Mi lasciai condurre senza far scene; era inutile.
Il tempo del rosario, lo dedicavo solitamente all'esame della compagnia.
Le due sorelle portavano tutte e due la parrucca. La marchesa, la portava nera coi bandò molto bassi sulla fronte; e sulla parrucca portava una cuffietta ugualmente nera con nastri pavonazzi o violetti. Quest'acconciatura stava veramente male al suo viso duro e poderoso di vecchia energica; nè meglio s'adattava al corpo da corazziere sostenuto da piedi lunghi e larghi, calzati alla moda dell'Empire.
L'altra vecchia portava una parrucca color castano chiaro con due grossi riccioli appuntati sulle tempie; sulla nuca, una grossa treccia, avvoltolata intorno ad un pettine; e niente cuffia. Anche lei era alta, diritta, imponente; anche a lei la natura aveva fatto il dono poco invidiato di due grandi piedi e di due mani larghe. Malgrado ciò e malgrado il naso superbamente greco che l'uso del tabacco aveva allungato, ella sarebbe stata ancora una bella donna, senza quell'abbominevole parrucca e i suoi cavaturaccioli.
Un altro personaggio obbligatorio del rosario era la cameriera; una creatura livida, secca, dai grandi occhi neri pieni di fiamme. Tutte e due le mie vecchie stavano in soggezione davanti a lei; ma zia Elena lasciava vedere questa soggezione, forse la esagerava per quella invincibile timidezza e sottomissione che era nel suo carattere; la marchesa invece non lasciava trasparir nulla; sempre altera, sempre nobile; dal momento che il marchese non la curava aveva l'aria di non ricordarsi neppure ch'egli era stato suo marito e che quella donna ne godeva i favori.
Questa dignità di signora, quest'orgoglio di donna, che ella non era mai riuscita a domare, dovevano essere, per Lucia, i maggiori castighi. Avrebbe avuto bisogno di litigare, di fare scandalo, di trascinare la padrona al livello di lei. Invece doveva sopportarne la schiacciante superiorità e quella bonaria alterezza che non trascendeva mai, neppure nelle correzioni, e non permetteva mai a lei di trascendere.
La popolana mordeva il freno, consumandosi nella bile. E la servitù che l'odiava, ne parlava davanti a me. Per questo era così magra! Per questo era così gialla! Per questo non aveva che occhi!
Ma io non capivo che a metà, capivo che si odiavano e le avvolgevo nella stessa corrente antipatica.
Il rosario veniva recitato nella camera della marchesa, ai piedi di una madonna che era a capo del letto. Noi ci s'inginocchiava intorno al letto enorme, dove la vecchia dormiva sola da tanti anni, cambiando posto ogni notte per mantenerlo uguale; ella stessa intonava il rosario, recitando i misteri dolorosi, o gaudiosi, o gloriosi, secondo il giorno della settimana; e tutti gli altri rispondevano. E io che divagavo sempre e mi davo all'osservazione per passare il tempo, sentivo lo sdegno contenuto, l'amara rassegnazione della marchesa nel suo modo di dire «Ave Maria, gratia plena»; e la petulanza della cameriera mi si rivelava tutta intera nella voce di falsetto con cui ripigliava: «Santa Maria», la prima di tutti.
Alcune volte questo duo strano era così aspro, le parole sante esprimevano tanto rancore, tanto dispetto, che io rimanevo col cuore sospeso, trattenendo il fiato, nell'attesa di uno scoppio.