Difatti, Giovanni aveva sposato poco dopo una ragazza di campagna, ed era ormai padre di sei o sette figliuoli.

— Pover'uomo! chi sa che miseria! — pensò involontariamente, mentre i suoi sguardi si riposavano sui mobili eleganti della sua cameretta, sugli abiti che doveva mettere nella valigia. Tutti gli oggetti che le appartenevano annunziavano una modesta agiatezza e un gusto severo e delicato. Ora aveva imparato anche a vestirsi; peccato che era troppo tardi! La lunga abitudine della scuola, l'assenza assoluta di amore avevano dato a tutto il suo aspetto quel carattere indefinibile, fra d'istitutrice e di monaca, che in certe donne fa quasi sparire il sesso.

Il pensiero della sua agiatezza le suggerì un conforto, ed ella, che in quel momento si sentiva discendere verso l'abbattimento, vi si attaccò col coraggio di chi è nato per la lotta. Era sola, lei, ma almeno non aveva il tormento di veder soffrire delle creature amate, non era condannata a domandare continui sacrifizi a delle creature giovani, vibranti di allegria, di espansione, come i suoi genitori avevano sempre dovuto fare con lei.

Risalendo la corrente della sua vita passata, ella si domandava quello che sarebbe accaduto se quel concorso fosse andato a vuoto; e si vedeva al fianco di Giovanni, in mezzo a un mucchio di figliuoli affamati, ch'ella doveva abituare al lavoro più affaticante, alle privazioni; e vedeva i visini smorti, come il suo, gli occhietti pesti, i sorrisi malinconici di quelle giovinezze stentate, come la sua.

Un profondo sospiro di soddisfazione sollevò il suo petto; la sua testa si drizzò, i suoi occhi s'illuminarono. — Meglio così! — ripetè orgogliosamente in uno slancio di egoismo sentimentale — il dolore è tutto per me.

Ora si sentiva piena di forza e di resistenza. Aveva i pomelli delle guance accesi, gli occhi sfavillanti. Febbrilmente si mise a preparare le sue valigie.

Ripiegava i vestiti, involgeva accuratamente gli oggetti piccoli e delicati nella carta velina; legava i libri in pacchi; chiudeva i manoscritti nelle grandi buste di marocchino. Poi venivano le fotografie; i grandi album pieni; i fasci di lettere, che non finivano più. Chi poteva averle scritto tanto?... Certe calligrafie le riescivano incomprensibili. Apriva le lettere, guardava le firme. Appartenevano alle innumerevoli amiche, alle compagne di collegio, ai professori, alle allieve.... Non una lettera d'amore fra tutte! Doveva portarsele ancora dietro?... Non osava distruggerle. Era, così, un'abitudine di sentimentalità collegiale di cui non aveva saputo liberarsi, pur sentendone la vanità.

Una fotografia, che aveva staccata dalla parete, fermò lungamente i suoi sguardi. Rappresentava una bella giovane sui ventiquattro anni, nel pieno sviluppo delle sue forme.

Era stata la sua più cara amica.

Con lei aveva imparato a pensare, a discorrere liberamente senza quell'eterna affettazione di falsa innocenza, che il galateo sociale impone alle non maritate. Tutti i tristi problemi, tutte le ingiustizie, tutte le angoscie della vita femminile, tutti i pregiudizi di cui si sentivano schiave, furono passati in rivista, analizzati, discussi dalle loro intelligenze risvegliate e che si ribellavano, in quelle ore di confidenza morbida, di espansione prorompente, in cui si consuma l'esuberanza delle forze d'un cuore giovane e vigoroso, condannato all'inerzia.