È una commedia a tesi? No, assolutamente. Una presentazione di caratteri? Un pochino. Uno studio d'ambiente? Forse, piuttosto.
«Parassiti» è una commedia difficilmente classificabile; ma, in compenso, è un lavoro teatrale divertente e vitale.
Non già che ci sia della novità nel nocciolo, o negli episodi parziali: la commedia non ambisce di essere dispensatrice d'un nuovo verbo, di logorare il cervello dell'uditorio con della psicologia: se proprio ce n'è di questa, è certo di quella spicciola, minuta.
Niente tirate rettoriche, colpi di scena; e, grazie al cielo, anche la minaccia del pianoforte, che in tutti i tre atti mostra i denti al pubblico, si contenta di restar tale; e, per chiudere la serie dei negativi — e questo è il più importante — niente convenzionalismo.
La sceneggiatura rivela la mano abilissima: il dialogo scorre sciolto e naturale.
L'esecuzione fu splendida nel complesso, mirabilmente affiatata e vivace. Insuperabile il Benini, che presentò il tipo principale da pari suo, cioè espressivamente vero.
Accanto a lui la gentile Dondini Benini ebbe grande campo di emergere e di far rilevare doti di artista efficace, raggiungendo grandi effetti nella scena finale del secondo atto. Eccellente la Marussig nella sua partuccia, e così il Mezzetti, il lepido Conforti, la De Velo Accardi e gli altri tutti. Il successo fu molto accentuato per la commedia e per gli artisti, ch'ebbero in complesso una decina di chiamate[62].
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A PALERMO.