Non avevo fatto leggere a nessun amico, e a nessun critico, la mia Danza: e ciò non per sentimento d'immodestia o soverchia fiducia nelle mie forze; sì bene perchè intimamente persuaso che qualunque suggerimento, o consiglio, se da me trovato giusto, m'avrebbe costretto a mancare alla parola data, e alla andata in iscena a Torino; che i giornali avevano già annunziata.
Ebbi solo la ventura d'incontrare a Bologna, di passaggio, un amico carissimo, l'egregio prof. Zuliani, il ben noto e stimato critico dell'Italie e del Diritto; che già tanto conforto mi aveva dato quando scrissi le Rozeno. Lo pregai di volermi dare un'ora sola del suo tempo: ciò ch'egli fece con la solita tradizionale bontà. Udita che ebbe la mia Danza, m'abbracciò e confortò a spedirla, senz'altro, a Cesare Rossi. E io, lieto e rassicurato, conoscendo il grande valore e la sincerità dell'amico mio, feci così com'egli mi disse.[1]
Dopo quindici giorni di prove intelligenti e assidue sul vasto palcoscenico dell'Alfieri — prove che, se pur ce ne fosse stato bisogno, mi fecero capir meglio di quanta bontà e di quanto zelo siano animati i nostri Attori — andammo in iscena, dinanzi al pubblico delle grandi occasioni, la sera del 14 ottobre.
L'aspettativa era molta; perchè il fine e spassionato pubblico torinese, non che la critica, che in quella città è maestra di cortesia e di sapere, aspettavano da me, se non certo un capolavoro (ben altro ingegno e ben altra coltura ci vorrebbero!), un lavoro almeno dagl'intendimenti moderni e sociali.
La mia buona stella, e la squisita bontà del gran pubblico torinese, accorso in folla al teatro Alfieri, non che la somma valentia de' miei interpreti, fecero sì che il successo si determinasse sino dal primo atto; e si accalorasse a mano a mano che l'azione, negli atti seguenti, si disegnava nettamente.
Il secondo atto piacque; e, come il primo, mi procacciò varie chiamate al proscenio. Ma il grande successo, quello che fa venire le lacrime agli occhi e ti fa benedire al pubblico e all'arte, si determinò al calare della tela sull'atto terzo.
Non dimenticherò mai di aver visto quella folla, che poche ore prima paventavo tanto, sollevarsi in piedi e applaudirmi con tale assordante rumore e tale scrosciar di battimani, da commuovermi sino alle lacrime.
Come fu benedetta per me quell'ora, quel momento indimenticabile! Come mi sentii, in quell'istante, felice, pienamente felice! Come avrei voluto ringraziare tutti quegli spettatori a uno a uno, e dir loro quanto mi sentivo grato e commosso!
Il quarto atto coronò il lieto successo di tutto il lavoro, e mi procacciò altre numerose chiamate alla ribalta.
La battaglia era, dunque, vinta; interamente vinta. Il pubblico di Torino aveva, d'un tratto, afferrato l'intimo intendimento del mio lavoro; e aveva, con maravigliosa prontezza, colmato le lacune e riempiti i vuoti.