A proposito di generosità associata alla ferocia, udite un'altro aneddoto non meno meraviglioso e certo più verosimile. — Un novelliere persiano ci racconta (Alkurdi tradotto dal persiano da A. Chodzko), che sul Kurr, torrente rapidissimo che corre tutto sciolto in ischiume in mezzo alle frane di due scogliere, erasi gettato un ponte per dar passaggio ad un'armata, che, con gran scorta di cammelli e di carri, e col consueto sèguito di donne e di servi, accorrevano a reprimere la rivolta scoppiata in una provincia della Persia.

La carovana passato il ponte dovette arrestarsi all'improviso; la sosta fe' retrocedere bruscamente quelli che stavano al retroguardo. Nel trambusto un cammello urtò una donna, che si teneva al petto il suo bambino, la spinse a terra, tolsele dal braccio il carico e lo lanciò di colpo oltre la sbarra del ponte nei vortici della fiumana. La desolata, in procinto di perdere la ragione, fra le grida e le smanie teneva fisso lo sguardo sulle onde, sperando discernervi l'oggetto perduto; ferma nel proposito di perire per lui o con lui. — Ma i lini che ravvolgevano il bambino erano bianchi come la schiuma, e travolti nei gorghi del torrente, sotto il velo di una densa nube di vapori, sfuggivano agli sguardi di tutti.

Ad un tratto un'aquila, che aveva il suo nido sur una altissima rupe, scendente a picco nel letto del fiume, guidata, dal suo istinto, o fatta accorta dalla sua vista acutissima di un nastro rosso, che stringeva i lini intorno al corpo della creatura, piombò sovr'essa, la ghermì per la benda, e la trasse seco nell'aria. È facile imaginarsi, come rimanessero attoniti coloro che avevano seguito coll'occhio fisso, e con un'angoscia mortale quel fatto prodigioso. Ma il cambiar della scena ed il rinovarsi di una nuova e più strana avventura, non scemavano punto lo sgomento generale. — Il bambino era salvo dalle acque solo per subire tra gli artigli dell'animale una morte egualmente certa e mille volte più crudele.

L'aquila ingannò i presentimenti di tutti. Spiegando le ali, non si sollevò nelle regioni perdute dell'aria, nè corse a rinchiudersi nel suo covile, — ma con un volo di traverso toltasi a quel suolo ingombro di burroni e di precipizii, scese a poca distanza su di un piano coperto d'erba; ed ivi depose la sua preda, cui sembrò vagheggiare scuotendo le penne e mandando un grido acuto.

Un branco di que' soldati accorreva a quel luogo coll'intendimento di uccidere il rapitore e di sottrarre in qualsiasi modo la vittima. L'esito di quest'impresa era assai dubio; e l'aquila la prevenne; perocchè mossa, Dio sa da quale istinto, ripigliò il volo, abbandonando la preda, che fu restituita incolume alla madre desolata.

Non è affar nostro il discutere sull'autenticità di questi racconti, che sembrano, invero, parto della fantasia de' poeti; nè ammesso il fatto, ci dobbiam occupare di sciogliere il quesito, se azzardo o istinto guidasse quegli animali a perdonare alle loro vittime — Diremo soltanto che quanto è nel vasto campo del possibile rispetto ai maestosi sovrani del deserto e delle nubi, ci sembrerebbe inammissibile ed assurdo in un ordine subalterno d'esseri viventi, cui la natura rese tanto più cupidi e feroci quanto fece meno forti e potenti.

[10]. Questo fatto avvenne il 25 agosto 1369. Vedi il Corio, il Giulini ed il Verri all'anno sudetto.

[11]. Il Principe, Cap. III.

[12]. Il Principe Cap. XVIII.

[13]. L'Azario ci riferisce che Barnabò aveva publicato un editto il quale proibiva ai cittadini di Milano il circolare di notte per città senza lume, sotto pena del taglio di un piede.