Nessuno perciò poteva di certa saputa riferire che vi fosse là dentro. Si narrava che strani ed orribili castighi avessero colpiti gli audaci, che in addietro vi erano penetrati. Ma se alcuno non ne era uscito vivo, chi mai osava raccontare tante storie di demonj e di streghe, di catene strascinate, e di flagelli fischianti? Chi ne aveva respirato l'aria pregna di zolfo, chi aveva veduta quella luce più cupa delle tenebre, quel lago di pece e di sangue, — un novero infinito di laidezze e d'orrori?

La paura, come quell'arbusto che ha le radici all'aria e vive non si sa come, trova appunto nel vuoto il suo alimento. Gli occhi e gli orecchi di un pauroso vedono ed odono più grandi cose appunto quando si trovano fra le tenebre e nel silenzio.

Certo è che quell'edificio non sembrava avere nè padrone nè abitatori. Una miriade di ragnateli ne suggellava gli ingressi, la ruggine aveva saldato il chiavaccio nelle rispettive anella. Il terreno tutt'intorno era in preda ad una vera anarchía di erbe spontanee, vergini ed intatte chi sa da quanti anni: il rúmice, l'appio selvatico ed il verbasco crescevano vegeti e verdeggianti; in qualche parte i cerfuglioni degli arbusti sembravano venire alla prese per disputarsi la padronanza di un palmo di terra. — Un grosso tronco d'edera s'avvinchiava ad un angolo della casa, e svoltosi in più rami ricopriva in varie parti le crepature e lo smattonato; poi con bizzarro contorcimento ripioveva sopra sè stesso, mascherando una piccola porta, ignota a tutti, dove erano le tracce di un va e vieni recente.

Una sola di tante dicerie s'appoggiava ad un fatto certo. — Di notte tempo i navalestri, rimorchiando i loro batelli, o vogando attraverso il fiume per mettere a terra i passaggeri (poichè il magnifico ponte non era ancora compito) vedevano un lume dietro la grata della finestra, ed avvicinandosi alle mura udivano talvolta una voce limpida e giovanile ripetere soavi melodie, cui il sommesso mormorare delle acque ed il lontano strepito delle selve agitate dalla brezza notturna aggiungevano incanto.

Ma questo fatto così semplice e naturale non calmava punto le apprensioni dei creduli. — Quella luce era sinistra; quelle note racchiudevano la potenza arcana di una fattucchieria; se pur non venivano interpretate come lamenti di vittime, o canti di trionfo d'un orgia infernale. — Non importa, che ci arrestiamo ad indagare la cagione di questo pregiudizio. Ognuno ravvisa subito in esso la meno strana delle tante superstizioni, che formano il tratto caratteristico di quel secolo.

L'ignoranza d'allora (chi non lo sa?) non era soltanto la completa nudità, l'inedia ed il torpore dello spirito; ma diventava una rete d'errori, in cui incappavano tutte le menti; era una scienza audace, petulante, infarcita di false dottrine, — sempre pronta a prestar fede alle cose assurde, sempre ritrosa ad accettare le vere.

Lasciamo che un intera popolazione, in altre cose valida e generosa, tremi davanti ad uno spauracchio da fanciulli. — Queste fantastiche credenze sogliono essere la poesia della plebe primitiva, sempre amante di cose meravigliose. Meglio è che ci proviamo a sollevare il velo che ricopre un mistero.

L'interno del casolare era ben altra cosa. Due piccole stanzette a terreno e due altre superiori, riunite per mezzo di porte e di una scala, costituivano l'interno suo scompartimento. Pareva che fossero state di recente svecchiate e ridotte a commoda abitazione. — Nelle camere terrene eravi il corredo delle masserizie domestiche; nelle superiori spirava una certa quale eleganza per la assettatura delle muraglie e per la forma delle suppellettili. Dominava in queste e in quelle lo stile già in uso ne' paesi nordici, che arrivato a noi conservò il nome di gotico, ancorchè fosse corretto dal classico romano non ancora vieto e disusato: stile più splendido che commodo, più fantastico che bello, condannato dall'arte severa, e pure a quando a quando ricondotto in trionfo dalla nemica d'ogni costanza, la moda.

Nella parte interna dell'edificio, cui apparteneva la finestra, che abbiamo accennata, v'era un salotto quadrato a cupola ottangolare con fondo azzurro cosparso di stelle d'oro, limitato da coste di pietra scolpite a fogliami, e riunite in un rosone al vertice della volta. Gli spicchi di questa, che scendevano nel mezzo delle quattro pareti, s'appoggiavano a peducci sostenuti da mensole, e da queste rinascevano altri quattro archi acuti, il cui profilo tagliava l'angolo retto della camera, lasciando sotto di sè uno spazio triangolare capace di un armadio. — Alla rozza finestra corrispondevano internamente solide imposte colle cornici a rabeschi, e i piccoli vetri rotondi, su cui piovevano drapelloni di stoffa. Una bazzana color di robbia dilavata con meandri impressi, ricopriva la parete, lungo la quale erano disposti in ordine seggioloni di vacchetta, fregiati di chiodi lucenti, con appoggiatojo e cimasa ad intagli. — Sorgeva nel mezzo della camera una tavola ottagona, e rinchiudevano gli spazj angolari opposti alla finestra due scaffali con aperture ad arco acuto, e fregi smilzi e leggiadri. Finalmente dal mezzo della volta scendeva una lucerna di terra cotta, a tre luminelli, portata da catene di terso acciajo.

L'aspetto esteriore di quell'edificio era dunque un inganno. — L'ordine e l'eleganza, che regnavano al di dentro, avrebbero rinfrancato anche il più timido, appena osasse metter piede su quelle soglie.