La mia allegria durò poco. Avevo appena rimesso piede in casa, che la cameriera mi venne incontro, e col suo fare dispettoso mi disse:
— Stasera si torna in città, la signorina deve essere alla scuola domani.
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Non meno grave della casa di campagna, nè meno triste, era la casa di città; anzi era più cupa, e molto più brutta per certe pretese architettoniche e certe eleganze ridicole. La parte anteriore posava sopra un sottopassaggio, o portico ad archi tondi, sostenuto da grossi pilastri quadrangolari.
Di sotto al portico era la porta massiccia, sempre chiusa. Si tirava il campanello, si aspettava un poco e si entrava in un vestibolo oscuro, dov'era una lunga fila di pile per l'olio, in macigno giallo, con pesanti coperchi di legno nero a spranghe di ferro. In mezzo allo spazio non grande di quella entrata si drizzava la scala tutta in macigno, ampia e non priva di una certa solennità: quattro pilastri dello stesso macigno giallastro, di forma squadrata e lavorati in rustico, la sostenevano dal terreno all'ultimo piano; e un lucernario la rischiarava dall'alto, con poco effetto, poichè le prime branche rimanevano quasi buie nell'ombra livida dei grossi pilastri. Sui pianerottoli, in cucina, nel tinello, i pavimenti erano dello stesso macigno, quindi freddi, umidi, tristi. Ma nelle camere e nelle sale si notavano certe velleità di lusso e di vita comoda, intesi in un senso più moderno: p. es. pavimento di legno — in alcune sale tirato a lucido — soffitti dipinti con cura a finti stucchi, e abbondanza di dorature; grandi stufe bianche a porcellana (che raramente si accendevano); usci a doppie imposte, fornite di cristalli, ecc., ecc.
Insieme a tutto questo, mobili sciatti e incompleti, eccetto quelli di un salottino — tutto nello stile del primo impero — assai elegante davvero, dove la marchesa riceveva gli amici e le amiche tutti i sabati e tutti i giovedì.
Il marchese Giorgio non si lasciava quasi mai vedere in quel salottino; preferendo ad ogni altro luogo, il suo brutto scrittoio, con una sola finestra sopra una corticella buia, con pochi mobili tarlati e le pareti annerite dal fumo.
Là egli passava i giorni e le sere, scrivendo e fumando in compagnia di un suo factotum, che gli procurava certi lavori avvocateschi, nei quali, la laurea di legge e la firma d'avvocato, prese dal nobile signore in gioventù per semplice lusso, potevano ancora tornare utili procurando al vecchio impoverito qualche piccolo guadagno.
Del resto egli non usciva mai, dacchè la decadenza della sua casa non si poteva più nascondere e certi debiti erano portati in piazza. La città gli era odiosa, e quando arrivava dalla campagna aveva cura di arrivare a notte; quando poi ripartiva, si metteva in viaggio prima dell'alba.
Zia Elena stava anche lei chiusa nella sua camera al secondo piano, dove ella pure riceveva alcuni suoi amici semisecolari.