Molte volte, mentre la povera giovane si sentiva morire di vergogna, ei le ripeteva ridendo:

—Hai torto di vergognarti... sei bella! Davvero. Non avrei creduto che tu fossi così perfetta. Sei bellissima. Te lo dico io che me ne intendo.

Una mattina, essendo appunto ritornato da una di quelle sue scappate a Milano, egli entrò a dirle secco secco:

—Vuoi venire a Milano con me la prossima volta?... Ti condurrò dallo scultore Grandi che cerca una modella. Meglio di te non può certo trovare... Oh!... Che faccia fai?... Ti darebbe dei bei denari, credi!

Ella ebbe un impeto istintivo di collera; egli, una risata. In fondo però, non era lontano da una certa commozione. E per tutto quel giorno, la figura della sua giovine ammalata gli restò nella memoria suscitandogli un senso di vago malcontento, quasi di rimorso.

Da quella volta il dottore non si sentì più di scherzare così brutalmente con Maria. Cominciava a imporgli rispetto. Non avrebbe voluto veramente rispettarla; ciò gli pareva noioso e sciocco. Ma non poteva a meno. Per quanto mal preparato, doveva pur riconoscere che quella non era soltanto una «stupenda materia» come aveva detto tante volte discorrendone con qualche collega. Una scintilla animava quel bronzo pallido, di sì mirabile forma.

E quasi ei diceva: Peccato!

Il desiderio gli si destò all'improvviso. Allora non ebbe pace. Divenne riguardoso, quasi timido. Aveva paura di essere indovinato, e che ella non volesse più farsi curare da lui. Innanzi tutto egli voleva guarirla; e si mise a studiare la malattia con instancabile ardore.

Una volta guarita, poi, con l'aiuto della riconoscenza, non gli pareva difficile di poterla commovere.

E sempre guidato da quel suo epicureismo cinico, che era una parte caratteristica della sua natura, egli faceva dei piani molto pratici ed egoisti.