L'AUTORE.
DISCORSO PRELIMINARE.
Liberate diuturna cura Italiam.
Extirpate has immanes belluas, quæ hominis
Præter faciem et vocem nihil habent.
Machiavelli. Lettere Familiari, LXVIII.
Non meno disonorevoli che inumane per avventura, ed empie, parecchie massime nel presente trattato contenute, potranno a cert'uni parere; come tali eziandio crediamo, da considerarsi, sarebbero, se nelle guerre tra re e re ben di rado nazionali, o tra nazione e nazione per particolari convenienze, la loro pratica si proponesse; imperciocchè non mettendosi in quelle la libertà, o la politica esistenza di un popolo intero in forse, aver non debbono l'oppressione, o lo sterminio di nessuna delle parti belligeranti per iscopo; ma quando di una insurrezione nazionale si tratta, all'unione del paese, alla sua indipendenza e libertà, diretta, per quei sacrosanti oggetti, i più essenziali ed i più cari agli uomini dabbene, intrapresa, quando quegl'inalienabili diritti, dallo straniero e dai tiranni nazionali conculcati, si vogliano fermamente colla forza riprendere; allora ben lungi di doversi con tali sozze denominazioni qualificare, si debbono in conto di giuste non solo ma di sante, dagl'insorti popoli tenere. Deve la santità del motivo rendere di niun valore qualunque considerazione di onore, d'umanità e di religione che ad un fine così sublime, così sacrosanto si opponga.
Nessun Italiano certamente non havvi, che di sufficiente raziocinio e di un cuore sensibile dotato, non s'irriti.....: non frema..... non s'adizzi, ogniqualvolta si faccia ad attentamente considerare la triste, vergognosa e ributtante situazione politica e civile, a che trovasi la sua patria ridotta! di quel paese, che al dir di Giovanni Muller, nella sua storia universale, sembra dalla natura destinato ad esser la sedia dell'impero del mondo; il quale, per mezzo delle sue spiaggie, così soggiunge, che comode communicazioni con tutte le parti della terra facilitavangli, poteva senza difficoltà la sua preponderanza mantenere; mentrechè il mare e le Alpi servivangli di baluardo; i porti d'Ostia, di Ravenna e di Misène tutte le sue imprese politiche e commerciali agevolavangli, era la varietà del terreno all'agricoltura ed all'educazione degl'armenti vantaggiosissima; la lunga catena degl'Appennini, dava a ciascuna provincia i vantaggi delle montagne ad un tempo, e delle pianure, e numerosi fiumi l'esportazione di tutte le produzioni del paese favorivano. Situata l'Italia quasi in mezzo al mondo civilizzato poteva facilmente tutti i popoli invigilare, e la sua posizione la metteva in caso di poter le provincie lontane dal centro dell'impero prontamente soccorrere; ma che! avremo noi d'uopo di riandare quanto viene da stranieri scritto rispetto al nostro paese? Non è a noi tutti per avventura ben noto che sopra un suolo dalla natura prediletto viviamo? E che tutte le fraudi, tristizie, e trappolerie dello straniero, e dei tiranni nostrali non pervennero, come ne tengono in cuore il pravo progetto, per anco ad inaridire? In poche parti della terra esiste un clima più temperato, più dolce, e nessun altro in Europa viene da' fisiologi più atto, più favorevole allo sviluppo delle fisiche e morali facoltà dell'uomo per esperienza stimato; oppure, sopra una montuosa superficie di nove mila leghe quadrate, nati sotto l'influenza di quel beato clima, giacciono inerti, e pazienti sotto la verga che li flagella, venti millioni d'uomini, in una perfetta nullità politica all'estero, e ributtante oppressione interna? Null'altro all'Italia manca se non la sua unione in un corpo solo di nazione, indipendenza, e libertà; all'eccezione di quelle tre necessità essenzialissime la mancanza delle quali, quanto d'altro si possede rende di niun valore, ella in se contiene tutte le delizie nel paradiso terrestre figurate, in nessuna parte d'Europa la terra è meglio, che in quella coltivata, nè sono le scienze, e le belle arti così estese, e ad un più alto grado di perfezione portate; è la sua spiaggia di bellissimi, capaci e sicurissimi porti di mare abbondevole, incontransi ad ogni passo città magnifiche, campagne deliziose, paesi abbondanti e piacevoli; quantità di maestosi fiumi, e canali navigabili, molte non meno spaziose che comodissime strade cose tutte al ben essere ed alla miglioranza generale del viver civile utilissime; ubertosa terra di prospere granaglie, di delicatissimi erbaggi, e squisitissimi frutti produttrice, di gagliardi e saporitissimi vini, di finissim'oglio il migliore d'Europa, di cocciniglia, zuccaro e tabacco (se un buon governo volesse curare la sua coltivazione) germinatrice feconda; in modo pure, le patate, lino, canape, seta soprabbondano da poterne ancora molti altri stati a dovizia provvedere; boschi e foreste che il miglior legno di costruzione per edifizi e bastimenti forniscono; possede cavalli svelti, sani, e robusti, e dopo quelli di Spagna, e d'Inghilterra in bellezza, e forza i primi preziosissimi e rari metalli di moltissime diverse specie, fra le quali oro ed argento, trovansi nel seno delle nostre montagne contenuti; il sal minerale, il sal marino, le curiosissime e doviziosissime zolfatare, potrebbero un estesissimo commercio agevolmente civire, e chi mai da quanto veniam di esporre crederebbe che i posseditori di tanti beni sù cui natura di spargere a mani piene i suoi doni senza intermissione compiacesi, farne un buon uso non sappiano; e quella felicità cui dalla stessa sono destinati, si lascino dagli aggiramenti ed incannate di una mano di rustici ribaldi ladroni, sugl'istessi occhi loro sfacciatamente involare? Eppure così è, percorrasi da una parte all'altra l'Italia, volgasi l'occhio alle principali sue isole, lo stato in generale degli abitanti attentamente s'indaghi, e ben tosto la maggior parte di quelli oppressa dalla miseria scorgerassi, e l'intero numero degl'Italiani vedrassi per le sostenute sciagure avvilito, per mal costume anneghittito, e reso dai perfidi governi, a rea ignoranza, a detestabili vizj ed all'immoralità propenso; divisa la penisola in dieci piccole parti, chiamate stati, una peggio dell'altra dal potere assoluto di un papa, due re, duchi, e principi etc. governate, che in fatti altro se non umilissimi, e paurosissimi, prefetti del sospettoso, e rapace imperatore d'Austria non sono, le cui crudelissime ingiunzioni a puntino e senza replica obbediscono, ed alla lercia pungentissima sferza tedesca per la loro eccessiva codardìa, stanno rispettosamente sottomessi, ma siccome vogliono poi quei tirannelli la regia loro autorità, al solo potere circonscritta di far sfortuna ai loro popoli, in qualche modo esercitare, piombano con malignità e continua rabbia sopra i poveri disgraziati, che il cattivo destino fece nascere loro sudditi, e per la loro insaziabile ingordigia satollare, ad arbitrio di prepotenza bistrattano; le loro ricchezze con tanti sudori e veglie ammassate rapiscono, e di quelle onde con i corpi gli animi loro ammollire astutamente si servono; laonde a corrompere, e viziare l'onestà e buoni costumi tengono la mira, coll'intenzione di snervare in quel modo il loro coraggio; una volta giunti a tale, i vizj diventano bisogni od almeno lo pajono, e quelli a qualunque costo svegliano e fomentano l'idea del loro soddisfacimento; ed ecco dal governo l'ismodato amor di se stesso in ogni cuore per quanto gli fia possibile creato, e vezzeggiato, in modo che trovasi ciascuno allettato a vivere per se non meno che a ricavare il particolar suo utile in danno della massa dei cittadini, quindi l'uomo assueffatto a non curarsi del discapito che può agli altri concittadini ridondarne, in opposizione alle massime dei governi liberi, dove ognuno di contribuire per sua parte al ben pubblico reputasi a gloria, dimentico del suo dovere ad altro non pensa che a servirsi degli altri onde a man salva i creduti bisogni profusamente soddisfare. Il lusso, come il più sicuro, ed il più aggradevole mezzo per tenere i sudditi nella servitù è portato dagl'italici despoti in palma di mano; e col danaro dal cittadino annualmente pagato, che senza darne il menomo conto spendono e spandono, la voglia dell'oro in tutti i cuori fan nascere; imperciocchè con quello premiano le azioni che al sostegno del loro potere credono vantaggiose e fanno l'oggetto della publica considerazione tutto nel possedimento di ricchezze consistere; qualunque altro mezzo di ricompensa, perchè potrebbe col tempo idee forti e generose risvegliare che alla lunga metterebbero il trono in rischio di essere rovesciato, paventano; epperciò il perno sul quale tutta la macchina dello stato si aggira, è l'oro; ed i tiranni la migliore e maggior parte della nazione spogliano per la minore la più vile ma ligia al loro potere arricchirne; laonde con un ben stabilito giro di moneta, con le tasse e col fisco fanno sempre una più grande quantità di numerario in cassa rientrare, di quanta stata sia da loro all'immoralità per lo stipendio del vizio e l'avvilimento della virtù prodigata. Quale dunque non dovrà essere il cordoglio di quell'Italiano, che il pagamento di tante pesantissime tasse pel salario de' suoi carnefici seriamente consideri? Tutte ordinate dal solo capriccio del despota, che nè delle fondiarie, nè dalla carta bollata, nè di quelle sui mobili, sulle porte, e finestre, sul vino, sui comestibili di ogni specie etc., nè di mantenere a suo conto, il giuoco della lotteria pel quale migliaia di famiglie si rovinano ed evvi il certo guadagno pel governo, non ancora soddisfatto, vende pur anche per suo esclusivo profitto il tabacco, sale, e polvere da schioppo ne stabilisce il prezzo a sua volontà, e con gravissime pene quel cittadino che ne vendesse, o ne introducesse anche per proprio uso, punisce; senza mai dare al popolo, quello che veramente paga, il minimo ragguaglio sull'entrata, e sulle spese!.......... Massima giustissima, da chiunque un pò di senno racchiuda in capo come necessaria riconosciuta, e solo dai vili che sono dal despota corrotti, o da quei fanatici, che opinano essere un re signore della vita e delle proprietà dei sudditi, rispinta, quella, sì è, da tutti gl'Inglesi e dalla corona pur anche addottata, e bandita cioè: che spetti un diritto inalienabile a qualsivoglia suddito inglese, ossia libero uomo, o franco tenitore, come dicono essi, di non dare la sua roba, se non per proprio consenso; la camera dei comuni sola avere il diritto come rappresentante il popolo inglese, di concedere alla corona la pecunia di esso; essere le tasse liberi doni del popolo, dovere i principi usare l'autorità loro, e la pecunia del comune ad uso solo, e benefizio di questo; quanto sian le massime che dirigono i tiranni d'Italia, da quelle dell'Inghilterra differenti non v'ha certamente chi nol riconosca; e perchè mai dovranno dunque i discendenti dei Romani al godimento di quel diritto rinunziare, per compiacere i stranieri, ed una mano di rabbiosi imbecilli che si valgono dell'ignoranza del medio evo, e del barbarismo di quel tempo per fargli credere che obbedir debbono, e tacere? I loro capricci e latrocinj secondare (imperciocchè come furto dev'essere l'azione di prendere il danaro senza consenso di chi lo possede, e spenderlo senza darne conto, da ognuno considerata); e coi nomi poi di legittimità, di paternità, di eredità etc., titoli il niun valore de' quali è ora mai già in tutto il mondo ed anche dai più scimuniti conosciuto trar vogliono gl'Italiani nell'opinione, che a loro soli, tutti i diritti appartengano, e nessuno al popolo! E perchè mai dovran essere gl'Italiani da meno degl'Inglesi, degl'Americani, dei Francesi, et degl'Olandesi? Sono forse quei popoli d'un altro limo composti, che possano l'esercizio di certi diritti, il vantaggio di certe prerogative, la felicità provegnente da un certo sistema godere, a che noi nati nella bella Italia punto non siamo capaci? Saranno per avventura quelle istituzioni così sublimi, così complicate, così intralciate che all'italico genio, non meno a ben conoscerle che a metterle in pratica non sia dato d'arrivare? No certamente; e tutti ben sanno quei che lo vogliono sapere, che gl'Italiani, già illuminati e liberi quando tutte le dette nazioni erano ancora tra folte tenebre di supina ignoranza ravvolte, e nei ceppi della schiavitù contenute, le quali se non molti secoli dopo, quando già stanchi gl'Italiani di dominare il mondo, e di vivere in repubblica a sottrarsi al giogo non pervennero, posseggano quanto e più degli altri l'intelligenza, il genio, l'alacrità, la perspicacia necessaria onde capire la complicazione di un sistema popolare di governo, qualità che non saranno mai a quelle ben formate singolari teste, per essere mancanti. Qual dunque sarà la cagione, che quei citati popoli godono il vantaggio d'un governo migliore di quello degl'Italiani? Quali peculiari doti sopra gli altri li distinguono? Quai meriti straordinarj mettono forse in mostra? Eccone a vergogna d'Italia, le cagioni: prima d'ottenere un libero sistema passarono quei popoli per la trafila di molti guai, ebbero grandissimi urti a sostenere, ma li respinsero; ebbero per molti anni a patire, sopportarono miserie, disagi, afflizioni, e fatiche, ma sempre con quello scopo in mira punto non si disconfortarono, vollero fermamente, ed alla fine ottenne la loro costanza il ben meritato guiderdone; mentre in quell'epoche menzionate non ebbero gl'Italiani meno miserie, meno fatiche, meno guai a sofferire, ma senz'animo, e senz'amor di patria, da vituperevole avvilimento soprappresi, piuttosto a piegare, che a cozzare disposti, non sostennero mai, non respinsero gli urti, ed a servire di strumenti d'oppressione allo straniero contro loro stessi, ed i proprj fratelli volonterosamente assoggettaronsi, per quindi la rovina del paese, il disprezzo e vergogna per loro, e per tutta l'italica nazione in funesta ricompensa riceverne.
Per non aver dunque avuto l'unione, l'independenza e la libertà del loro paese per meta, quei conquistatori dell'antico mondo, quegli scopritori del nuovo, che poi a stranieri lo regalarono, quelle fervide menti cui l'uman genere va debitore d'averlo con le scienze, e le belle arti dirozzato, ed illuminato, quel popolo che può tanto impareggiabili antecedenti a giusto titolo vantare, eccolo tenuto dagli stranieri in niun conto, come inetto e vile, come l'ultimo del mondo! Imperciocchè per nulla nella politica europea bilancia è in oggi calcolato, anzi come mancante della prima virtù cioè quella di saper essere libero, ed indipendente, trovasi disprezzato e deriso. Il paese come cloaca di vizj, come culla d'impostori, codardi, raggiratori è riputato, che esser dicono un paradiso abitato da diavoli; e mal non si appongono, perchè sotto la ferrea rugginosa verga di tristi e paurosi tiranni, come inerti machine, come servi oziosi ed effeminati, privi dell'esercizio di qual sisia di quei diritti che possono agli uomini riuniti competere, trascinano gl'Italiani una ignominiosa, disonorata esistenza dai vili che circondano i tiranni viemmaggiormente amareggiata; imperciocchè, siccome al dir di Polibio, al libro secondo, i re per lor natura, non hanno nè amici, nè inimici, e che il solo interesse loro è la misura della loro affezione, o del loro odio: e che la posizione in che si misero dal 1814 in quà, è senza dubbio alla felicità dei sudditi affatto contraria, ne avviene, che i soli per cui si dimostra in quegli stati, considerazione o stima sono gli amici del re i quali altri non sono, che i malvagi, viziosi o deboli, e geme la parte buona della nazione all'insolenza di questi vituperevoli stromenti della tirannia vilmente sottoposta. Ci dice de Comminis al capitolo 12, libro sesto: che Luigi XI aveva paura di tutti gli uomini, e particolarmente di tutti coloro ch'erano degni di avere qualche autorità: sono i tiranni, che in oggi con le sostanze nostre le loro ingordigia satollano, altrettanti Luigi XI, anzi peggiori cui si potrebbe senza timore di sbaglio il detto di Sallustio con ragione applicare: Regibus boni quam mali suspectiores sunt; semper que his aliena virtus formidolosa est: vale a dire che paventano più i buoni, che i cattivi, e temono una virtù che non posseggono. Sono tanti Tiberj, che come dice Tacito, al libro primo dei suoi annali, non era un odio antico, ma le ricchezze, la destrezza, i talenti eguali alla sua reputazione, che avvelenavano i sospetti di Tiberio contro Arrunzio: sono però in oggi i quattro quinti del popolo italiano tanti Arrunzi, rispetto ai nostri Tiberj, per la qual cosa sempre più cresce l'inasprimento del loro cuore e fassi la loro tirannia progressivamente maggiore: in modo tale trovasi maltrattata la povera Italia che se lo stato d'altri paesi d'Europa potrà per avventura più, o meno sopportabile parere, quello dei governi della nostra penisola dal tempo in che il malvagio Castelreagh in seggio ripose gli antichi smaniosi tiranni, è tanto derelitto, rovinato, e vile, tutto và così di male in peggio, che l'indispensabile necessità d'un grande cambiamento, di un ordine di cose affatto nuovo, fassi più che altrove sentire; già ben lo scorgono i tiranni, ma vogliono illudersi, la credono ancora bastevolmente lontana, e si lusingano di poter tutta la loro vita in quell'atroce sistema continuare, lasciando poi ai successori la bisogna di porre ai loro imbrogli rimedio; s'addormentarono fin ora sopra un volcano, perdettero favorevoli occasioni di stabilire buoni ordini pel publico vantaggio, abbandonandosi scioccamente al pensiero dal lor pazzo modo di vedere le cose suggerito, che in accordando poi qualche maestrato, più nominale ch'effettivo, quando già i popoli siansi levati a romore, di poterli con simile treccheria in ogni tempo a lor piacimento abbindolare, da tutto il mondo è in oggi quella tattica ben conosciuta, e disprezzata; troppo tardi aspettarono; l'ora fatale del rendimento de' conti, sta lì, lì, per suonare e se gl'Italiani vogliono agir da uomini, e non come abbietti bigi orecchiuti animalon da soma, tutti alla sprovvista li coglie, da non potere schivare il giusto castigo dell'esecrande loro nequizie che nella loro partenza da questo mondo consiste; imperciocchè non debbono gl'Italiani a quei mostri mercede alcuna; e sarebbe pur loro delitto di lasciar quelle cagioni di tanti pianti, di tanti disastri, e di tanta infamia, per quel paese, dall'infezione del mostifero loro alito avvelenato, una vita criminale tranquillamente godere.
La soverchia paura ed il detestabile reo talento di queste belve le mantiene sempre in continua tensione ed attività, e da ciò ch'erano prima della rivoluzione di Francia ben differenti divennero; gemevano è vero in quel tempo sotto il giogo del poter assoluto i popoli, ma era quello assai mite; andavano i dominanti dietro agli usi antichi, cui erano pure i sudditi da secoli abituati; era la tirannia di quei tempi figlia del momentaneo capriccio ed il quasi patriarcale sistema del governo, con alquante buone azioni, che mitigavano il dispotismo continuamente la interpolava. Ma quella dopo il congresso di Vienna in Italia stabilita, è senza dubbio una vera tirannia sistematica, estratta da quanto vi era di despotico nelle leggi di Napoleone, alla crudele finezza, che distingueva gli italici governi del medio evo per nostro danno congiunta; tutto quanto sì nella rivoluzione francese, e nella repubblica come negli elementi dell'antica monarchia, e dei vecchi rimasugli della gerarchia romana, nel tempo della tirannia degl'imperatori vantaggioso al potere riconobbero, al governo assoluto sfacciatamente appropriaronlo.