A Campomorto e fra il servidorame del principe l'avventura del medico aveva destato un po' di ilarità. Quella giornata lasciò memoria di sè; e per un pezzo, quando voleva darsi la buona andata a un guastamestieri, gli si diceva — “che tu possa fare il viaggio del medico.„
XLVIII.
Torniamo ancora per poco a Campomorto, dove ci rimangono a compiere due officii; pietosi entrambi, ma di una indole assai diversa. — L'uno ci guiderà ad assistere agli estremi onori resi a Maffiolo, il martire secreto dell'amore di patria. L'altro ci avvicinerà alla sua sventurata figlia, e facendocela vedere sola, piangente, infelice, sveglierà in noi un onesto desiderio di scandagliare quel cuore, per conoscere la profondità della sua ferita. Disponiamoci ad essere compassionevoli, giacchè la sventura ha le sue attrattive e il suo culto. Quando avremo detto l'ultimo vale alla vita che si estingue, consacreremo una parola d'augurio ad una esistenza nuova, che nel dolore rassoda la sua tempra; che per esso attinge un alto grado di maturità e di bellezza.
Quella bufera che sfiorì troppo presto una vita saggia ed operosa, non serbando di essa che il modesto profumo della memoria, quella stessa fè sbucciare anzi tempo un'altra vita, e, nutrendola di dolore, la costrinse a porgere una troppo doviziosa primizia di virtù e di sacrificj: ma ahi pur troppo i frutti precoci annunciano precoce caducità. — Raffrontate per tanto queste due esistenze, l'una che chiude, l'altra che incomincia la sua carriera, dica ognuno se quel ramingo, che, dopo lunghi disagi, rientra nel povero ostello dove attende riposo, non è più invidiabile di colui che n'esce ad un pellegrinaggio pieno di difficoltà, senza guida e consiglio, incerto di tutto, della via fin anco; certo solo d'intraprenderla in un mattino burrascoso?
Il giorno seguente a quello in cui era partito il Conte di Virtù, arrivò Canziana. Tanta era l'ansia d'Agnesina, ch'ella cominciava a divenire ingiusta verso i suoi inviati, tassandoli di lentezza. Ma non appena ebbe notizia del loro arrivo, l'angoscia scemò, o, per dir meglio, cambiò di natura, e fè cessare ogni proposito d'accusa e di malcontento.
La fanciulla corse incontro alla buona donna, e prima di rivolgerle una delle tante dimande che aveva a farle, le gettò le braccia al collo, e vi nascose il volto e le lacrime. — Canziana le rispose dello stesso tenore; e, poichè ebbe lasciato libero sfogo alla commozione, riferì in poche parole l'esito della sua gita, assicurando che tutto, compatibilmente colle circostanze, era riescito bene. A prova di ciò le disse, che ella precedeva di pochi istanti il convoglio funebre: onde Agnesina si dispose a muovergli sùbito incontro.
I terrazzani di Campomorto, conosciuto il pietoso motivo di quell'inatteso apparire della castellana, si univano ad essa, e ingrossavano la schiera della pia processione. — Un religioso silenzio regnava in quella turba; una mestizia profonda, ma non torbida, era scolpita sul volto di tutti. Fino il bisbigliar delle preci era più sommesso del consueto.
Canziana, che nella sua vulgare semplicità possedeva tutte le doti di un'anima gentile, pensò che nessuna cosa avrebbe recato un'opportuna deviazione al cupo dolore dell'orfana, quanto il racconto di ciò che aveva veduto ed operato; racconto non lieto al certo, anzi pieno di acerbe memorie, e, se vogliamo, di dolori, ma sempre più grato del silenzio, che è la pietà degli insensibili e può essere confuso coll'indifferenza. Narrò quindi il disgusto provato al metter piede nella casa dei Mantegazzi; dove, alla santa memoria del giusto, faceva tetro riscontro il sacrilegio degli sgherri di Barnabò, che ne favorivano il saccheggio e la distruzione.
“La casa nostra, — disse ella con quella solita famigliarità onde faceva sue le gioje e le pene dei padroni; — la casa nostra è trattata come roba di rubello; ormai è simile ad un campo mietuto, in cui è lecito a tutti andare alla busca dei rilievi: se vedeste che ruina! le porte sono schiuse, le imposte abbattute, le inferriate storte o svelte.„
Ed era non più del vero: dopo la catastrofe, i birri erano stati i primi ad invaderla, i primi a frugar nei luoghi più riposti, ed a far man bassa su quanto capitò loro alle mani. Intascarono tutto ciò che era, od aveva l'aspetto d'essere di qualche valore: ciascuno trovò il proprio conto; tutti condussero quella maledizione con un accordo degno dell'infame mestiere. Quanto poi avanzò alla loro ingordigia fu abbandonato alla plebaglia che avida, impaziente, inebriata dalla speranza di bottino, si lanciò su quei resti come le belve affamate sopra un ossame.