Ma un altro asilo piacevole per quelle ore era la stanzetta di Dorotea, la guardarobiera.

Un giorno, verso la fine della villeggiatura autunnale che fu l'ultima della mia infanzia, accadde che io avessi estremo bisogno di ricorrere alla sapienza e alla bontà di Dorotea. Avevo passato la mattinata con le raccoglitrici d'olive, trascinandomi in terra, arrampicandomi su gli olivi, scavalcando muri. A tali prove la mia gonnella di lana sottile non aveva resistito: uno strappo enorme l'aveva aperta dall'alto al basso.

Per andare a desinare l'avevo appuntata con gli spilli; ma guai a me se arrivavo a sera senza che il danno fosse riparato!

Si andò tutti da Dorotea.

La buona donna non era malcontenta di quelle visite che rompevano con un po' di chiasso la monotonia della sua esistenza.

Era sui quaranta. Piccolina, tozza, aveva gli occhi neri e scintillanti come due chicchi di jais; i capelli crespi; la pelle bruciata. Apparteneva anche lei alla famiglia; era nata marchesa Cravenna, ma da un ramo completamente decaduto prima che il suo povero bocciuolo vi germogliasse. Nata per amare, il marchese Giorgio l'aveva condannata alla solitudine mandandole a male tutte le occasioni di pigliar marito, per non metter fuori il salario mai pagato e che in capo a vent'anni di servizio doveva costituire un capitaletto. La povera creatura se ne lagnava qualche volta a bassa voce, miagolando come una gattina maltrattata; ma davanti al vecchio non osava neppur fiatare. In complesso non aveva ancora perduta la speranza di trovare un galantuomo che la sposasse per lei sola, rinunziando a que' pochi soldi. Gliel'aveva messa in testa il marchese, ripetendole ad ogni nuova occasione: — Vuole i tuoi danari?... Vuol dire che non ti ama! È un birbante!... E intanto nella casa tutti ridevano delle speranze romantiche di Dorotea. I servitori la tormentavano con burle grossolane che divertivano i padroni, e la cameriera — una prepotentaccia, favorita dal vecchio — non le risparmiava le mortificazioni.

Inconsciamente, ma appunto per questo, certo, noi altri ragazzi le volevamo tanto bene.

Quel giorno ella stava cucendo al mio corredo di collegio.

— Dunque, tu vai proprio in collegio? — esclamavano le care cuginette mettendosi a piangere. Cesare sospirava.

E Fiume capiva benissimo che si trattava di una cosa tremenda.