Con affetto di discepolo, di amico, di fratello m'è soprammodo caro dichiararmi
Affezionatissimo
CAMILLO ANTONA-TRAVERSI.
Al cortese che mi legge,
Bologna, 1.º decembre '93.
Dimorando in Roma, dove passo i migliori mesi dell'anno, ho assistito, in questa fine di secolo, a molte tragiche vicende; ma nessuna di esse ha tanto commosso la mia fantasia, quanto lo sfasciarsi delle colossali fortune delle principesche famiglie romane.
Qual immensa rovina: qual crollo formidabile di tutto un passato storicamente importante: quale sfacelo doloroso e terribile delle maggiori glorie avite, delle più nobili tradizioni, delle più colossali ricchezze, della vetusta opera di tanti secoli!
Chi, or sono pochi mesi, con la mente e il cuore pieni degli storici ricordi delle maggiori famiglie del superbo Patriziato romano, si raggirava — muto e silenzioso — per le sale ampie e solenni de' lor palazzi, un giorno così sfolgoreggianti di una folle ricchezza, non dubbia testimonianza di un fasto, ch'ebbe i più grandi splendori; e, oggi, deserti d'ogni arazzo, d'ogni tappeto, d'ogni mobile, d'ogni oggetto di lusso, d'ogni quadro, d'ogni vaso antico, d'ogni stemma nobiliare, d'ogni segno della grandezza di un tempo; non isfuggiva, certo, a un senso di sacro terrore e d'incommensurabile pietà.
Perchè si può essere, fin che si vuole, figli di questi giorni, così densi di nobili aspirazioni verso un presente più umano, più civile, più sociale, più vicino alla religione predicata da Cristo, e riaccostantesi assai più a' veri fini della natura e del consorzio civile; ma non è possibile, per chi serbi almeno la scorza d'uomo, non sentirsi profondamente commosso dinanzi alla maestosa rovina di tanti secoli di nobiltà, di ricchezza e di gloria!