivata l'ora di ritirarsi, l'ospite accompagnò il maestro in una ampia camera, dov'era un letto immenso, e pochi mobili severi.
L'ombra era interrotta da quattro candele di cera, alte, da catafalco, con effetto funereo.
Inconsciamente il maestro rabbrividì. Si vide morto in quel letto; ebbe il senso aspro della fine suprema; una intuizione profonda del nulla.
Presto però il suo spirito arguto riprese il sopravento, ribellandosi alle tetre immagini. Sorrise, pensando come avrebbe raccontata quella scena agli amici; e, trovato un pezzo di candela stearica dimenticata, accese quel lume più umano, spegnendo i quattro ceri suscitatori di incubi.
Poco dopo si coricò con la speranza di riposare e dimenticare le fastidiose impressioni.
Ma la sua speranza fu vana.
Appena in letto cominciò a voltarsi e rivoltarsi.
Quel letto enorme, quell'aria di camera disabitata, e i colpi di tosse straziante che venivano dalla casa vicina, non lo lasciavano neppure appisolare o appena appisolato lo risvegliavano.
Quella tosse era di donna che non ha speranza!