PROPRIETÀ LETTERARIA DELL'AUTORE


A GIORGIO PALLAVICINO TRIVULZIO

Mio caro Zio,

I soavissimi vincoli che mi legano a te, mi danno il coraggio di porre questo lavoro all'ombra di un nome caro e venerato come il tuo.

La patria nostra ti annovera fra i più benemeriti suoi figli. Il giovane ardente del ventuno non provò mai stanchezza o sfiducia. Otto lustri pieni d'amari disinganni, di lunghi e sublimi dolori, ti fecero maturo ed esperto; e non logorarono punto il tuo cuore. — Ma il caldo patriota è anche solerte amico e cultore degli studi ameni. Tu conservi (io ne ho più di una prova) la piena giovinezza dello spirito per amare le opere dell'arte imitativa e le creazioni della fantasia. La storia fu ed è il campo delle tue ricerche; nè tu badi a chi te la appresta, e sotto qual forma, quand'essa è l'eco fedele delle nostre glorie, o dei nostri dolori.

L'epoca e le vicende che qui pigliai a descrivere ti sono troppo note. Quando nella tua gioventù chiedesti alla maestra dei popoli una ragione per sperare che l'Italia avrebbe finalmente spezzate le catene che le erano imposte dallo straniero, ti sarai senza dubio arrestato a questo periodo storico per rimpiangere il fallito gioco del destino. Lo scopo d'allora era quello d'oggi: ridonare l'Italia a sè stessa; ma la via per arrivarvi era troppo diversa. Alla privilegiata mente di un uomo, all'impero di una sola volontà, all'ambizione di un eroe, si dovevano sostituire l'affetto, il proposito, la concordia di un popolo.

Non è per menomare la gloria della nostra impresa, che io ne cercai un raffronto nel passato. Provando che il grande concetto, divenuto oggi articolo di fede per tutti, era nei secoli trascorsi la tacita aspirazione di qualche mente eletta, io avrò aggiunta, se pur ne è d'uopo, qualche altra autorità alla coscienza dei nostri diritti. Sono voti dispersi, che io vo raccogliendo per deporli nell'urna sovrana del grande plebiscito nazionale. Imperocchè noi non abbiam nulla inventato; il merito nostro è d'avere unanimemente voluto.

Dopo ciò, è inutile che io ti preghi a volermi usar cortesia. Credo anzi, che quando mi si accusasse di essere stato temerario, tentando cosa al disopra delle mie forze, tu sarai il primo a scolparmi. Se in queste modeste pagine vi ha qualche tepore di un affetto non del tutto ingeneroso, il tuo cuore saprà scoprirlo. Alla peggio, tu vorrai tener conto del mio buon volere, e farne ragione di più indulgente giudizio.

Sii tu dunque il primo a leggere la mia narrazione, e la apprezza come se fosse l'obolo offerto dal povero; essa è quanto so, non quanto vorrei dare.