Agnese cercò d'imbonirla colle parole, come prima tentò di farlo colle azioni. — Il vederla rinunciare ad una vendetta sì bene apparecchiata e sì prossima, riconfortò l'animo di Caterina: ma più ancora valsero a tranquillarla le ripetute istanze con cui Agnese chiedeva d'essere allontanata dalla sua corte. Nella preghiera poneva costei tutto il suo cuore; le parole erano sì ingenue e sì fervide, che diveniva impossibile il metterne in dubio la sincerità.

Caterina, che s'accingeva ad abbandonar Pavia per ricongiungersi al suo sposo nella reggia di Milano, non volle diminuire il suo corteggio, privandolo di una delle sue più belle dame. — Alle ragioni rispettose ma insistenti, con cui questa le chiedeva la propria libertà, ella opponeva con affettata cortesia esser necessario il consultare il suo signore. Il dubio che questi le chiedesse conto della mancanza di Agnese, la forzava a non aderire alle sue brame; e l'altro più grave sospetto, che Agnese potesse un giorno dimenticare la promessa del silenzio, le impose di usarle in seguito tutte le apparenze di una protezione benevola e costante — Da quel dì Caterina ed Agnese non furono, ma parvero amiche.

Chi pagò le spese degli errori della principessa fu l'incauto scudiero. Nel bel momento in cui attendeva il premio de' suoi fidi servigi, scomparve dal castello, e non s'ebbe più nuova di lui.

CL.

Qui finisce la cronaca; ma le fila degli avvenimenti, che rimangono interrotte, ricompajono, s'intessono e si sviluppano di nuovo nell'ordito della storia patria di quell'epoca. — Dal Corio al Verri, da questo agli storici ed ai novellieri contemporanei, tutti riconoscono i nostri personaggi, e attribuiscono loro una parte più o meno importante nella storia. E non solo ci narrano le vicende private ed intime dei Visconti; ma traducono sulla scena, non ultimi fra gli attori, Agnese Mantegazza, suo figlio Gabriello, e fin anco Medicina.

Era quindi mio pensiero di chiudere queste pagine coll'additare al lettore su quali altre più autorevoli avrebbe potuto trovare la continuazione dei fatti interrotti. Mi parve che, un po' per cortesia, un po' per l'affetto portato a qualcuno dei nostri personaggi, egli avrebbe seguito il nostro avviso: chè, in fin dei conti, questa è storia nostra; nella quale, se non vi ha sempre di che menar vanto, non manca mai qualche cosa da imparare. — Ma perchè, dico io, non farò io stesso quello che è consigliato agli altri? perchè non metterò a disposizione di tutti la fatica di un solo?... Se un forastiero poco pratico delle nostre strade ci dimanda la via per giungere al tale o al tal altro luogo che egli vorrebbe visitare, è prima regola di cortesia che gli diciamo: va dritto, o volgi a manca, o ritorna su' tuoi passi. Ma sarà atto più gentile se lo guidiamo fino alla meta, e gli facciamo un po' da cicerone. Quando egli non avesse bisogno della nostra scorta, noi ce ne andremo; ma se, nel dirgli quel poco che abbiamo raccolto dall'uso, possiamo istruirlo di ciò che egli non sa, certo non ci vorrà male pel servigio anche piccolissimo che gli abbiam reso; anzi, ce ne saprà grado, e ce lo mostrerà colla mancia.

CAPITOLO VENTESIMO

CLI.

Nel giorno 6 maggio 1385, di fortunata memoria pei milanesi, il Conte di Virtù aveva lasciato Pavia, come si è detto, e si avvicinava a Milano, col secreto intendimento di farla libera dalla mostruosa signoria di Barnabò, e d'inaugurarvi un governo mite e glorioso.

Rodolfo e Lodovico, i due maggiori figli di Barnabò, si erano spinti qualche miglio fuori di Porta Ticinese, col pretesto di andare incontro al parente, e di fargli onore; in realtà movevano ad esplorare i procedimenti dell'inimico. — Vista da lungi la comitiva, e scoperto dal polverio che doveva essere molto numerosa, avrebbero voluto rivolgere tosto i cavalli verso Milano per annunciarvi l'arrivo di una compagnia, avviata in apparenza a tutt'altro che ad una pratica di devozione. Ma, poichè gli officiali del Conte di Virtù movevano al galoppo incontro ad essi, e li salutavano collo sventolare delle ciarpe, il retrocedere sarebbe stato un atto scortese, quando non sembrasse viltà. Rodolfo e Lodovico, pertanto, affrettarono il passo; e, giunti in faccia al cugino, scambiarono con lui le cortesie d'uso.