Quale differenza fra l'educazione intellettuale d'allora, e l'odierna? Quella sì arida interdiceva spesso ai meno vulgari ogni famigliarità colle lettere; questa troppo frondosa vorrebbe convertire le più deboli intelligenze in altretante enciclopedie. Eppure (diciamolo, non per cieca ammirazione di quanto è antico, meno ancora per vaghezza di professare opinioni strane), anche il vecchio sistema aveva il suo lato buono. — Tutta la scienza d'allora racchiudevasi in pochi libri; il campo delle ricerche era ristretto; facile riesciva il percorrerlo, e l'acquistarne una meno imperfetta conoscenza. — Oggi la mente di chi studia erra sbalordita fra una miriade di dotti esemplari; li guarda, li sfiora, ma, come l'uomo in mezzo alla folla, di rado giunge a scoprirvi un'amico. Affrettata dalla moltiplicità delle sue operazioni, spesso è costretta a giudicare coi giudizj altrui, accettando le apoteosi dei sommi, come un fatto, senza aggiungervi la convinzione del proprio ossequio. Tacciasi poi di quella falsa cultura de' mezzani ingegni, che spinge i più arditi a far guerra a quello appunto che men si conosce. — L'educazione è pertanto una corsa alla sfuggita. Si può conoscere un paese, poichè se ne attraversarono colla rapidità del fulmine i campi, i fiumi, le terre? Quando si pellegrinava col bordone e colla sporta, si giungeva a vedere poco; ma quel poco era almanco visitato a dovere.
Dio mi scampi dall'accusa di volere con queste parole giustificare l'ignoranza de' nostri buoni padri, e peggio ancora di raccomandarla alla nostra generazione, quasi fonte di moralità, come pretendesi da alcuni. Ancorchè tale argomento sia del tutto estraneo al proposito, poichè vi ci sono ingolfato senza saperlo, dirò che ogni uomo ha il dovere di educare il proprio intelletto, ed il corrispondente diritto di averne i mezzi, e che l'umana famiglia, prescindendo dall'obligo di offrire a tutti i suoi membri un congruo alimento dello spirito, ha il suo più alto interesse di rifrugare fin nell'infimo vulgo, perchè il genio vi può essere nascosto, ed una scoperta fortunata può pagare mille e mille inutili ricerche. L'oro ed il diamante s'occulterebbero eternamente nel suolo, se la mano dell'uomo temesse d'insozzarsi, rimovendo il limo e la terra. — Solo mi pare, che in quest'epoca, in cui le più profonde ricerche dei dotti sono rivolte all'economia d'ogni forza motrice e produttiva, si dovrebbe pure cercar modo d'impedire, che molte belle intelligenze lussureggino di una vana pompa di foglie, a danno de' frutti, che con più savia cultura potrebbero offrire a tempo opportuno ed a vantaggio universale.
X.
La saggezza sparsa nelle parole o negli scritti è simile ad una merce preziosa più o meno gradevolmente messa in mostra, onde altri s'invogli di farla sua. Chi ascolta o legge con profitto la riconosce, l'ammira, la desidera; per possederla fa quindi di buon grado de' sacrificj, e spende per essa, quasi fosse moneta, il corredo delle sue vecchie idee, e dei pregiudizj i più accarezzati. — Ma v'ha un'altra saggezza più solida e vantaggiosa; quella che si svolge spontanea col lungo uso della vita, quando si è attore o testimonio de' suoi guai, delle sue illusioni, delle inevitabili amarezze, che le vanno congiunte. — Questa, che nasce in noi, e resta tutta per noi, chiamasi esperienza.
Agnesina possedeva la prima, ma non poteva aver fatto rilevante acquisto dell'altra; perchè giovine troppo, e troppo lontana dal mondo, non vedeva l'umano consorzio che da un lato solo. L'epoca in cui essa nasceva fu tra le più disgraziate della storia nostra. Era un continuo stare in armi per compiacere alle velleità ambiziose della Signoria, mentre l'improntitudine de' capitani, sfruttando ogni valore cittadino, registrava un pari numero di guerre e di sconfitte. Per giunta di mali, Milano entro il periodo di pochi anni veniva più volte travagliata dalla pestilenza; la cui comparsa, dovuta alla rilasciata osservanza delle leggi emanate ne' tempi anteriori, era un si salvi chi può per la parte più agiata della popolazione; un terrore ed una strage pei tanti infelici, che venivano abbandonati ad affrontarla, quasi vittime espiatorie dell'ira divina. Nelle sventure publiche pertanto aveva la nostra fanciulla vieppiù rinvigorita quella tempra robusta che le era innata. Giungeva essa a riconoscere la vera origine di tanti mali; gemeva sulle sorti della sua misera patria, non con una pietà lamentevole ed infeconda, sibbene collo slancio di un'anima ardente, apparecchiata a dar tutto, anche la vita, per ricomprare, almeno in parte, le lacrime di tanti suoi cari.
Ma queste belle disposizioni, questa efficace scuola di sventure, che risvegliavano in lei il santo desiderio di rendersi utile a' suoi simili, posponendo in ogni caso le sue alle pene altrui, non valevano a premunirla contro i pericoli proprii alla sua età, ed al suo sesso. — Anzi quello stesso oblio di sè, quel nobile abbandono, con che imprendeva ogni opera sua, non facevano che moltiplicarli e renderli più gravi. Ella ingenua ed inconsapevole delle arti turpissime, con che il mondo menzognero suole farsi gioco dell'onore muliebre, troppo facilmente attribuiva agli altri quella lealtà e quel candore, che erano privilegio dell'animo suo.
A metterla in guardia contro tali pericoli, le mancava l'egida materna. Tolta alla nutrice, era stata consegnata ad una governante, per nome Canziana, la miglior pasta di donna, che invecchiata nella casa dei Mantegazzi, serbava per ogni individuo di essa una gratitudine ed una devozione senza pari. Quanto costei amasse la sua piccola allieva è impossibile dirlo. — È legge del cuore umano, che la nostra più sviscerata tenerezza ricada di preferenza su coloro, la cui età è, per così dire, il complemento della nostra. Fanciulli amiamo quindi i nostri maggiori; adolescenti i coetanei; adulti i figli; vecchi i figli dei figli. — Canziana, che aveva portato in collo il padre d'Agnesina, ebbe la consolazione di reggere i primi passi della figlia di lui. E non venne meno al suo incarico; nè mai, per quanto fosse grave la custodia del tesoro d'altri, cadde nella solita crudezza delle persone mercenarie. Vegliavala con amore ad ogni ora del giorno; la compiaceva in ogni onesto passatempo, le raccorciava in quanto potesse i piccoli accoramenti naturali all'età sua, e imbietoliva all'udirne commendare la bellezza e l'ingegno; volendo per sè la sua parte di gloria d'averla, come ella diceva, tirata su cotanto vistosa.
Ma chi mai tien luogo della madre? quale cura può supplire alla provida tutela di colei, che ne diede la vita, e ne guida al pieno godimento di essa, scortandola di un'amore vigile, operoso, sapiente? Qual'è il cuore, per quanto dolce ed affettuoso, che abbia l'arte divinatrice di leggere i nostri bisogni e di sodisfarli prima che sieno tradotti in preghiera? Dove è quell'assiduo ed instancabile zelo di far lieta la nostra esistenza, preparandoci da lunga mano, senza misura di sacrificii, tutta la possibile felicità? Dove infine (la più sublime delle prove d'amore) quella saggia severità che ammaestra la madre educatrice a sopportare le nostre lacrime; a provocarle, se fia d'uopo; ad esigerle, onde l'animo nostro s'avvii sul cammino della vita forte de' proprii trionfi, e preparato alla annegazione e al disinganno?...
Agnesina era giunta ad uno di quei momenti più solenni della vita, in cui l'affetto materno può colla sua azione immediata cangiare indirizzo ad un'intiera esistenza. Ma Agnesina era orfana: e tra l'orfana e l'angelo che la vegliava dal cielo, non esisteva che un mistico legame d'amore. Nella derelitta era vivo e santo il culto delle materne virtù, da cui emanavano tante e sì care memorie, ed a cui risalivano altretante benedizioni. — L'amore invece della creatura celeste, sorvolando gli interessi terreni e servendo ai fini imperscrutabili di Dio, permetteva che la povera fanciulla fosse posta a dura prova, onde ne escisse rabbellita dalla più umile e perciò la più sublime delle virtù, la rassegnazione.