Preso con una banda di venti o trenta volontarj il campo, dovrà il condottiero portarsi ai boschi, od in mezzo ai dirupi dei monti, e, se in pianure, nelle selve vicine ai fiumi, per istrade remote, e coperte dalle siepi che lungo le medesime si estendono, occuperà posizioni. Impadronendosi delle vie, per dove debbono i corrieri, le diligenze, i procacci necessariamente passare, tutti quanti arresterà; e nè fia che trascuri d'impossessarsi della corrispondenza del governo. E se fra le persone viaggianti, alcuna essere nemica d'Italia, avverrà che riconosca metteralla subitamente a morte. Da una ad altra posizione, come lampo, trasferirassi, sempre tenendo presente, che la sua salvezza, riuscita, ed esistenza, sono dalla sua attività, del tutto dipendenti. Si farà dai possidenti de' territorj, tutto il necessario alla sussistenza dei volontarj somministrare, cadrà improvvisamente, or sopra d'un villaggio, or sopra d'un altro, sopra di borghi, o città che non siano presidiate da truppe dalle quali, una qualche resistenza possa essergli opposta, s'impadronirà dei fondi esistenti nelle casse del governo, e con quelli, dopo d'aver stabilite relazioni con alcuni abitanti dei varj paesi del circolo da lui per le sue operazioni destinato, cercherà, in primo luogo, di comprare i capi delle truppe ch'esistono in quelle parti, e se non potrà farlo coi capi, ai subalterni con prudenza si rivolgerà, onde nè danno, nè distruzione gli arrechino, se mai fossero contro la sua banda spediti. Manterrà inoltre col rimanente delle somme, moltissimi informatori, agenti, e spie, in ogni parte dove possa credere che si stia qualche cosa contro di lui, preparando, come pure pagherà molti corrieri per ricevere le relazioni, e tenere vive le intelligenze con gli abitanti dei paesi, e con le truppe, se può; ond'essere della partenza, e forza delle spedizioni dirette contro di lui, a tempo minutamente avvertito, e potere i nemici nelle loro ricerche ingannare, e schivare. Un'altra porzione dei fondi sarà pei bisogni dei volontarj, ed anche in soccorso dei miserabili in quel circolo esistenti, dal condottiero disposta; locchè mettendolo in fama di benefico, gli procaccierà la benevolenza dei contadini, che, siccom'ei difende la causa del popolo, debbono essere in suo favore disposti. Epperciò i viveri gli saranno sempre assicurati, gli saranno a tempo, tutt'i moti e divisamenti del nemico, previamente manifestati, sarà molto meno esposta la banda, ed asilo, non meno, che alle sue bisogne provvedimento, saralle volentieri dappertutto offerto, fornito, dimodocchè potrà la guerra con gran vantaggio sostenere, e per lunghissimo spazio di tempo, prolungare. Dovrà la prima banda stare in continuo moto, e non mai essere l'indomani, dove l'oggi si trova, occulterassi un giorno in un bosco, un altro in un'isolata casa nella campagna, in una villa, od in una caverna, e così manterrassi celata, fino al momento di poter nascostamente uscire, ed una qualche vantaggiosa impresa di non dubbia conclusione, operare. Seco non terrà il condottiero più di dodici uomini, ed il rimanente in piccoli drappelli diviso, ciascuno di essi ad una corta distanza opererà, all'appressarsi del momento di fare una qualche rilevante operazione, tutti ad un tratto si riuniranno. E quanti nemici cadranno nelle mani, saranno da essi senza misericordia esterminati. Così nell'anno 1811, vicino ad Abrantes in Portogallo, una banda isolata di pochi volontarj, tagliò nei soli mesi di gennajo e febrajo, non meno di trecento Francesi a pezzi. Inoltre la banda non attaccherà mai corpi eguali alla sua forza, ma sempre infinitamente più deboli, e nel modo summentovato, si manterrà in campo.

In due sole differenti maniere, potrà contro di questa prima banda, il governo esistente, regolarsi. Primieramente nella speranza, che manchi col tempo, nei volontarj, l'entusiasmo per esser privo del suo maggior alimento, vuol dire e le persecuzioni, e le ingiurie; farà per avventura sembianza di non curarla, e poscia frà non molto tempo, con apparente moderazione, con aspetto dolce ed umano, con simulata buona fede, proporrà un indulto generale, e completo. Se mai perverranno con queste arti, gli avversarj, a trarre l'insorta banda nel laccio teso, e ad accettare il loro perdono, persuaderla, della confidenza alle loro illusorie promesse prestata, s'approfitteranno, e quell'opportuno momento coglieranno per separare i volontarj, o sopra ognuno di loro alla spartita fermato, l'intiera vendetta del brutale despotismo offeso, fare con iracondo, e spregievole sorriso, rabbiosamente piombare. Animati dal puro, ed ardente fuoco della libertà, ed independenza della patria, i volontarj, ogni lusinga, ogni proposizione, ogni promessa metteranno in non cale, persuasi che con tali nemici, non si dovrà mai negoziare e che la guerra non si deve, che dopo la compiuta totale distruzione d'una delle parti, come terminata, considerare. Secondariamente, l'altro partito a che possono i nemici appigliarsi, quello sarà di correre addosso alla banda, ed alla sua distruzione, prima che si aumenti, e diventi più formidabile, ogni lor cura rivolgere; praticando a tal'uopo quanto viene al libro terzo da Polibio raccomandato. Ei pensa che un esercito aggressore debba cominciare con un'azione forte e strepitosa, il primo risultamento di che, si è quello di spaventare il nemico, ed il secondo di staccare, e conquistare i suoi alleati, con aggiunger a ciò una impreveduta diligenza. Tale fu la condotta dei grandi capitani, d'Annibale, Cesare, Emilio, Filippo, etc. E seguendo i precetti del generale Santa Croce, il quale paragona le rivoluzioni alle fontane, che vicino alla loro origine valicare si possono con facilità, ma che lungi, da quella, nemmeno si possono, senza grande pericolo guadare; spediranno i nemici truppe da ogni parte ad assalire vigorosamente la banda. Ma dotato il condottiero di sottile avvedimento, ed a tempo informato, con le sue false dimostrazioni, con la conoscenza del terreno, e co' suoi rapidi, ed improvvisi movimenti, stancherà sì fattamente la truppa, che da quella non sarà mai raggiunto. Se per caso poi, come può succedere, venisse dalla necessità costretto a combattere, allora prenderà posizione sopra di qualche inaccessibile sommità dominante il contorno, o qualche burrone, etc., e di quella trarrà partito, onde colla forza della situazione, quella maggiore personale dell'avversario, con vantaggio equilibrare. Il tenente colonnello Grant della legion Lusitan o Inglese al servizio di Portogallo, con soli ottanta militi Portoghesi, all'arrivare del generale Foi, alla testa di tre mila uomini messi da Francia per andarsi ad unire a Massena, prese, vicino al villaggio di Enxabarda, una posizione, che dominava uno stretto, per dov'era il nemico, di passare forzato. Grant fece un continuo terribile fuoco addosso a' Francesi che durò fino a notte inoltrata, e così ben diretto, che nello spazio di quattro leghe si trovarono ducento, e sette cadaveri de' nemici da quella mano di valenti, sul luogo trucidati. Profittando della notte, potrà il condottiero sorprendere alcune volte il nemico, perchè come dice Tito Livio al libro 7º delle Decadi: «La notte, e sopra tutto l'ora della seconda veglia, è alle irruzioni favorevole.» Oltracciò egli dovrà sempre valersi del bujo per mutare di posizione, e valersi de' stratagemmi della guerra, onde il nemico, di continuo sbalordire. E se mai gli avvenisse d'accorgersi d'un inaspettato pericolo d'essere con isvantaggio, assalito, allora, e prima che il nemico si trovi a portata di cadergli addosso, il condottiero assegnerà un punto di riunione per un giorno determinato, e a suoi volontarj darà ordine d'immediatamente sparpagliarsi. Ciascuno sen fuggirà per conto proprio, ed al suo particolare ingegno, per la sussistenza, e salvezza, dovrà ricorrere. Quei volontarj, che senza divisa, ma in abito contadinesco campeggiano, potransi molto più facilmente occultare, locchè unito alla perfetta conoscenza del terreno dove guerreggiassi, farà sì, che con sicurezza, e celerità, si possano i volontarj allo stabilito punto condurre. Tutti di bel nuovo riuniti, ben lungi dal figurarsi di avere la loro militare riputazione in un minimo danneggiata; ben lungi di essere dalla precedente dispersione accorati, e pell'avvenire disanimarsi, vedendo anzi con quale facilità, con quale immenso vantaggio per la patria, si possa, guizzando, scappar di mano al nemico, maggior confidenza, ed ardimento saranno di giorno, in giorno per acquistare. Se spossato è l'esercito da fatiche, o dal governo, per altre incombenze, richiamato, come spesso succede, se a lungo la banda si sostiene, ed avvisatamente balocca il nemico, se questi si risolve ad abbandonare, per qualche tempo, l'inseguimento di quell'inarrivabile, non combattibile banda, allora questa, prenderà l'offensiva; e sempre sui fianchi, ed alle spalle, in ogni miglior modo tribolandolo, taglierà a pezzi i soldati raminghi, assalirà quelli che vanno al foraggio, o ad altre distribuzioni, tenderà agguati contro degli esigui distaccamenti, sorprenderà le piccole guarnigioni, e di giorno, e di notte continuerà un'accanitissima guerra la più sterminatrice, la più distruttiva, che mai abbia in Europa avuto luogo, senza mai, un solo istante, di molestarlo, tralasciare.

Il pericolo, che molte altre nuove bande corrano alle armi, farà sì, che le truppe nemiche tengano nei varj villaggi, lungo il cammino principale, dei distaccamenti all'oggetto di mantenere libere le communicazioni. Un accorto condottiero, se quelle sono in minor forza, non dovrà di attaccarli, e distruggerli, un momento trascurare, se poi sono eguali, o superiori, dovrà far agire l'arte, e con qualche stratagemma, farli minori diventare. Egli s'appiatterà, per esempio, dietro ad una siepe, o casa diroccata, da quella darà ad un capace, volontario, oppure ad un ben provato contadino, l'incarico di portarsi con amichevole apparenza, con dimostrazioni officiose ma prudenti, di appartenere al partito dei barbari, ad avvertire il comandante nemico, che nella stessa direzione, ma in maggior distanza del sito dove si trova la banda, imboscata, è stato da una schiera di masnadieri, un corriere con dispacci assalito, e che la di cui scorta, tuttor combattendo senza probabilità di vantaggio, lo ha nel passar per quella via, incaricato di ricorrere, in suo nome, per ajuto, a qualunque distaccamento gli fosse di rinvenire, possibile, onde con tal soccorso, a certo annichilamento scampare. Dimostrando un sincero e franco aspetto, tal uomo trarrà facilmente l'uffiziale in inganno, il quale, a seconda dei suoi doveri, con una parte della sua truppa uscirà, per accorrere del supposto corriere in soccorso, e lascierà la rimanente parte in presidio del punto ch'è per lui necessario di conservare. Ecco dunque divisa la sua forza, e senza neppur fiatare non che muoversi, lo lascierà il condottiero in avanti trascorrere, ma quando sarà quegli ben lontano, salterà, con tutta la banda, fuori dal nascondiglio, e velocemente alla casa, dove sarà la rimanente porzione del distaccamento acquartierata, s'avvierà. Egli appiccherà tutt'all'intorno il fuoco; e se a star dentro, i soldati nemici si decideranno, dovranno abbrustoliti certamente perire. Se poi per opposta, prenderanno il partito di uscire a campo aperto, non potendosi, per la ristrettezza delle porte, in massa contro gli aggressori presentare, ma dovendo ad uno ad uno, alla spicciolata saltar fuori, saranno successivamente dalla banda tagliati a pezzi. Presi, per quanto gli fia dato, le loro armi, e danaro, dovrà il condottiero correre di bel nuovo al macchione, e quando il comandante deluso, colle pive in sacco si ritirerà, cadergli con furia repentinamente addosso, e quel distaccamento con morte inevitabile punire, come giusto castigo del suo delitto d'infettare il suolo italiano.

Mille di questi accidenti e d'altra eziandio differente natura, potranno presentarsi al condottiero, che astuto, ed intraprendente, potrà pure a suo talento, moltissimi farne sorgere, quante volte sia persuaso, quello essere il solo mezzo per sostenersi con onore, e buona rinomanza ottenere, senza di che non potrà mai aumentare la sua banda, farne levare delle altre, nè attirare a sè lo spirito della popolazione, il quale solo può rendere la riuscita della contesa, sicura. Laonde non tralascierà mai il condottiero di agire con vigore, ardimento, ed avvedutezza. Ogni qualvolta in Ispagna, ad una banda accadea di riuscire in qualche felice incontro vittoriosa, molte altre nuove prendevano immediatamente il campo, e quella, che col suo esempio le aveva fatte nascere, sforzavansi di superare. Sorpreso il condottiero spagnuolo Mir nel 1809 in Espinoso del Rey, circondato in una casa con soli quindici o venti volontarj, tostocchè si vidde fuori d'ogni speranza di scampo, i compagni esortò a vendere cara la loro vita, montò a cavallo, fece aprir la porta del cortile, e con tanta intrepidezza, in mezzo ai nemici slanciossi, che un forte numero ne ammazzò, ed altri molti ne prese prigionieri. Ei perdè in quel conflitto sei o sette volontarj, ma oltrepassò i nemici, e si salvò. La sola fama di questo avventuroso successo, fece sì che in pochi giorni, più di cento, volontariamente si offersero di servire sotto de' suoi ordini, e di cavallo, armi, munizioni, insomma di tutto il necessario ben provveduti, gli si presentarono, mentre che molte altre bande, nella stessa provincia, si misero subitamente in campo.

Vincitore ne' combattimenti di Estella, di Arcos, e di Nacaz, nei quali fù l'inferiorità del numero, dalla perfetta conoscenza del terreno, dalla sperienza degl'uffiziali, dalla intiera confidenza nel valore, non meno, che dall'amor di patria de' suoi seguaci compensata, entrò Mina nell'Arragona. Mentre che una parte delle sue forze, sotto gli ordini di Cruchaga, a Saragozza si avvicinava, egli con tre compagnie, e pochi cavalli, sorprese un distaccamento nemico di centocinquanta due gendarmi, e vent'otto soldati di cavalleria, senza, che un solo abbia potuto sfuggire. Tali successi lo resero in più d'un modo agl'invasori sì formidabile, che Tedeschi, Polacchi, Italiani, e perfino Francesi, per riunirsi a Mina, a stuolo dalle loro bandiere disertavano. Ei nella sua banda ne incorporava alcuni, e la maggior parte di loro in bande separate ordinava, da lui dipendenti, ed alla sua volontà concordemente operanti. Quindici usseri, e quattordici fanti francesi, nel corso di soli cinque giorni, gli si presentarono. Oltracciò, quelli Spagnuoli chiamati juramentados, che servivano sotto delle bandiere francesi, ed erano sempre intenti a cogliere la prima opportuna occasione per unirsi ai loro compatriotti, a torme, sotto di quelle del loro paese, da Mina con brillante valore sostenute, lietamente accorrevano.

Straordinaria cura, somma vigilanza, ed attenta precauzione, rispetto all'aumento della propria banda, ed alla formazione di altre, od eguali, o della sua più forti, nelle vicinanze, sarà sempre al condottiero necessaria. Ed in fatti alcune, o molte di quelle, potrebbero, all'oggetto di esterminare la sua persona non meno, che la banda, essere dal nemico stipendiate. Sicarj ed assassini possono, con tale intendimento, essere dall'avversario, ad arrolarsi fra i volontarj, mandati. Epperciò conviene ad un condottiero di starsi sempre in sulle guardie. Gli attuali tiranni, che il comando, e le risorse della nazione posseggono, hanno troppi allettamenti nelle lor mani per attirare tutt'i moltissimi vili al loro partito, i quali o per tiranneggiare, o per vivere di quegli abusi che temono di veder presto finire, o per la speranza di poter trarre dai loro pravi servigi conveniente partito, pel loro ideale vantaggio o grandezza, a commettere qualunque più abominevole iniquità, punto non saranno per iscrupoleggiare. Per la qualcosa, i condottieri principali dei distretti, cantoni, e provincie, dovranno sulle bande, che a campeggiar si porranno, ben bene aprire gli occhi, e se con sufficienti pruove, a scoprire pervengono, che quelle, simulando amor di patria, agiscano pel despotismo, debbono tosto correrle addosso, ed onninamente annichilarle. Ciascun condottiero particolare di banda, dovrà pure sempre tenere una prudente cautela, ed i volontarj, che gli si presenteranno, per essere ammessi, con occhio penetrante osservare. Con lusinghiere promesse di grosse somme, di luminosi impieghi, di cariche principali, ben anco i nemici cercheranno, i volontarj, ed il condottiero stesso sedurre, onde trarli a loro partito, od almeno piegarli a deporre le armi. I forti cittadini, quelle offerte, che macchierebbero il loro carattere di veri, e costanti Italiani, come conviensi, sprezzeranno, ma quei deboli, sul cuore de' quali, le attrattive di un bene particolare, avessero maggior possa, che il gran progetto della liberazione della patria, e del bene generale, non tarderebbero, della confidenza nei nemici del paese avuta, certamente a pentirsi, e conoscere, appieno, che quelli non trattano, che per guadagnar tempo, col fine di poterci vincere. E che sarebbe mai la loro umanità, e moderazione, se non se il mortifero veleno dell'aspide, il quale, addormentando, uccide? Epperciò il tutto si ridurrebbe ad un'illusione, perchè mai non sarebbero i nemici per porre confidenza in quelli, e se succederà, che apparente fede gli demostrino, ciò solamente avverrebbe per potergli a più bell'agio annichilare. Tali nemici lodano sempre la virtù col labbro, ma nel loro cuore la esecrano, e chiunque in questa guerra, sguainando la spada, non ne getta via il fodero, e pensa a trattati, ed a pace, dovrà irrevocabilmente perire. Alla funesta catastrofe, che pose fine alla vita del prode, e sagace ammiraglio Gaspare de Colignì, ed a quaranta mila Ugonotti ammazzati in uno stesso giorno e nella stessa ora, rivolgasi di grazia il pensiero, e basterà quel solo esempio, per convincere chiunque, che i patti, le transazioni, le convenzioni, tra i popoli insorti, ed i tiranni, ad altro non servono, se non a dare maggior facilità a questi ultimi, per distruggere i primi. Finalmente la condotta dei tiranni d'Italia, e di Spagna etc., negli ultimi avvenimenti, e con ispezialità quella di Ferdinando di Spagna, può ad ognuno, la fallacia delle loro promesse, i nequitosi loro procedimenti, il dispregio, dei sacramenti, ad evidenza dimostrare. Imperciocchè si vede, non essere stata mantenuta alcuna delle promesse, e giuramenti da lui solennemente prestati, ma per lo contrario, quanti furono abbastanza semplici per credere al loro adempimento, e sulla fede del trattato riposare, furono con somma barbarie presi, malmenati, ed inviati al patibolo, per mano del carnefice, a morire. Ognuno sarà da ciò, e dalla lettura della storia moderna, bentosto persuaso dell'inutilità, anzi del danno di aprire con simile razza di gente, pratiche, e trattative. Serva quest'avvertimento, per mantenere i condottieri, e le bande nel retto sentiero del loro dovere. Chiunque impugnerà l'armi in favore del paese, non mai ad abbandonarle apprenda, se non dopo della compiuta riescita del gran progetto. Quei vili, e rabbiosi oppressori d'Italia, per la fiacchezza del loro braccio, tutto, nel momento della paura promettono, ma non mai, svanito il pericolo, il dovere di rispettare le convenzioni, riconoscono, e con un'anima nera, empia, e feroce, si fanno della santità del giuramento, sacrilega beffa. Desti nell'anima d'ogni Italiano, aborrimento, la vergognosa idea di negoziare con quelle tigri! Possa dalla mente di ognuno dei valorosi guerrieri difensori della patria, tale idea interamente dissiparsi!

CAPITOLO II. DELLE MARCIE, CONTRO MARCIE, RITIRATE.

Se tutta l'arte di questa guerra, nel comparire consiste, sulla fronte, sui fianchi, ed alle spalle del nemico, e quindi scomparire, nel farsi, ora sù d'una vetta, ora sull'altra inaspettatamente vedere, e nel tener sempre l'avversario a bada, molestato e confuso, ne avviene che le continue marcie, contro marcie, e ritirate debbono essere quelle, che finalmente, a quel condottiero daranno la causa vinta, che saprà con accortezza, velocità e prudenza, portarle ad effetto. Per mezzo di queste ben dirette operazioni, mentre gli eserciti Francesi giunsero fino a Gibilterra, le bande Spagnuole nel cuore della Francia penetrarono, ed alle stesse porte di Tolosa imponevano balzelli; e per tal modo a quelle colonne misero paura, che dovevansi per far loro la guerra, in Ispagna introdurre. Pel mezzo indicato, bruciando i villaggi, e devastando le campagne, portarono le bande nel 1810, 11, 12, nei dipartimenti dell'Aude e dell'Arriege, lo scompiglio e spavento, e fecero lo stesso Napoleone, oltremodo sorprendere, tal che, al generale comandante in Catalogna, ordinava di porre in non cale tutte le altre operazioni, per vantaggiose che fossero, onde concertarsi col generale Reille, ed a lui unirsi con tutte le forze, per salvare l'integrità dell'impero, ed alla difesa del medesimo, prontamente accorrere. Per lo mezzo delle già dette operazioni, per ultimo, si mantennero le numerose bande, che per la liberazione della Spagna erano in armi, e nel loro intento, con somma lode, riescirono. Dovendo il condottiero stordire, turbare, ed atterrire il nemico, farsi credere forte, per quanto in numero è debole, l'apparenza delle sue forze con le marcie, e contro marcie moltiplicando, dovendo essergli vicino, quando è creduto lontano, e per l'opposto, lontano quando è creduto vicino, fà d'uopo per quest'effetto, che sia in attività continua, e che faccia la sua truppa velocemente camminare. Se il condottiero si trova per esempio nella posizione A, vicino alla posizione B occupata dal nemico, e che voglia quello sorprendere od inquietare, dovrà, con una rapida marcia, portarsi al punto C, che sarà il punto di congiunzione dei due lati di un angolo acuto, e con una contro marcia veloce, al punto B, cadere addosso all'avversario, che tranquillo se ne starà in riposo, credendolo al punto C. Serva questa dimostrazione pel metodo da tenersi, in generale, nelle operazioni di questa guerra.

Siccome le marcie de' volontarj sono un oggetto così essenziale, ci converrà, di passaggio, alcuni particolari a quelle concernenti, per minuto esaminare, sopra tutto, perchè in molti rispetti, dalle regolari differiscono. Osserveremo primieramente, che ogni individuo deve portare un fiasco impagliato oppur di cuoio, pieno d'acqua, nella quale sia mescolata una quinta, o sesta parte d'aceto, affinchè possa dissetarsi senza bere acqua delle fonti, che nocevolissima si rende a chi nelle marcie ne beve. Ei non deve aver nulla nel suo equipaggio che possa incommodarlo o farlo nel cammino ritardare; un antiguardo onde perlustrare il paese, ed un retroguardo, per impedire che i volontarj s'arrestino, lascino dei vacui nella colonna, predino nelle case, nei giardini, nelle vigne, etc., sono del tutto necessarii. Può il condottiero stare alla testa, al centro, od alla coda della banda, ciascuno degli uffiziali, alla testa delle rispettive porzioni di truppa da loro comandate. Debbono i fianchi essere da corridori estratti dalla banda cautamente esplorati. Le strade scoscese, ed aspre, saran le prescelte, perchè meno esposte, e meno all'inseguimento del nemico soggette. Puossi bensì nel piano, sù di molte colonne di fronte, marciare, locchè aumenta la rapidità dei movimenti, ma sui monti è necessario che quelle sieno al minor numero possibile ridotte. Le alture, le vette, le sommità, dalle quali si possa scoprire il nemico, senza essere veduto, onde siano coperti i nostri movimenti, esser debbono dal condottiero preferite, che dovrà parimenti evitare d'inoltrarsi nei burroni, negli stretti, nelle valli, dove possa essere veduto, e non vedere il nemico. Con aspri, ed inopinati attacchi, si può costringere l'avversario a movimenti circolari, a disposizioni d'attacco, e guadagnare un giorno di marcia, per allontanarsi da lui. Sono questi precetti per la riescita di qualunque marcia, contro marcia o ritirata, essenzialissimi. Ma non potrebbero mai queste, bene eseguirsi, ed avere un favorevole risultato, se i volontarj non si trovano essere ai nemici, che si debbono combattere, di gran lunga, nel camminare, migliori. Che gli italiani siano più agili, svelti e forti camminatori dei barbari, non v'ha certamente chi lo metta in dubbio! Epperciò, esser loro dovranno nelle marcie, infinitamente superiori. Parlando il Botta di una spedizione comandata dal colonnello Tarleton contro degli Americani, che riescì felicemente, così si spiega: «Malgrado della stanchezza degli uomini e dei cavalli, dei quali alcuni, per questa sola cagione, erano morti, e del calore della stagione, raddoppiò i passi, e tanto fù presta la mossa delle sue genti, che venne sopra il nemico in un luogo chiamato Wacsowes, trascorso avendo 105 miglia in cinquanta quattr'ore.» Una simile marcia, essendo la truppa, spossata, deve molto rapida, certamente parere, ma se volgiamo l'occhio a quelle dei condottieri delle bande spagnuole, non ci stupiremo. E per non parlare di quelle del tempo della guerra dell'indipendenza, parecchie delle quali furono maravigliose, ci basti accennare fra le molte del generale Milans nell'ultima guerra della libertà in Ispagna, quella operata contro dei faziosi apostolici, l'anno 1822. Incaricato quell'ottimo condottiero di scortare un convoglio fino al castello di Hostalrich, col battaglione, e corpo de' lancieri, ambi composti di proscritti Italiani, che tanto in quella guerra s'illustrarono, e con alcuni distaccamenti spagnuoli; tosto, dopo del suo arrivo in Matarò, fatto consapevole che un numero di faziosi, di molto più forte della sua colonna, lo aspettava nelle vicinanze del suddetto castello, per rapirglielo di mano, egli lascia il convoglio a Matarò; parte con la sua truppa; si porta a San Celoni; viene in dietro per Hostalrich, cade, all'improvviso, addosso ai faziosi in Pineda, prendendogli a rovescio, ne fà un generale macello, e se ne ritorna di volo a prendere il convoglio, che nel castello senza opposizione, introduce. Questa contro marcia, in parte, notturna, di circa settanta miglia, per balze, dirupi, e cammini scoscesi, effettuata nel periodo di sole diciott'ore, salvò il convoglio, e sarà sempre, stupenda, e degna di grand'encomio pel generale che la ideò, e per la truppa, che la sostenne, da ognuno considerata. Non meno comandevole anzi di maggiore elogio, meritevole, si è la marcia pure dal generale Milans, alla testa d'un corpo d'Italiani, e Spagnuoli eseguita, che da Matarò, scortando un convoglio di muli carichi, passando per aspri cammini, e dirupi, si portò per marcie circolari, da Matarò fino a Vich, e percorse in vent'otto ore di marcia più di novanta miglia di seguito. Poscia i volontarj, digiuni, assetati, e sfiniti, dovettero, tosto giunti alla distanza di quattro miglia da quel paese, venire alle mani col nemico, ed allora duecento Italiani, e quattro cento Spagnuoli, sconfissero, e misero in piena rotta approssimativamente sei mila faziosi apostolici. Questa marcia straordinaria non meno, che il successivo combattimento, in che tanto risplende il valore Italiano, ci prova la loro attitudine in questo genere di guerra. E che non avremmo noi da aspettare, se tanto fecero in una terra straniera, quando per la patria, pegli amici, pei parenti, per la felicità dei loro compatrioti, a combattere intraprendessero? Tosto che le bande comincieranno a prendere incremento, e così dar ombra ai nemici, non v'ha dubbio che questi da Italiani esecrabili, ajutati, (i quali per agevolar loro la conoscenza del paese, infelicemente non mancheranno) formeran tosto il progetto di dar loro la caccia, come agli orsi, ed alle pantere, e disegneranno di rinchiudere tra le montagne, quelle bande che più saranno rinomate. E per ciò conseguire, essi riuniranno forti corpi di truppe, dalla periferia al centro, quel determinato territorio irradiando, onde non possano le bande avere favorevole probabilità di salvarsi dalle loro mani. Ma i condottieri, che conosceranno tanto il terreno, e del pari coloro da cui saranno incalzati, che non perderanno mai speranza, nè mai saranno di risorse dal proprio loro genio create, deficienti, divideranno, ad imitazione del celebre Mina, la loro truppa in piccole colonne mobili. Queste in tante direzioni differenti, marcieranno; ma con istruzioni tali, che, se mai si presentasse una favorevole opportunità, si possa la loro riunione, in un punto stabilito, rapidamente operare. Sparpagliatisi quei drappelli per le montagne, sarà loro cosa facile di guizzar di mano al nemico, che pell'irregolarità del terreno per la scabrosità dei siti, non potrà mantenere una catena di correlazione fra un raggio, e l'altro delle truppe attaccanti, e sarà obbligato di tanto lontano, la linea estendere, che la sua forza, per numerosa che trovisi, non sarà, per coprirla, sufficiente, od altrimenti, dovrà tenersi concentrato senza che alcun'oggetto, il richiegga. In questo stato di cose, i nemici non anderanno d'accordo nelle operazioni da eseguirsi, si confonderanno, tituberanno, e prima che si decidano in qual maniera avranno da operare, e dove dovranno, per cercare la banda, che disparve, indirizzarsi, l'avveduto condottiero avrà già la sua truppa in un punto lontano, e fuori della scala delle loro operazioni, di bel nuovo riunita. Essendo Mina nel pese di Cerna nella attuazione sopra descritta, il generale Reille, a Tafalla e Caffarelli, a Monreal, colle loro divisioni, ognuna in talmodo un'ora da lui distante, portossi nel giorno seguente a Sanguesa, e siccome non v'era apparenza, che il nemico disegnasse di muoversi, rimasevi l'intero giorno. Ma prevenuto l'indomani mattina, che Caffarelli si avvicinava a Lumbier, e Reille a Caceda, due punti, due ore da lui, distanti, ci spedì immediatamente la sua cavalleria, lungo il fiume Aragone, per attirare l'attenzione del nemico da quella parte, e marciò colla fanteria ai monti di Bigueza. Seguitaronlo le due divisioni nemiche, una sulla destra, l'altra sulla sinistra, e speravano di potere, in tal modo, metterlo in mezzo a due fuochi. Ma buon calcolatore del tempo, ed avveduto, Mina conobbe di aver il vantaggio d'una mezz'ora di cammino sopra di loro, e non mancò di profittarne, onde giungere ad un altro monte, e mettere la sua truppa in ordine per difendere la posizione. La sera però, il nemico, sia scoraggito dall'asprezza del luogo, sia nel pensiero di poterlo quindi con maggior vantaggio attaccare, sia ingannato ne' suoi calcoli, si mosse in direzione opposta, e potendo il condottiero spagnuolo avere, un pò di respiro, si porta al Villaggio di Veguezal. Per fortuna dei nemici, giunsero il giorno appresso dal distretto delle Cinco Villas, numerose truppe francesi di rinforzo, ed i generali, di ciò soddisfatti, risolsero di attaccarlo da tre parti, cioè dal Puerto, Navascues, e Tiermas. Mina, come buon condottiero, n'ebbe sollecita, ed esatta informazione, e tutti gl'ingannò; portandosi rapidamente ad Zruzozqui. Caffarelli non tralasciò di seguitarlo fino ad Artieda, situata ad un'ora e mezza di distanza. Nulla dimeno, malgrado tutta la perspicacia, e la velocità, non potè, il prode condottiero, evitare il giorno dieciotto di giugno, sulla strada d'Aoiz, di scontrarsi colla colonna di Caffarelli. Presa immediatamente una buona posizione sopra di alcune vantaggiose sommità, respinse con tanto vigore, l'attacco del nemico, che gli ammazzò più di trecento uomini, ed ebbe, con questa vittoria, un giorno di respiro sù de' suoi persecutori guadagnato. Gli venne il giorno 20 a notizia, che Reille si era di nuovo unito a Caffarelli con lo scopo di venire ad un combattimento decisivo. Allora Mina, come quello, che conosceva di dovere per certo avere il peggio in un combattimento cercato da quei generali, si decise a sparpagliare la sua piccola forza, ed in quel modo le probabilità di guizzargli dalle mani, vieppiù moltiplicare. Mandando Cruchaga con la terza parte delle sue forze, nella direzione di Roncesvalles, egli, cogli altri due terzi, marciò alla volta di Zubiri. Ei seppe, cammin facendo, che i Francesi erano stati in Aoiz al numero di 6000 fanti e 700 cavalli; e che in quel momento erano così disposti, cioè, che 4000 marciavano sopra Zubiri, che altri 2000 con 400 cavalli eran diretti verso la città di Uroz; che Reille con 300 cavalli erasi portato a Pamplona, che inoltre 200 uomini reduci dalla scorta dei feriti, erano pure, con un rinforzo di munizioni, avviati verso Zubiri. Abbenchè terribile si fosse questa informazione, mangiò nulla dimeno, la truppa, il necessario suo frugalissimo cibo, e malgrado una dirotta, ed incessante pioggia, tornò indietro a Larrainzar, daddove Mina mandò la metà della forza, che gli rimaneva, a Bustan, ed egli stesso, col rimanente, misesi alla volta del villaggio d'Illarse in cammino. Questa separazione sebbene utile, non fù però, a diminuire il suo pericolo, sufficiente, perchè i Francesi, cosa di molto più importante, il possesso della sua persona sola, che la distruzione della truppa, giustamente stimavano. Epperciò stavangli strettamente alla pesta; da Illarse l'inseguirono fino a Villanueva in Araguil, dove Mina arrivò verso la mezzanotte, e partì alle due del mattino. Non più lungo fù in Echarri-Aranaz, il suo riposo, di là pel Puerto di Tizatraga si indirizzò al puerto di Lezaun, ed in quel luogo eziandio stavagli quasi addosso, il nemico. Giunse finalmente a los Arcos, ed il Francese stanco, e fuor di speranza di poterlo raggiungere, fece alto ad Estella, dodici miglia da lui lontano. Non perse Mina il tempo, richiamò le forze da Roncesvalles, e da altre parti dove le aveva spedite. Queste in pochi giorni riunironsi, ed occupa Estella, stata poc'anzi dai Francesi abbandonata. È forza ammirare la continua mobilità di questa banda, la costanza, e perspicacia del condottiero, l'ostinazione, e sobrietà dei volontarj, non meno, che la loro disciplina, la quale faceva sì, che con sollecita diligenza si recassero al tempo, e luogo prefisso, senza neppure, di andarsene alle case loro, far pensiero, dinanzi alle quali molte volte, per lo più, strettamente inseguiti, e per bande separate dispersi, dovevano, trasferendosi al destinato punto, passare. Aborrirono essi l'idea, che il ritirarsi individualmente in quelle, sarebbe stato l'unico scampo cui si poteano appigliare. Tutto ciò, solo ad uomini che per la loro patria, pel bene comune combattono, richiedere poteasi, e dagli eroi potea unicamente operarsi. I patrii, e militari progressi di Mina, l'avevano portato ad un punto, che ogni nuova bella operazione, aumentando la sua celebrità, senza accrescere le sue forze, non serviva, che a metterlo in maggior pericolo. Imperciocchè il nemico, inasprito, faceva maggiori sforzi per giungere alla sua distruzione. Truppe furono mosse dall'Aragon e dalla Navarra, per inseguirlo, e di giorno, di notte, nelle valli, e nei monti, doveano dargli animosamente la caccia. Il generale Harispe, con una divisione di tre mila fanti, e duecento cavalli, occupò i punti di Sanguesa, Galipienso, ed altri passi importanti nell'Aragona, ed il generale Panatier con un'altra divisione osservava la Ribera de los arcos, Estella, ed il suo circondario, e tre colonne mobili, per ogni direzione perseguitavanlo, e marciavangli addosso. Il primo pensiero dell'eroe navarrese, quando così davvicino trovossi circondato, si fù di baldanzosamente il nemico attaccare. Ma ben bene la cosa bilicando, troppo debole di forze si riconobbe. Per la qual cosa, dando le spalle al nemico, marciò pel Carrascal sopra Pamplona. Quando là vicino pervenne, due colonne francesi a poca distanza gli si affacciarono, ed egli immediatamente verso Lumbier contrammarciò. Harispe i suoi movimenti previde. Epperciò, Mina in Zrurozqui trovossi l'inimico a fronte. Avevano i volontarj nei tre precedenti giorni fatte rapide non meno, che lunghe marcie. Pur non dimeno, con la loro solita indomita risolutezza, alla battaglia si disposero, e seguinne rabbioso azzuffamento. Cinque volte Harispe sulla posizione spagnuola vigorosamente slanciossi, e n'ebbe sempre il peggio. La metà della cavalleria francese fù, ne' suoi vani tentativi per rompere la banda, interamente distrutta. Però, accortosi Mina d'un'evoluzione fatta dal nemico per tagliargli la ritirata, raccolse, con sano consiglio, le truppe, e cominciò in tempo, ed in buon ordine a ritirarsi, mantenendo sempre un ben nutrito fuoco fino a notte oscura continuato. Quando, tutt'ad un tratto, un'improvvisa, e folta nebbia coperse amici, e nemici, ed in quell'oscurità i Francesi e Spagnuoli frammischiati e confusi, facendo l'un l'altro, fuoco sui propri commilitoni, in tal confusione s'ammazzavano. Ma freddo, e presto in tali eventi, il condottiero suppone l'esistenza d'un passo difficile, lo trova, e velocemente se ne impadronisce, situa in favorevole posizione la sua banda, ed il nemico non l'osa inseguire. Mina seriosamente riflette, e vede di non esservi probabilità di poter uscire dalle mani degli avversarj, (che sono in un numero assai maggiore) da cui trovasi per ogni parte circondato, e divide la sua forza per compagnie, e la manda in tante separate direzioni. Egli stesso non si ritiene che soli venti uomini a cavallo, coi quali entra nel territorio francese, e scorre nelle vicinanze di Roncesvalles Viscarret ed Albaceyla, che mette a sacco e fuoco. Pensava egli, con questa misura, di portare il nemico a perderlo di vista, e l'attenzione sua distrarre, separare una parte delle sue truppe, mettere lo sconcerto, e la divisione fra i comandanti, e potere tosto, avutane l'opportunità, di bel nuovo i suoi compagni riunire, per quindi, sul nemico, quando meno se lo aspettasse, con tutta la banda piombare. In fatti non tardò molto a verificarsi ciò ch'egli supponeva. La maggior parte dalle truppe spedite contro di lui, dovettero verso Saragozza indirizzarsi, e Mina di ritorno in Navarra, la sparpagliata banda immediatamente riunì. Tanto erano bene istruiti gli uffiziali e volontarj, tant'era l'amor di patria sui loro cuori possente, che in pochissimi giorni, l'intiera banda fù, come per miracolo, in allegria, ed in buonissimo stato, acconciamente riaccozzata. Quanto di Mina si è detto, potrà di utile ammaestramento, tanto ai condottieri, come ai volontarj, servire, che in una guerra d'insurrezione per bande, vogliano militare. Le marcie, contro marcie, e ritirate, in una guerra di questa specie, in che si tratta sempre di marciare, contro marciare e ritirarsi, o per combattere, o per evitare il combattimento, hanno fra di loro pochissima differenza. Le marcie semplici; le contro marcie di evoluzione, alla vista del nemico in pianura, le ritirate sostenute e di fronte per passaggio di linee, etc., non potendo aver luogo in questa guerra, ne avviene, che quasi tutte sono dello stesso tenore. Però variano nelle loro parti, all'infinito, e non si possono per quelle, dar regole determinate, essendo alle circostanze, al modo dell'attacco ed agli accidenti del terreno, sottoposte. Una banda che andando pei monti, e colline, s'incontri nell'avversario, potrà senza disperdersi, dall'inseguimento andar salva, quando non sia da quello strettamente circondata. Ed a tale effetto, dovrà il condottiero situarla per decurie, e per iscaglioni, presentando al nemico una fronte obliqua. Ogni scaglione di dieci uomini uniti col dorso in dentro, formante un gruppo rinserrato di figura tonda, farà fuoco alla sua volta. Il primo, dopo d'aver fatto fuoco, si volgerà la fronte addietro, e per la linea perpendicolare, si porterà rapidamente a collocarsi alla coda della colonna. Sarà quello dal fuoco del secondo, sostenuto, che rimarrà, fino a che il primo sia quasi alla metà della colonna. Quindi partirà, e sarà sostenuto dal terzo, e così seguitando, una banda potrà per lunghissimo tratto ritirarsi. Questi scaglioni di vetta, in vetta, di dirupo, in dirupo situati, cosa ben difficile ad un nemico, certamente sarà di poterli non solo distruggere, ma ben anche di loro avvicinarsi, e dovrà, per necessità della loro posizione, e della difficoltà del terreno, andare a rilento, e sarà infine dai medesimi bersagliato, e sconfitto, quante volte non lascia l'impresa, ed una prudente ritirata non intraprenda. Servaci, per compimento di questo capitolo, la esposizione della bellissima ritirata del mai sempre commendevole brigadiere Don Gervasio Gasca, nella guerra dell'indipendenza spagnuola, in che operò egli difficilissime marcie, contro marcie, e con somma gloria, finalmente a ritirarsi pervenne.

Nominato dopo la caduta di Tarragona, il generale Don Luigi Lacy, in vece del generale Campo Verde, al comando dell'esercito distrutto, mentr'egli, per riaccozzare gli avanzi, s'adoperava, fù pell'impossibilità in che si trovava, di sostenerlo, e mantenere i cavalli, costretto a mandare un corpo di cavalleria ad unirsi ad un altro esercito. Il brigadiere Don Gervasio Gasca comandava a quella divisione composta di dodici uffiziali subalterni, novecento e ventidue uomini e quattrocento novantanove cavalli, rimanenti dei reggimenti d'Alcantara, dragoni di Numanzia, usseri spagnuoli, cacciatori di Valenza ed usseri di Granata. Dovevano questi passare pell'Aragona, nella parte libera del paese, ed incorporarsi nel primo esercito, che incontrassero. La relazione di quella marcia dimostra benissimo la perizia del nemico nel cogliere le posizioni per mantenersi nel dominio militare del paese. Imperciocchè, sebbene fosse Valenza così vicina, non dimeno dovè Gasca fare una marcia di sei settimane e percorrere lo spazio di sette cento quaranta quattro miglia, prima di potersi ad un esercito spagnuolo congiungere. Cominciò egli tale pericolosa ritirata il dì 28 di luglio, coi cavalli, per mancanza d'alimento, nello stato il più miserabile, e senza un soldo di danaro in cassa per pagare il soldato, ed alle altre spese, provvedere. Le provvisioni, ed informazioni, venivangli dal caso, dalla forza e dalla carità, solamente fornite, perchè altro mezzo non aveva per procurarsene.