Mossasi all'indomane alle quattro del mattino, la divisione alla volta di Llers, riconobbe al suo arrivo colà, con forte maraviglia, che il nemico trincerato, e da rinforzi ricevuti da Gerona e dalle frontiere della Francia ascendenti a circa dieci mila uomini di truppa fresca, con due nuove batterie d'artiglieria, notabilmente fortificato, sulla difensiva in allunata positura, fermo attendealo. Non potè Fernandez, per la ristrettezza delle sue forze, dal precedente fatto d'arme appiccolate, che una sola colonna d'attacco formare, ed al fine di pervenire ad aprirsi un varco, stretta in massa, contro al centro nemico la spinse. Dalla loro linea semicircolare, cominciarono i franco-apostolici un ben nutrito fuoco generale dalle corna al centro. Trovavasi la divisione al punto dell'angolo, dove dalle ale i tiri ad angolo retto, in forma di croce s'intersecavano, ma imperterrita, l'armi in riposo, con truce calma, in avanti seguiva. Giunta la testa alle trincee, vede che quelle superar non si possono, e guadagna uno scampo. Laonde or da un canto, or dall'altro, nell'incertezza di poter rinvenire un passaggio, in obliqua ed incerta direzione si avvia: piovono di continuo da ogni lato le palle, e quella pioggia vieppiù si addensa. Cadono ad ogni passo i morti, e i feriti sulle ammucchiate membra degli estinti compagni superstiti, in un caldo lago di sangue con ribrezzo camminano, e sopra un orrido impasto di terra e di cadaveri, que' guerrieri sdrucciolando, si veggono, ad ogni passo barcollare: spargesi lo scoraggimento in quella picciola truppa, ed impaurita alfine a titubare incomincia... oscilla... finalmente si sbanda: la colonna è sparita! Ma fermi e soli gli Italiani rimangono! Soli! Perchè in piena rotta, sparpagliatisi i loro stranieri compagni, volgono unicamente alla propria salute il pensiero e gli sforzi. Gli Italiani proscritti, all'opposito, forti, senza speranza d'appoggio, formano con serena intrepidezza il quadrato, ed al terribile fuoco dell'avversario, con altro uguale rispondono. Invia ben tosto Damas un ajutante di campo ad intimare la resa, e a dar loro di finir la contesa, salutare ed amichevole consiglio. Essi fieramente rispondono di non volere i patti della resa accettare, ma imporre: che il quadrato ben deciso a morire, non cesserà di guerreggiare, finchè accordate non vengano, senza diminuzione, quelle condizioni che siano dal colonnello Pacchiarotti per essere al Damas manifestate. Ritorna con la risposta l'aiutante di campo al quartier generale: nessuno, per attaccare quel branco di valenti a corpo a corpo, bastevole ardimento possiede. Tutti non dimeno da lungi cercano di annientarlo, perchè negli estremi momenti, ancor lo paventano. Ma non peranche Damas, dalla paura del giorno antecedente, ristabilito, ed oltracciò giovando ad esso lui di sciogliere quel gruppo che ultimo, per la difesa della libertà spagnuola, rimanea nella Penisola, e compire la guerra di Catalogna; d'ammettere i patti che gli Italiani vogliono e non implorano, senza indugio consente. Pertanto onorevole capitolazione, da quegl'intrepidi, al generale franco-apostolico fu strappata, anzicchè ottenuta per generosità militare. In quel memorabile combattimento, gli uffiziali morti ed i feriti, furono moltissimi: e trà i primi si annoverano il capitano Lubrano, Amati e Bussi; fra gli ultimi i colonnelli Fernandez e Pacchiarotti medesimo. Il primo ristabilissi, ma l'altro colpito in un ginocchio, sì pel difetto degli opportuni servigi che per la violenza del male, frà gli acuti dolori della ferita e fra quelli anche più acuti dell'anima italiana, nell'ospedale di Perpignano, inviando egli pure coll'ultimo respiro, l'estremo pensiero all'Italia, degno di tanta patria morì!

Queste morti generose addivengano seme di fortissimi eroi, che per la liberazione d'Italia, le armi ferocemente brandiscano e ottengano nobil vendetta di coloro che furono, per sola colpa d'amor di patria, dal coltello dei tiranni, in quella sacra terra svenati! Possa fra poco quel leggiadro paese, culla dell'antica gloria romana, patria di anime eccelse e nutrite delle più care ed onorate memorie; nel sangue, nella gloria, nella vendetta, nella maestà delle leggi, per età lunga, rinvenir la salute!

CAPITOLO XIII. CONCLUSIONE.

Abbiam fatto pruova d'indicar quei principii e quei lumi della osservazione e della storia che possano con certezza, dalle fondamenta il gotico edifizio della tirannide abbattere, l'attuale obbrobrioso sistema rovesciare, i barbari che infestan l'Italia, distruggere e ai turpi loro seguaci, recar finalmente la meritata fortuna. Ciò facendo, ad un dovere adempimmo che addita al verace Italiano, la carità della patria: a quello io vuò dire, di porgere, in tributo d'amore, di verità, di giustizia, i frutti di lunghe veglie e della sperienza di cui la sventura suol dotar le sue vittime, ai cittadini futuri. Noi li diciamo futuri, perchè da un canto siamo ben lungi dal volere il nome sacro di cittadino impartire a coloro che schiavi snervati e viziosi, del loro giogo son degni: e dall'altro quei che forti e decisi, stanno l'occasione al varco attendendo, non hanno nella Italia contaminata, una patria che nel magnanimo desiderio del cuore, e comporranno la futura razza italiana. Null'altro, se non l'esecuzione del nostro sistema, oggi rimane ad intraprendere: ed a ciò siamo con fervore, personalmente disposti, tostocchè dagl'Italiani, colla presa delle armi e con ferma volontà, ce ne venga il destro, agevolato! Quel momento, come il più bello della nostra vita considereremo, in che a noi pure, al sublime intento, sarà dato di cooperare e per l'Italia soltanto vivere, o per quella, a' suoi difensori, congiunti, esalare combattendo, lo spirito. Agl'Italiani fratelli per tanto, di destar la scintilla fatale ascosa nelle ceneri, oggi appartiene, la quale accendendo ardentissimo foco, i nemici del bel paese, con terribile scoppio, tutti consumi e distrugga.

Nulla rinviensi al mondo, cui l'istante di decisione non sovrasti, dice il cardinale di Retz: ed è il capo d'opera del senno, quello di saper tale momento, conoscere ed afferrare. Che se mai si cade in errore, sopra tutto nelle rivoluzioni degli stati, sorge il pericolo, o di non più scorgerlo, o di non più rinvenirlo. Vienci da mille esempii, tal verità, confermata. Ora facendoci noi a considerare, che nè alla caduta di Napoleone, quando un esercito italiano esisteva, il quale inerte, dal vicerè e da alcuni suoi generali, lasciossi vergognosamente a vil prezzo vendere all'Alemanno; nè alla marcia da Gioacchino, re di Napoli, all'uopo, come diceasi, di unire l'Italia in un corpo solo, intrapresa, nè alle astute suggestioni di lord Bentink e di colui che bruttò maggiormente la nostra patria, vuò dire dell'arciduca Giovanni d'Austria, cose tutte che sebbene con sinistra intenzione bandite, potevano pure l'unione e l'armamento degl'Italiani facilitare, nè al grido di libertà levato in Napoli nel 1820, nè a quello d'unione, independenza e libertà dato nel 1821 dai Piemontesi, gl'Italiani in massa e con ferma volontà, si avvisaron di scuotersi dall'ignominioso letargo; potrebbe alcun dubitare, che questi propizii momenti, furono da essi, se non disprezzati, almeno debolmente accolti, e più coi voti che collo slancio della persona, col sagrifizio delle ricchezze, del riposo e della vita, secondati: potrebbe alcun dubitare, noi ripetiamo, che non fosser essi maturi e disposti a risoluzione sublime. Potrebbe sospettarsi, e per avventura stimare, che avendo lasciato scorrer l'Italia il gran momento di risurrezione, quello non sia per tornare, e che il destino abbia decretato per essa, sempiterna ignominia.

Ma lo stato morale d'Italia profondamente osservando, si può un chiaro veggente accertare, che le idee generose, i forti sentimenti, le massime italiane, si sono dopo quell'ultim'epoca calamitosa, di molto estese, addensate e rinvigorite. Laonde debbesi ogni dubbio, che non siano gl'Italiani attualmente, per essere a qualunque sagrifizio ed ardita risoluzione disposti, affatto dileguare. Rispetto poi al momento, grazie rendiamo alla provvidenza, che vedendo averlo noi, forse perchè in quel tempo della opportuna attitudine a quel grand'uopo privi eravamo, lasciato le tante volte sfuggir di mano; un altro volle pur non dimeno e più propizio e più alle nostre fortificate opinioni adattato, farci al fin sorgere. In fatti, qual più favorevole momento di questo, potrebbesi all'Italia, pell'esecuzione del gran disegno, offerire, mentre alle porte di Trabisonda e di Costantinopoli, è lo Czar delle Russie al momento d'insignorirsi della calpestata corona dei Comneni e Paleologhi? Quindi, signore del Bosforo, dell'Ellesponto, etc. può mettere l'Austria, l'Inghilterra e la Francia nella tristissima situazione di dover da suoi cenni, pell'avvenire, dipendere. Ma per ora, dovendo colà tutta la sua cura e forze rivolgere, non potrà le masse de' suoi sgherri, in sostegno dei nostri tiranni, dalla Scizia in Italia inviare! Or l'Austria, con ragione, il maggiore ingrandimento di quella potenza sua naturale nemica, dee paventare, perchè confinante, gigantesca rivale: e non potrà perciò le sue frontiere della Bosnia e della Servia, che avidamente desidera il Russo d'appropriarsi, sguarnire, per accorrere nel mezzo giorno, contro le nazioni a combattere. E l'Austria pur vede tremando, la Prussia, in segreto al Czar collegata, guatar con avid'occhio, l'occasione di quadrare a spese del vicino, il sito del suo regno così malposto nel core di tre formidabili stati: la Francia, l'Inghilterra, verso la contesa dell'oriente, debbono pure tutta la loro attenzione dirizzare, onde impedire che quell'enorme colosso distrugga l'impero ottomano e dell'Ellenia s'impadronisca. Imperciocchè, una volta signore di quel littorale, potrebbe in brevissimo giro d'anni, un numeroso naviglio d'ottimi marinari fornito, allestire, che farebbe ben tosto le marine inglesi, francesi ed austriache, dal Mediterraneo dileguare. L'Inghilterra più d'ogn'altro governo, vedendo il pericolo della vicina perdita delle sue possessioni delle Indie, che le sovrasta, dovrà guerreggiare, e trascinare seco lei quei nostri principali e più immediati nemici. Tali considerazioni fin d'ora, a tutt'i forti impediscono di cadere addosso repentinamente all'Italia. Or che l'opinione dominante dei Francesi, ed Inglesi molto influente (ma che pur non è quella dei loro gabinetti, abbenchè governati con sistemi costituzionali), tutta favorevole alla libertà dei popoli si mostra, e le ostilità dai loro gabinetti contro di noi ideate, potrebbe per avventura impedire, e finalmente or che arde la contesa del Portogallo, e non è lungi la rivoluzione del popolo Spagnuolo, che al rimbombo delle nostre imprese, si slancierà, senza dubbio, al riacquisto de' suoi conculcati diritti, e così a quella contrada, tutta la possibile attenzione di quei due gabinetti concentrerà, essendo gli avvenimenti della penisola Ispana, per Inghilterra e per Francia di più delicata importanza che le sorti di Italia, oggi che un'immediata invasione straniera, tanto poco abbiam ragione di paventare, ora forse che quei naturali nemici nostri verranno fra breve tra di loro a tenzone, e ch'essendo noi venti millioni, se non siamo prodigiosamente codardi, alcuno temere non dobbiamo, ed anche, senza le circostanze già ricordate, potremmo rimaner saldi contro a tutta l'Europa, se per caso improbabile, volesse contro di noi congiurare, oggi, ad onta della fortuna che ci stende la mano, vorremmo torpidi e sonnacchiosi, rimanere in catena? Vorremo noi occasione così bella, così opportuna, così certa occasione, sconsigliatamente tradire? Italiani! la voce ascoltate di un amico sincero e verace che vi dice ciò che consultando voi stessi, vi troverete nel core: «Il gran momento è venuto.» Voi afferrarlo dovete, od altrimenti, la miseria, rovina e degradazione, pena di codardia, in ogni parte della penisola tanto invidiata e favorita dal mondo, saranno inevitabili. Ecco allora il perpetuo, il meritato destino di quella patria, cui consacrar vi dovete!

All'armi dunque, all'armi uomini, in cui batte un core italiano, uomini che sentite nel petto quel palpito generoso che creò Scipione e Camillo: l'ora di spiegare il vostro valore e la vostra costanza, è di bel nuovo arrivata, ma l'occasione, chi mai l'ignora? è fugace: l'ultima forse che vi si presenta, o Italiani, propizia. Essa vuol esser presa di volo. Guai a noi se ancora questa lascieremo fuggire! Guai ai nostri figli, se non ci avventiamo in oggi a spezzar le catene che ognor più ci pesano! peserà sù di noi la maledizione de' figli, e meritata maledizione! Piangeranno essi di non possedere quell'occasione, che la nostra codardia ci fè trasandare. Noi saremo derisi ed esecrati dai nepoti nel corso delle generazioni. Italiani, correte senza indugio alla lotta! Leggonsi in questo trattato i mezzi che al successo conducono. Quegl'infingardi non ascoltate, che per vivere mollemente nel lusso a prezzo del pianto, del disonore de' popoli, per bagordare senza risparmio, in braccio alla lussuria, in sontuosi banchetti, e gavazzare colle vostre sostanze; l'abbandono de' nostri diritti esser saviezza e la viltà prudenza, a persuadervi s'accingeranno! Fate che quelle serpi della Italiana famiglia, quegli oratori della tirannide, quei giannizzeri che fanno puntello al despotismo che crolla, dalla nostra futura patria spariscano, e cessino di contaminare l'antica culla delle umane grandezze. Tutti, tutti le armi con generoso istinto impugnate! E l'unione, l'indipendenza, la libertà d'Italia, divengan tra poco, il premio sol degno delle virtù risorgenti ne' figli d'una patria sì bella!

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO TOMO.

NUOVE IMPRESE
Degl'Italiani. ODE.

Dal vendicato Tarpeo minacciano,